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Posts Tagged ‘Femme sur un fauteil’

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Qual è il senso di mostrarsi al meglio rispetto quello che siamo? E parlo di estetica, naturalmente, perché il cervello o l’hai o non l’hai e purtroppo non si acquista in profumeria insieme al lucidalabbra:

“Buongiorno, desidera? Come posso aiutarla?”

“Sì, ecco, avrei bisogno di un lucido su un tono aranciato, ma non troppo vivace, per carità. E poi una confezione monodose di consapevolezza.”

“Benissimo, e come la preferisce la consapevolezza di livello più prettamente individuale o piuttosto come coscienza sociale?”. Embè, no, proprio non regge. Allora è meglio rimanere con i piedi per terra e agire solo dove è possibile intervenire.

Per le donne mostrarsi più belle è quasi un dogma che vive di luce propria e s’illumina a fasi alterne: ci sono quei periodi che ti guardi abbrutire e ti compiaci di tanta riuscita metamorfosi da donna a scimmia, e ci sono quei periodi che ti lisci e ti lucidi neanche fossi un pezzo d’argenteria. Poi ci sono anche quelle che, tra una lucidata e l’altra, si gonfiano e si stirano, ma quella è un’altra storia.

C’era una volta una donna: intelligente, consapevole e di bell’aspetto che si chiamava Virginia. Virginia non stava più nella pelle. Dopo tredici anni aveva l’occasione di rivedere Mauro, il suo Mauro, quello che l’aveva smollata per una che da scimmia si era trasformata in gazzella, tanto che la volevano al circo per farle fare La Cavalcata delle Valchirie a quattro zampe, che poi non se n’è fatto più niente perché non riusciva a capire il giro antiorario della pista circense.

Ma Virginia finalmente aveva l’occasione di sfoderare il suo intelletto con una conversazione efficace, priva dei rancori e delle asprezze dell’ultima volta. “Ah, vedrai, sarò dolce e gentile, eviterò accuratamente di parlare di noi, di quel periodo, e lo farò morire. Ah, vedrai, ci resterà come un salame.” Si ripeteva come un mantra mentre abusava della sua ormai frettolosa quotidianità. Sì, perché mancava ancora troppo tempo, tre settimane, al loro incontro e il tempo a tratti sembrava non passare mai oppure si snocciolava alla velocità della luce, come una calza smagliata prima di un appuntamento importante. E tutto questo tempo le stava dando l’opportunità di darsi un’occhiatina un po’ più realistica.

Iniziò dal corpo:

“Beh, certo, se invece di fare l’impiegata avessi fatto i 400 stile libero alle Olimpiadi di Londra forse starei un filino meglio. Oh, ma niente di che eh, Oddio, certo quei tre chiletti in più introdotti in forma liquida quest’estate, sottoforma di aperitivi, e solidificati poi inspiegabilmente nel lato esterno della coscia, beh, quelli dovrei cercare di eliminarli. Potrei lasciarmi morire di fame. Ma poi quando lo vedo invece di abbracciarlo rischio di azzannarlo. Vabbè però la donna un po’ formosa ha sempre il suo fascino. Potrei indossare un burqa, così risolvo pure il problema delle rughe e dirgli che mi sono convertita alla religione islamica per un amore perduto che tanto mi ha fatto soffrire… sì, ma dopo come faccio a mangiare a cena? Che faccio, lui mangia ed io lo guardo. Così poi mi vengono pure i nervi e rischio di spaccargli una bottiglia in testa. Non applicabile.”

Poi passò al viso:

“Eh beh, sul viso la gazzellona mi fa un baffo. Sono sempre stata di bella faccia, come diceva mia nonna… uhm… solo che lui si ricorda la faccia di tredici anni fa e tredici anni, Sant’Iddio, sgorbierebbero pure Catherine Deneuve. E poi questi stramaledetti specchi, da zoom pelo incarnito, che ti scovano il solco prima ancora che trovi il posto dove posarsi, che il diavolo se lo porti a quello che li ha inventati. Cavolo, ho la faccia che sembra un’autostrada, ci sta pure il casello col telepass. Ma com’è possibile che adesso il mio ovale sia diventato lungo, quando ho sempre avuto la faccia tonda, tanto che mio fratello mi chiamava “luna piena” per farmi incazzare? La forza di gravità, eh sì, per forza, quella è la forza di gravità che mi tira in basso. Eh vabbè, del resto è un fenomeno naturale, che posso farci io, mica posso andare all’appuntamento camminando sottosopra, che poi così non mi posso mettere neanche la gonna.”

E fu così che Virginia cominciò a sentirsi minare nelle proprie certezze e pian piano, con il passare dei giorni, cominciò anche a dubitare della sua fantomatica intelligenza. Ogni giorno che passava, sentiva un pezzo di se stessa staccarsi dal suo immaginario, fino a quando arrivò il giorno tanto atteso, e Virginia, ormai deformata dell’idea di sé, decise di fargli recapitare un biglietto al ristorante.

“Mio caro Mauro,

l’idea di incontrarti e di vederti imbolsito e pieno di rughe, perché dopo tredici anni di sicuro sarai così, non mi dà pace. Ho deciso di ricordarti com’eri e non volermene se ti lascio in balìa della gazzellona di vent’anni più giovane di te, che ogni volta che ti vede reprime un conato di vomito. Io con l’età sono diventata troppo debole di stomaco e certe apparizioni rischiano di farmi aumentare la gastrite. Preferisco uccidermi di Nutella piuttosto che di tristezza.

Per sempre tua, ma soprattutto mia.”

E Virginia scoprì che i tre chili in più, che segnava la bilancia, erano tutti dentro la sua testa.

 

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