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Posts Tagged ‘Fernanda Veron’

Fernanda Veron1

Domani faccio cinquantaquattro anni. Non so se è poco o troppo. Non so dirlo, dipende dalle giornate, soprattutto dal risveglio, di quelle giornate. A volte mi sembra di non poterle affrontare, altre invece tutto sembra facile, tutto scorre veloce come su un nastro di energia che non sapevo più di possedere. Però, se devo dirla tutta, le giornate di stanca sono più numerose, oppure semplicemente più faticose e diventano come un numero spropositato rispetto alla realtà. Forse sono stanca. Forse ho sbagliato qualcosa. Forse mi manco, e la mia figura immaginaria, quella che credevo possibile, quando mi pensavo a questa età, è completamente sballata. Forse avevo un’idea di me stessa che stona nel contesto che volutamente, ma anche casualmente, ho voluto creare: del resto non credo sia possibile esibire la fatica di essere, con coscienza, come fosse uno stendardo da attaccarsi al collo. A volte fai delle scelte che pensi consapevoli e invece sono solo cazzate: sarebbe bastato un minimo di tolleranza, un buon carattere (come diceva mia nonna), un gesto minimo di riconciliazione e sai quanti soldi avrei risparmiato dall’analista solo per sentirmi dire che sarebbe bastato avere un minimo, stupido, infinitesimale, bagno di umiltà; il non credersi in diritto di pretendere, sempre e comunque, per appartenenza, per devozione del proprio sesso, sempre impaurito, sempre bistrattato. Siamo generazioni cresciute nella paura di tollerare. Tutto doveva essere assoluto, tutto serviva a rivendicare la nostra condizione, tutto era per vendicare il passato. Un buon carattere. Adesso l’ho capito: è la capacità di essere se stessi con lucidità, lottare da dentro, cambiare la condizione mantenendo intatte le aspettative. Invece io ho lottato da fuori, gettandomi in pasto a ideologie che non avevo capito fino in fondo, che avevo mal interpretato, nutrendomi di esperienze che non mi appartenevano, bagnando tutto in monocolore: in un bianco e nero distorto che non permetteva cedimenti, tradimenti, ripensamenti, incertezze, paure, distrazioni, abbandoni, dimenticanze. Addii. E adesso mi piego a questa condizione, avendo di me un’immagine perfetta, performante (come direbbero alcuni), senza esitazioni; fiera di me stessa mi accompagno, mi guido, mi sostengo, ma altresì mi spavento, perché mi fa paura questa mancanza di paura della mia condizione: come posso non temere questa assenza assoluta dell’amore, come posso convivere felicemente in questa solitudine che pure cerco instancabilmente e che riparo e proteggo dagli eventi esterni? Perché questo essere misterioso mi è cresciuto dentro proprio adesso, adesso che invece avrei bisogno di sostentamento, adesso che avrei la necessità di un sogno?

Eppure non lo so, che dire, proprio non lo so. Ci ho pensato tanto e sempre mi avviluppo. Io non so se sono felice di questa condizione. A volte mi sembra l’unica possibile, altre invece, mi sembra che fuori brilli il mondo.

“La vita è un insieme di cose diverse,

In un certo senso qualcosa che non si discute.

Ma il senso si può sempre cambiare:

Che niente è più eccitante di una buona discussione.

La vita è qualcosa di bello, qualcosa di grande.

Qualcosa che comporta fasi alterne

Con una regolarità che ha del prodigioso

Poiché una fase segue sempre all’altra.

La vita è sempre così piena d’interesse:

Si va, si viene… come un attraversamento di zebre.

Può anche darsi che poi si debba morire,

Ma pure questa può essere una buona cosa.

E comunque ciò non cambia niente.

La vita, si tratta di un insieme di cose diverse,

Sotto certi aspetti e per sovrappiù qualcosa

Che si collega ad altri fenomeni

Ancora oggi poco noti, poco studiati,

e sui quali non è affatto il caso qui di soffermarsi.”

Puntualizzazioni sulla vita – Boris Vian

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veritable benedectine - fernanda veron

Io non so perdere ma ammetto la sconfitta. Isso una tremula bandiera bianca e mi ritiro in un angolo. Ma non so perdere. Riesco a covare rancore per anni senza trovare un minimo di pace, è questione di carattere, c’è poco da fare. Passo dai periodi di pace assoluta a quelli di cazzimma più totale. Abbasso le saracinesche e metto le ganasce ai ricordi, li imprigiono, e loro lì, felici di convivere in un perimetro di memoria così ristretto, evolvono, si trasformano, e diventano giganti pronti ad abbellire quanto di più brutto hanno depositato. I ricordi sono come le nuvole di polvere della pubblicità: li spingi fuori dalla porta e ti suonano il campanello travestiti da rappresentanti della Folletto, s’infilano in casa, nella tua bella asettica casa e si accomodano sul divano in attesa del caffè. In questo periodo il mio divano è molto frequentato. Saranno i cuscini nuovi o la mia rinomata accoglienza meridionale, ma non c’è verso di tirarli fuori, neppure se ti compri la scopa elettrica di ultima generazione, e così mi arrendo e accetto la sconfitta, mi siedo lì nella poltrona e mentre rigiro lo zucchero nel caffè, li guardo organizzarsi.  Si dividono in gruppi da quattro, all’inizio ho pensato che fossero suddivisi in periodi anagrafici decennali, dai venti ai cinquanta, poi ho capito che erano organizzati per potenza emotiva. C’era un tipo che manteneva le fila, disponeva i ricordi e li raggruppava nell’ordine stabilito, era basso e tarchiato e non ricordo affatto di averlo mai incrociato nel mio polveroso accumulo, eppure sembrava uno che sapeva il fatto suo, tanto che a un certo punto ha fatto alzare il ricordo del primo bacio, con fare brusco, per essersi intrufolato furtivo nel settore della separazione. L’ha lasciato lì, in piedi, per un sacco di tempo, abbastanza da mettermi in difficoltà perché non riuscivo a trovargli una collocazione precisa. Perché non lo ricordavo. Solo per questo.

Una volta ottenuto il beneplacito del direttore dei lavori, siamo stati tutto il tempo a guardarci con aria interrogativa, non sapendo bene come comportarci: a me sembrava un inutile e grottesco bagno di folla, a loro una sosta forzata nel regno dell’appartenenza. E regnava l’imbarazzo. Quell’imbarazzo mai sconfitto che si frappone tra esseri che si sono amati o perlomeno che hanno condiviso centimetri di pelle e di cuore in un periodo della loro vita: ne incontri uno al bar e non sai mai se lo puoi toccare, baciare, abbracciare e forse non te ne frega neanche niente di toccarlo, baciarlo e abbracciarlo ché la tua vita adesso è un’altra e non ti ricordi neppure in che settore devi collocarlo, eppure niente, ti acchiappa quella sorta di sospensione che ti ritrovi subito proiettata indietro e cominci a parlare in codice come se il tempo non fosse mai trascorso. Ecco, pensate a una situazione del genere moltiplicata all’infinito nel salotto di casa vostra. Decisamente tranchant.

Con i gruppi 1 e 2, di scarsa/media potenza emotiva, me la sono cavata abbastanza bene, in fondo erano solo recriminazioni di carattere accusatorio e decisamente infantili: appuntamenti mancati, tradimenti, storie e amicizie troncate senza un apparente motivo valido, piagnistei adolescenziali insomma, che a questa età fanno solo sorridere. Abbiamo chiacchierato amabilmente rettificando il tiro laddove in passato si era arrivati alla tragedia greca e alla fine ci siamo salutati con tenerezza: alcuni sono rimasti perché si sentivano di appartenere alle altre categorie, altri sono rientrati nei cassetti e altri ancora hanno preso l’uscio di casa per non farvi più ritorno.

Per il gruppo più azzeccoso, quello che non lo togli via neppure con la candeggina, la lotta è stata ìmpari e cruenta. I due gruppi coalizzati dalla convinzione di esseri i migliori, si sono scagliati con una ferocia inaudita contro quella che sembrava essere l’unica strategia possibile per evitare spargimenti di sangue: ridimensionarli; cercando di sorvolare sui singoli dettagli, per inglobare i ricordi in una prospettiva sistematica di scambio comunicativo a basso livello di personalizzazioni, provando in pratica a ridurre l’intensità ed evitare così ossessioni e paranoie persecutorie. Ma che ci pensi a fare! Non c’è niente di peggio che levigare i ricordi, ti convinci di averli tirati a lucido e poi, quando distrattamente ci passi una mano sopra, ne esci insanguinata. Loro stanno lì, radicati nel tuo corpo, che se li spingi via dal cervello, riemergono sul cuore, più affilati che prima, più taglienti che mai. Sono loro, quelli della fascia alta, che determinano i ricordi successivi, che riaccendono le lampadine della memoria e ti fanno fuggire via: “Ah no, non se ne parla nemmeno, questa sensazione la ricordo… so già come va a finire, devo scappare a gambe levate!”. E così a un certo punto ti accorgi che la tua vita si è trasformata in una fuga perpetua: scappi da tutto senza una ragione precisa, cominci a odiare gli imprevisti, diventi diffidente e ti accoccoli sul cuscino della memoria giustificando così ogni negazione. E ti distacchi dal piacere. E un battito di cuore diventa un’extrasistole da curare al più presto, diventi medico di te stesso convincendoti che sai bene come affrontare questa malattia che è la più tenace, la più infida, quella che ti arriva alle spalle e ti si piazza davanti con un mezzo sorriso di sfida. La mia malattia è l’accettazione dell’amore. Ha un nome, ma non una forma. Ha una tristezza e un’euforia, un alto e un basso, una fuga e un ritorno. E un ricordo. É uno scarabocchio sulla mia spavalderia, un buco nero che non emerge al sole, un coraggio che si fa timore. L’accettazione dell’amore è l’accettazione di se stessi: la capacità di accettare la sconfitta sapendo bene che le ferite non saranno mai mortali, che potrai sopravvivere e che farsi del male a volte fa bene, che la tua pelle è fragile e il tuo cuore spugnoso e che può piangere in eterno pur mantenendosi in vita. Ti ricorda che dovrai aggiungere un posto sul divano, perché l’amore spesso non ti vuole, però ti cerca sempre.

L’amore è solo per i sani

per i diversi

per quegli esseri risolti

che si esaltano

nelle pieghe dell’affetto.

L’amore non è per quelli

come noi

che stanno tutto il tempo

a stirare un tessuto ormai logoro

che serve a ingannare

a intrappolare.

Siamo impostori.

Siamo disperati.

Siamo la mano di vernice

a colorare la macchia lineare

deposta dentro il cuore:

quella piccola

insignificante cicatrice

che riemerge lucida

e gonfia

ogni volta che ti guardo.

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fernanda veron

Devo rimanere qui

ferma in questo tempo

a guardarmi con occhi lucidi

senza meschinità

e facili assoluzioni.

Sono quella che sono

l’ho detto tante volte.

Ho fatto del male

ho tradito

sono fuggita

quando era il caso

di restare.

Rimanere.

A consacrare

una felicità perduta.

Non ho avuto

rispetto per l’amore

e l’amore oggi

mi porge il conto

negandomi a se stesso.

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Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci disuguali
e mi dicessi: “Amore mio,
ma che è successo?”, sarebbe un pezzo
di teatro di successo.
(P. Cavalli)

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La verità

è che ci siamo lasciati

non perché stanchi

l’uno dell’altro

ma perché stanchi

di noi stessi.

Perché volevamo essere altro

da ciò che siamo diventati.

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