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Posts Tagged ‘essere se stessi’

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“Un uomo che cammina ha bisogno di rispecchiarsi in un suo simile al contrario, per sottolineare il suo movimento”, così come “un vaso in verticale non esiste, è necessario che cada per provare la sua stabilità”. (Marc Chagall)

Quando smetti di fare qualcosa che ti piace, e che ti piace veramente, che ti fa stare bene, ti riconcilia con te stessa, ti fa rompere gli schemi e funziona alla stregua di una terapia di gruppo, solo che il gruppo è formato da un singolo e non si paga niente tranne la paura di guardarsi allo specchio, ecco, quando smetti di fare tutto questo, dovresti fare penitenza: fermarti per un tempo non quantificabile, sdoppiare la tua personalità, guardarla da lontano e cercare di capire perché tutto quello che fino a ieri ti dava giovamento, oggi ti destruttura, e ti rimanda a qualcuno, o meglio a qualcosa, di totalmente indefinibile. Perché quando tutto quello che serviva a dipanare la tua natura, finisce per aggrovigliarla, significa che stai giocando una partita che non è la tua.

In tutto questo lungo tempo ho avuto un pensiero fisso di quelli che non ti abbandonano, pensavo a quella tipa, quella del blog, quel Rossodipersia con un nome così ridicolo, frutto di un’intuizione dell’ultimo minuto, quando tutti gli altri nomi che desideravo erano occupati; pensavo a quella, come di una tizia appena conosciuta di cui sapevo molto, mi sembrava, ma in realtà sapevo ben poco. Ne pensavo con dileggio e continuavo a chiedermi perché mai avesse smesso di scrivere, cosa le fosse mai capitato nella sua vita fatta di niente e intanto leggevo degli altri, attorno a lei, che continuavano a vivere di vite distanti eppure così familiari, di persone immaginarie, dipinte con barba e baffi bianchi, con le ore disordinate e sicule atmosfere: gente che salvava la vita degli altri o che tentava di salvare la propria sulla cima di un vulcano. E passavo così, come ombra sull’inchiostro, a spiare il pennino che non si fermava nonostante la mia assenza, ma che anzi, sembrava rinverdire di un vigore innaturale. Ero fuori dallo schema. Spiavo dabbasso, senza il coraggio di scendere in strada a ripercorrere sentieri già percorsi, osservavo senza capire, cercando di intuire la soluzione, interpretare il disagio, contenere l’incertezza. Poi ho fatto ricorso al mio istinto, ho chiamato a raccolta quel senso intuitivo che distingue le donne, che le porta a scegliere, che le spinge ad ascoltare. Ho fatto ricorso all’interruttore femminile: ho azionato il click e poi ho capito.

Il blog era diventato il mio condominio. Cercavo a volte di scrivere senza espormi troppo, cominciavo a pensare che c’erano persone cui dovevo del rispetto, pensavo di dover mantenere la mia integrità per gli amici (poi col tempo alcuni divenuti nemici), quelli della vita reale che mi conoscono realmente e che continuano a leggere la mia anima pur odiandola. Ho cominciato a sentirmi in colpa perché non avevo il tempo, e a volte la voglia, di leggere e commentare quello che scrivevano gli altri, di rispondere ai commenti, di essere presente. Ho pensato di migrare altrove. Ho pensato di chiudere i pensieri nella testa. Ho cercato nelle chat profondità di pensiero che non ho trovato. Ho chiuso libri. Ho archiviato pensieri. Poi ho cercato di ricordarmi perché scrivevo su un blog. Ho fatto click. E ho capito che stavo perdendo l’essenza della motivazione, che avevo cominciato ad avere paura di essere obliqua, di avere un pensiero diverso, di fregarmene del politically correct, di essere me stessa come sono nella vita: un mezzo rospo con una scorza dura come l’acciaio disposto a farsi infilzare pur di difendere la propria libertà di espressione. Ho cominciato a capire che non devo farmi influenzare dalla visione comune: quella di una grande famiglia che si scrive, si commenta, si sostiene, si preoccupa, si indigna, si reprime. Che in fondo a me non ne frega niente di quanti followers sono iscritti al mio blog e neppure di quelli che pensano di usare le mie paturnie contro di me. Ci sono persone di cui amo la scrittura e il modo di sentire la vita e altre che proprio non m’interessano e penso che il sentimento sia ricambiato. C’est bon: tutto il resto è Facebook!

Insomma, è stato un parto lungo e doloroso, ma devo ammettere che oggi mi sento felicemente storta!

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Ogni tanto mi capita, e allora varco degli ostacoli. Il silenzio dentro emerge dagli abissi e si pone prepotente ai margini del quotidiano, mi sommerge, fino a considerare il dialogo interiore come l’unica possibilità di confronto con il mondo esterno. Non ci sono elementi oggettivi a scatenarlo, non esistono eventi catastrofici o addirittura piacevoli novità, no, niente di tutto questo: è solo un momento sospeso, ovattato di pensiero, e per nulla delirante, ma serve a riportarmi dentro. A volte resta così talmente dentro che non riesce a esprimersi neppure con la lettura, la scrittura e neanche con una telefonata. Appare tutto fermo dall’esterno, eppure al suo interno vibra un lavorio incessante di pensieri, che rincorrono ricordi di frasi spezzate e di flash inesistenti. La notte poi, tutto prende forma, e arrivano libri dimenticati e con un’ansia febbrile mi alzo nel buio a ritrovare frasi che con solerzia passeggera, ho evidenziato, piegando pagine ingiallite.

“Mi sembra assolutamente vero che il nostro mondo, che ci sembra la superficie di tutte le cose, in realtà è il fondo di un oceano profondo: tutti i nostri alberi sono una vegetazione sottomarina, e noi siamo una misteriosa fauna sottomarina, ricoperta di squame, che si nutre di avanzi, come i gamberi. Solo di tanto in tanto l’anima risale ansando dagli abissi insondabili in cui viviamo, fino a raggiungere la superficie dell’etere, dove c’è l’aria vera. Sono convinto che l’aria che respiriamo normalmente è una specie di acqua, e che gli uomini e le donne sono una specie di pesci.

Talvolta, però, l’anima risale, si innalza estasiata nella luce come un gabbiano, dopo aver depredato le profondità sottomarine. Fa parte del nostro destino mortale, suppongo, depredare l’orribile vita subacquea dei nostri simili, nella giungla sottomarina dell’umanità. Ma fa parte del nostro destino immortale fuggire dopo aver ingoiato la preda natante, per raggiungere di nuovo l’etere luminoso, sbucando all’improvviso dalla superficie del vecchio oceano nel cuore della vera luce. Allora si comprende l’eternità della propria natura.” L’amante di Lady Chatterley di D.H.Lawrence (Uno dei libri più erotici del mondo!)

Allora chiudo fuori tutto, non c’è posto per nessuno quando varco la mia soglia: puoi beccarmi un attimo prima o un secondo dopo, ma mentre sono lì, per un periodo non quantificabile, con la gamba tesa e l’altra dritta e rigida indietro, nell’atto di saltare, beh, in quel momento non c’è spazio per nessuno. Salto le pozzanghere. Quei piccoli vortici concentrici che cercano di risucchiarmi indietro, di chiudersi sul mio presente, su tutto quello di buono che sono riuscita a costruire: salto le pozzanghere per amore di me stessa e per la paura mai finita di sprofondare nell’inganno. Che mi si perdoni per tanta sfrontatezza: quella di preservarmi dai dolori già vissuti, ma salto perché ho paura di sguazzare.  Perché ho bisogno di silenzio. Perché ho bisogno di una vita grama.

“Assaporava in quel momento la totale assenza di avventure. L’avventura è un modo per abbracciare il mondo, e lei non voleva più abbracciare il mondo. Non voleva più il mondo. Assaporava dunque la felicità di vivere senza avventure e senza desiderio di avventure. Ripensando alla sua metafora, vedeva una rosa che sfioriva con gran rapidità, come in una sequenza accelerata, finché ne rimase soltanto un gambo esile e nerastro che svaniva per riempire nell’universo bianco di quella notte: la rosa dissolta nel candore.”  L’identità di Milan Kundera.

Ma tutto questo non è compreso, non è accettabile: il silenzio è pericoloso, nasconde pensieri, improvvisazioni, guizzi di follia. Cerco quindi di mascherare e rendermi accettabile ma spesso scarto e, come un terzino di una squadra di serie C, provo a passare la palla, nella speranza che nessuno si accorga della mia presenza. Astenersi! Perché è diventato così difficile? Anche sul blog, ci sono regole da rispettare come in un condominio, e scopri che uno dei tuoi blogger preferiti si è urtato per una tua stupida battuta e allora resti sospesa, non osando commentare, e lo leggi di nascosto perché quello che scrive continua a piacerti. Perché lo avevi scelto esattamente per questo! Oppure quello che credevi un “amico virtuale” si è incazzato per il commento benevolo fatto a un suo/a nemico/a e ti ha bannato. Oppure perché con la puntualità di un orologiaio matto non leggi e commenti tutto quello che ti capita a tiro. Non lo so. Boh, ci sta pure, ma di cosa stiamo parlando? Io scrivo per me stessa, così come vivo per me stessa e così come salto le pozzanghere se non mi sento di attraversarle, poi per tutto il resto c’è il quotidiano imposto e c’è la libertà illusoria.

Così come non puoi tornare indietro in una decisione già presa e dire ancora e ancora che quella persona con cui hai vissuto una vita ti manca da morire e che  nessuno è riuscito a prendere il suo posto. Non puoi più dirlo. Avresti dovuto farlo prima, quando la tua sofferenza era accettabile, compresa e rispettabile. Ora non più. Hai superato il tempo limite, il tuo tempo di sofferenza è scaduto. Come se ci fosse un tempo per l’amore.

“Ricordo bene quella paura infantile.

Scansavo le pozzanghere,

specie quelle recenti, dopo la pioggia.

Dopotutto qualcuna poteva non avere fondo,

benché sembrasse come le altre.

Farò un passo e d’improvviso sprofonderò tutta,

comincerò a volare verso il basso

e ancora più in giù verso il basso,

verso le nuvole riflesse

e forse anche oltre.

Poi la pozzanghera si asciugherà,

si chiuderà su di me,

ed eccomi rinchiusa per sempre
dove con un grido non arrivato in superficie.

Solo in seguito ho capito:

non tutte le brutte avventure

rientrano nelle regole del mondo

e se anche lo volessero,

non possono accadere.”

 

La pozzanghera – Wislawa Szymborska

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