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Posts Tagged ‘Erri De Luca’

La vita agra

Ci sono delle morti che svelano arrese, sono sospensioni di pensiero oppure pesantezza dell’essere, valutati in egual misura, sono rese incondizionate alla propria capacità di presenza, alla valutazione che ognuno ha di se stesso. E’ questa la morte di cui voglio parlare. Quella di un uomo di circa novant’anni ormai avvezzo alle altrui meschinità e troppo corazzato per un misero millennio. La morte di colui che si arrende al mondo circostante vissuto estraneo e non condiviso: di colui che intuisce che mai niente che possa mai accadere sarà così importante dal costringerlo a restare. Fermo. In una tetra terra disfatta del pensiero e della muta accettazione del restare, che fa comodo a molti, a tutti quelli che si concedono il lusso di argomentare. Qual è il senso di uccidersi a novant’anni, quando sai benissimo che ti resteranno ancora pochi anni da vivere? Qual è il senso di ferire il tuo corpo con un salto in discesa sull’asfalto e immaginarlo smembrato e ferito e offeso da tanta brutalità? Quanto puoi arrivare a detestare te stesso per arrivare a tanto? O quanto puoi amare te stesso per arrivare a tanto!

Sono due giorni che ci penso, non riesco a togliermelo dalla testa, oggi ne parlavo con una mia amica al telefono e con mia madre per sentire il parere di una donna di settantuno anni che ha accudito una madre del 1921. Perché ci si arrende?

“Perché non si ha più nessuno con cui parlare. Perché non c’è più qualcuno cui dire “ti ricordi…?” e questa è la ferita più grande: non avere più nessuno che condivida il tuo passato e le scelte che hai fatto e gli errori e le battaglie e le rese e le sconfitte e le risate. Non hai più memoria. I morti accanto a te trascinano anche te stesso e diventi solo un’enciclopedia che nessuno ha più il tempo di leggere e chiudi, sempre di più, e chiudi, chiudi, fino a quando smetti di parlare. I tuoi amici sono tutti morti, questo mi ripeteva tua nonna, e tu resti l’ultimo fardello di una vita raccontata. E ti guardi attorno. E quello che vedi non lo capisci. Specialmente se sei stata in montagna vestita da uomo con il fucile al braccio. Sei un’esule di te stessa. Sei fuori tempo massimo.”

“Ma perché se sei un uomo colto, non riesci a stare tranquillo a leggere davanti ad un camino fino alla fine, perché non riesci a fare come la Montalcini, a essere te stesso fino alla fine?”

“Perché ti perdi. Ti svegli tutte le mattine e quello che vedi non ti piace e odi il telegiornale e odi le solite scadenti battaglie del finto idealismo e odi non poter arrivare più all’essenza dell’uomo: hai smesso di capirlo, hai smesso di interrogarti e adesso ti sembra banale e, per assurdo, troppo simile a te stesso. Uomini che hanno vissuto accanto a Truffaut e Rossellini come pensi che possano accettare questa bieca sopravvivenza dell’ideologia comune?”

Mia madre è di parte. Mia madre è di sinistra. Quella sinistra ignorante fatta di vita vissuta. Quella sinistra sana. Quella sinistra che guarda il telegiornale e ride perché le sembra di vedere Zelig. Mia madre non è colta, si è laureata sulla strada, come i nostri nonni, come tutti quelli che sono piombati nel 1942 in una terra sconvolta dalla guerra. Mia madre è una che si è fatta una gonna con la tendina del bagno, come Rossella O’Hara di “Via Col Vento”, e ogni volta che rivede la scena, ride come una matta.

E per non divagare troppo e tornare all’argomento iniziale, io non riesco a capire il suicidio di Carlo Lizzani, così come non capisco quello di Monicelli, ma mi fido di mia madre quando dice che è logico e che si tratta di una scelta degna di tutto rispetto e che un uomo può decidere in tutta autonomia quando interrompere il corso della propria vita e può farlo per amore, come Pavese, o può farlo per stanchezza, come molti altri, ma in ogni caso parliamo di poesia. E non mi resta altro che sospendere il pensiero e aspettare per vedere cosa ne sarà di noi.

“Lizzani aveva commentato la scelta di morire di Monicelli tre anni fa:

Monicelli era un super laico, uno che voleva gestire la sua vita fino in fondo, un gesto da lucidità giovane…”

E mi viene da dedicargli queste righe tratte dall’ultimo libro di Erri De Luca “Storia di Irene”:

“Nel mio nuoto di superficie non mi immergo, resto fuori a metà. Il mare è una soglia e non la passo.

Ho la curiosità di sapere cos’è per un delfino la superficie: somiglia a quello che è il cielo per noi?

No, dice Irene, il cielo per noi è leggero, il posto da raggiungere quando non avremo più il corpo.

Per un delfino l’aria è il contrario, dove pesa di più e la sua corsa è frenata.

Salta fuori dall’acqua per misurare il peso che non ha in mare.

Mi viene un sorriso al pensiero che invece credevo a un desiderio di leggerezza nel salto di un delfino.

E’ come sull’altalena, dice Irene, quando va veloce. Arrivi al punto in alto dove la spinta smette.

Così è il tuffo in aria del delfino.

In cima al volo fa il pieno nei polmoni per avere più peso.

Anche Irene riesce a spingere il suo corpo fuori dell’acqua, ma non ha la spinta della loro coda.

Può fare brevi salti in lungo sulla superficie, ma non in alto.”

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Non ipotecare il futuro. Facile a dire. Lo vedevo, il futuro. Si estendeva davanti a me a perdita d’occhio, piatto, nudo. Non un progetto, non un desiderio. Non avrei scritto più. E allora, che cosa avrei fatto? Che vuoto, dentro di me, attorno a me. Inutile. I greci chiamavano i loro vecchi “mosconi”. “Inutile moscone”, si dice Ecuba nelle Troiane. Sono io. Sono rimasta folgorata. Mi domandavo come si possa riuscire ancora a vivere quando da se stessi non si spera più niente.

(S. de Beauvoir)

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