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Posts Tagged ‘Eric Benier-Burckel’

Eric Bénier-Burckel1

Quando si getta la spugna? Quando si smette di combattere e ci si arrende al presente, a quel che è, a quel che è già diventato da tanto tempo ma che non abbiamo il coraggio di vedere? Quando si smette di allisciare il pelo per accompagnare l’emozione e si ritorna uomini, per lenta involuzione, cercando disperatamente di reprimere l’istinto? Quando si diventa grandi, ma troppo grandi, talmente grandi, da non avere più il coraggio di allungare una zampa per farsela leccare. Eppure di ferite ce ne sono tante e ogni tanto cerchiamo un interlocutore valido che le possa accogliere. Ci proviamo. Ci riusciamo pure, a volte. Eppure, non si sa mai il perché, sul più bello, quando finalmente possiamo stare tranquilli, senza aspettarci niente di più di ciò che ci aspetta, l’uomo, con tutto il suo bagaglio, si assesta sull’idea. Si siede sulle proprie paure. E come per la lampadina di Archimede, quello di Topolino, ci si accorge che un pensiero si frantuma in piena faccia, come un’esplosione atomica, incapace di contenersi, capace di destabilizzare l’equilibrio. Un equilibrio che non c’è mai stato.

L’amore non si riconosce dall’odore, ma dallo strato sottile della pelle. É tutta lì la differenza.

Non lo vedevo da qualche tempo a parte le numerose telefonate per chiederci ininterrottamente lo stato delle cose, non ne sentivo la mancanza e non mi sembrava poi così grave avere tante possibilità: conservare un affetto profondo per qualcuno che è stato molto importante nella mia vita ma non abbastanza da esserne dipendente fisicamente. Non sono mai stata dipendente da niente e da nessuno: è questa la mia libertà, l’ultima mia personale forma di libertà, la capacità di sopravvivere a chiunque. Tranne che a me stessa, ma questa è un’altra storia.

Non ne sentivo la mancanza, anzi, evitavo accuratamente occasioni per incontrarlo. Non per paura, o forse sì, forse per la paura di scoprirlo diverso e restarne delusa, forse per la paura di vederlo invecchiato e averne pena. Non ne volevo di sentimenti: né di odio, né di compassione. Non ne volevo mezza. Storia finita, chiusa. Relegata altrove. Un periodo di vita passato, come le mura che abbiamo abitato, i sogni che abbiamo coltivato, gli animali che abbiamo accudito e, soprattutto, i timori che ci siamo scambiati. Non c’era più nulla. Non c’è più nulla. Eppure la pelle racconta, quando si incontra, quando si avvicina. Trema. Si arma, di forze sconosciute, e marcia zelante in cerca di riscontri. Diventa tutta rossa, gli occhi si animano, prendono una luce diversa. Tutto si illumina e per sempre, per il resto del tempo, ti resta in testa quello sguardo, un po’ lucido, offuscato, che presto decide di nascondersi, di guardare altrove, dove tutto è già deciso per non destar sorprese. La pelle diventa lieve, come per alchimia, non è spiegabile, eppure è vero: tu la tocchi e la senti talmente velata da poterla squarciare con una parola. Che allora contieni. É per questo che l’amore si riconosce dallo strato sottile della pelle. Perché ingoi, per amore, tutte le parole che potrebbero incidere quello strato sottile e indifeso, quella parte disarmata che si è offerta, per temeraria incoscienza, a essere scalfita.

Non ho inciso nulla, sono stata brava, ho avuto pietà e rispetto per il tempo che è stato. C’è sempre una forma di rispetto per la vita che hai vissuto, per i ricordi che ti porti dentro, anche se poi sono stati maltrattati e trafitti e bistrattati, ma è la tua di vita, è tutto ciò che fa di te un essere invecchiato e pieno di ricordi. Sono grata a quella pelle di aver condiviso il mio sudore, i miei umori profondi, le mie siccità, quelle avvisaglie femminili che fanno di noi donne scogli aguzzi sui quali è difficile distendersi. Sono grata a quell’uomo di essere ancora lì, in grado di esprimere il suo affetto, quando non ce n’è più bisogno, quando non serve più a niente. Quando la pelle non porta più carnalità e memorie passionali, quando l’amore si esprime per quel che è: niente, soltanto tatto e parole non dette.

“Non so di chi ricordo il mio passato

che altro fui quando fui, né mi conosco

come se con la mia anima sentissi

quell’anima che nel sentire ricordo.

Da un giorno all’altro ci lasciamo.

Nulla di vero a noi ci unisce:

siamo chi siamo, e chi siamo stati fu

cosa vista di dentro.”

(F.Pessoa – Odi di Ricardo Reis)

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Eric Bénier-Burckel2

Il mio fermo immagine mi sorprende mentre bevo Pastis allungato con acqua Ferrarelle, guardando un film su Sky in un inutile venerdì sera della fine di Giugno 2016. Il mio fermo immagine ha di sorprendente che mentre mi sento occupata in tutte queste attività, e non di poco conto, mi sto anche commuovendo, e quello che potrebbe essere un ottimo film belga di ultima generazione, per me diventa un mantra assoluto che non lascia scampo. Il film in questione, perché sembra che sia questo il nodo principale della faccenda, si chiama “Dio esiste e vive a Bruxelles”. Certo per il titolo, di sicuro tradotto in italiano da un italiota, non è che ci si possa perdere la testa, eppure… eppure… ci sono rimasta appiccicata come una sardina sul sandwich di un marinaio svedese in crisi di astinenza. Poi il Pastis ha fatto il resto. Certo devo ammettere che è stata tutta una bella coincidenza: in un attimo mi sono sentita trasportata altrove e mi mancavano solo i cavalli a correre sulla spiaggia della Camargue. Ma non è così poetico: il Pastis l’ho comprato da Lidl e l’abbonamento a Sky Cinema l’ho fatto dopo l’ultima separazione che mi ha lasciato senza fiato, come una specie di asettica badante insomma, qualcosa che mi potesse tenere occupata tra la disperazione e l’esaltazione. Desolante, direi.

Il film, parlando del film, narrava una storia trasversale e oltremodo fantasiosa sulla creazione dell’uomo da parte di un Dio ipotetico e alquanto balordo, un Dio che potrebbe essere tradotto tranquillamente come uno dei nostri genitori, inconsapevoli artefici delle nostre debolezze, un Dio contrapposto al bene, che non avendo di meglio da fare, si diverte a distruggere la vita degli uomini. Come in un enorme e gigantesco Risiko umano. Poi c’è tutta la faccenda della figlia e del figlio (un tal Gesù) e della redenzione, ma quella è un’altra storia; quello che invece mi ha colpito è stato il senso dilatato del tempo, il tempo che rimane e di come impiegarlo al meglio, come non pentirsi di quello sprecato e di quello a venire. Come non aver paura del conto alla rovescia. Conto alla rovescia preannunciato da un sms che ha scatenato il panico a quelli che non avevano più tempo da aggiungere e ha scatenato un senso di immortalità a coloro che di tempo ne avevano da vendere.

E’ stato allora che mi sono chiesta quanto tempo avevo ancora. E come lo stavo impiegando. Guardavo farfalle, scorrevo le nubi, scopavo come un riccio, oppure semplicemente continuavo a non fare: non fare l’amore come avrei voluto, non vivere spegnendo le mie ire che nel tempo ho imparato a dominare, oppure vivere da addomesticata perché è più facile e nulla toglie, ma neppure aggiunge, a quanto sento di essere. Quanto della mia vita, se avessi un tempo limite, riuscirei a cambiare. O vorrei cambiare. Potrei anche essere felice di ciò che sono, oppure no, oppure vorrei approfittare dell’opportunità per andare altrove. Altrove da me stessa: luoghi puri, asettici, luoghi in cui non ci sia l’assolutezza del pensiero, luoghi in cui ci sia una chance e non una condanna per il vissuto, forse non eclatante e neppure esaltante, eppure il proprio, la propria sofferenza, gli errori, le paure, le incertezze. A volte è troppo facile sentirsi in assoluto i guardiani del tempio: ma il tempio a volte ce lo costruiamo addosso e spesso ci cade sulle spalle.

Ho visto un film. Non ho fatto altro, eppure già mi sembra tanto.

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