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Posts Tagged ‘Edward Hopper’

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Non si dovrebbe mai abitare il luogo della certezza: quell’anfratto silenzioso che scopre al buio fragorosi ingressi, di quelli prepotenti, che ti lasciano tramortita per il resto dei giorni a venire. E puoi stare anche tutto il tempo ad abbellire l’ingresso, per rendere meno violento l’impatto, puoi dipingere le pareti di vita vissuta, per ricordarti che quella persona in qualche modo, in qualche luogo, ti è appartenuta, ma alla fine, alla fine dell’irruzione, ti senti solo depredata del diritto di essere stata.

In quel luogo c’erano circa quattrocento persone, sono tante quattrocento persone per due che si cercano e una che osserva, si crea un flusso di energia che in qualche maniera, in maniera inspiegabile, spinge tutti e tre a gravitare nello spazio circoscritto di pochi metri, a volte di centimetri. Ci si sfiora per odio o per amore, a volte per tenerezza, ci si osserva di sbieco, si avverte lo sguardo sulla nuca, la pelle s’increspa e le risate sono troppo fragorose e fingere di stare bene diventa una necessità.

Noi eravamo lì tutti e tre: io, lui e l’altra. Anzi, per meglio dire forse l’altra a questo punto sono io. Mi sono trasformata nel corso degli anni, come quelle mogli del secolo scorso quando non c’era tutta questa frenesia del vivere, quelle di cui non sei più innamorato, ma non puoi farne a meno, perché rappresentano l’unica persona di cui ti fidi e l’unica cui affideresti in tuo patrimonio dormendo sonni tranquilli e questo, lo sappiamo tutti, per un uomo è il massimo della fiducia.

Noi eravamo lì tutti e tre. Io e lui eravamo al centro del vortice a fingere di ignorarci, anche quando le nostre spalle si adagiavano le une alle altre, come per un antico conforto. E’ difficile dismettere la tenerezza verso un corpo che conosci quanto il tuo, è difficile non pensare che sia tempo di tornare a casa e abbandonare l’inquietudine che ti spinge a cercare ogni giorno, in ogni ora del giorno, quel passato languore. Si cambia per stare meglio o forse per averlo dimenticato e poi passi tutto il tempo a rimpiangere un tepore che non era più passione ma forse comunione. L’amore, ci hanno detto, è furia degli eventi, è trasporto, necessità, e giammai quiete e calore, e giammai fiducia e tenerezza, e giammai allegria di parole.  L’amore nuovo è il bisogno di credere che tu possa fremere di nuovo anche se forse non ne hai bisogno. E neppure ce la fai.

Noi eravamo lì tutti e tre. Oggi ci avvolge un silenzio spettrale, sappiamo di aver rischiato ad abitare i luoghi della certezza, a sentirci tanto sicuri dei nostri giorni, trascorsi a dare un nuovo significato a un antico sentore. Non bisognerebbe mai scontrarsi con quel che è stato, si dovrebbe invece circoscrivere la vita in una cornice vuota e ogni tanto specchiarsi attraverso il vetro e osservare cosa siamo diventati. Non si dovrebbe mai usurpare uno spazio senza sapere come riempirlo.

Ma questa poesia di Julio Cortázar voglio dedicarla a chi non ha certezze e abita in un anfratto buio ma inaspettatamente ospitale:

Ti amo per ciglia, per capello, t’impugno in candidi
androni dove non s’avventurano i giochi della luce,
questiono ogni tuo nome, ti strappo con premura di cicatrice,
ti immergo nei capelli ceneri di lampo
e nastri addormentati dalla pioggia.
Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia
scrupolosamente ciò che arriva dopo la tua mano,
perché l’acqua, considera l’acqua, e i leoni
si sciolgono nello zucchero della fiaba
e i gesti, quella architettura del nulla,
accendono le loro lampade a metà di ogni incontro.
Il mattino è la lavagna nella quale t’invento e ti disegno,
pronto a cancellarti, no, non sei così, nemmeno
sono tuoi quei capelli lisci, quel sorriso.
Cerco la tua cifra, il bordo della coppa dove il vino
è al contempo sia luna che specchio,
cerco quella linea che fa tremare un uomo
in una galleria di museo.
E poi ti amo, e fa tempo e freddo.

( J. Cortázar – Trad. M.Fernàndez)

Fernandez)

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ehopper

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

E’ una bella certezza

ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro

se non ricordano –

una volta un faccia a faccia

forse in una porta girevole?

uno “scusi” nella ressa?

un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

– ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio

il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

gli tagliava la strada

e soffocando un risolino

si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o il martedì scorso

una fogliolina volò via

da una spalla a un’altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse già la palla

tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli

su cui anzitempo

un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse,

lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

(W. Szymborska)

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Eppure mi colpirà questo raggio di sole

arriverà improvviso

per ricordarmi

che una primavera

esiste ancora.

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