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Posts Tagged ‘Elliot Erwitt’

Elliott-ERWITT

Per tutti quelli che hanno un padre da accompagnare e un figlio da riportare:

“Mio padre non diceva una parola. Dalla tasca della giacca aveva preso un cappello floscio e quello era il suo unico riparo, le lunghe ciocche di capelli sgocciolavano rivoletti d’acqua giù per il dorso della camicia. Vedevo le scapole aguzze che premevano contro la stoffa fradicia, sporgendo in fuori come se da un momento all’altro potessero allungarsi ed estendersi, coprirsi di piume trasformandosi in ali pronte a trasportarlo in volo sopra la strada, lontano. Queste le mie fantasie mentre camminavo dietro di lui. Tutto in lui aveva acquistato un sapore quasi mitico per me, la sua lunga figura china in avanti, l’ampia fronte, gli occhi che vibravano per allontanare la pioggia incessante e sempre fissi avanti. Adesso gli volevo bene in un modo diverso, e come testimonianza o prova reggevo sulle spalle il peso sempre più greve dei dipinti ravvolti nella giacca satura d’acqua. Ogni volta che mio padre si fermava perché lo raggiungessi, era un momento di tale soddisfazione e felicità – un attimo gonfio d’amore e di orgoglio per averlo accompagnato, perché lui mi aveva tenuto con sé, perché avevo scoperto l’altro suo aspetto e adesso lo aiutavo a portare a casa i dipinti più fantastici che mai avesse eseguito – che avrei voluto mettermi a ridere, là sul ciglio della strada. Mi mise una mano sulle spalle per assestare le cinghie della sacca.

“Vuoi riposare?” chiese.

“Non ne ho bisogno.”

“Arriviamo dietro la prossima altura, d’accordo?”

“D’accordo.”

E di nuovo in cammino, nella pioggia che non smetteva, lungo la strada che si snodava giù attraverso un paesino chiuso nel silenzio, mio padre che procedeva qualche metro davanti a me, incapace di abbreviare il passo o distogliere lo sguardo dall’orizzonte. A metà pomeriggio sembrava che fosse andato a nuotare in cielo. Le buche nella strada irregolare erano diventate pozzanghere grigie in cui le auto passavano sollevando spruzzi nella loro corsa lontano dalla pioggia. Ci fermammo a mangiare sotto lo sgocciolio di un grande castagno verde. Cracker e pane erano mollicci. Il tronco dell’albero aveva un intenso odore dolce di autunno e noi ci sedemmo contro la base guardando le tracce scure che il nostro passaggio aveva lasciato nell’erba argentata. Era una cosa che rammentavo, anni dopo, quando tornai a cercare quello stesso albero. Quei brevi segni dei nostri passi affiancati, dal ciglio della strada a sotto il castagno, il luogo dove tutto fu momentaneamente perfetto, dove ce ne stemmo sotto il leggero picchiettio contro il fogliame, padre e figlio, e mangiammo in silenzio, dove mio padre abbassò la faccia macchiata di colore nelle mani a coppa per eliminare la pioggia prima di sollevare gli occhi liberati verso di me e dire: “Mi sei di grande aiuto, Nicholas. Sono contento che tu sia venuto”.

Tutto qui, quel momento alla fine della traccia nell’erba e sotto i rami sgocciolanti del castagno. Se avessimo potuto essere trasportati su in alto, fusi in una nube, sarei stato felice in eterno. Se avessimo potuto stenderci là o rintanarci come animali nel dolce odore bruno dell’albero, celati al mondo da veli di pioggia e dai profumi dell’autunno, tutto sarebbe rimasto così com’era in quell’attimo. Ci sarebbe stata pace.”

(Niall Williams- Quattro lettere d’amore)

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