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donna allo specchio-picasso

Certe volte ci provi a scrivere qualcosa, perché dentro c’è sempre qualcosa che bolle e stai un paio di giorni sospesa su una storia che non c’entra niente con la tua vita ma chissà perché in quel momento, mentre la scrivi, sembra che ti appartenga. Stai un paio di giorni a vivere la storia di una che non conosci e ti rendi conto di quanto possa essere difficile e complicata la vita di chi scrive libri veri, di quelli che vivono due esistenze parallele: la propria, forse diversa, e quella del protagonista, forse pazzo e innarivabile.

Trovandomi in un momento d’impasse tra la quotidianità gretta e ostile e la fantasia più sfrenata, talmente sfrenata da navigare oltre le righe, ho cominciato a immaginare la vita di una tipa di nome Agnese che vive in un attico della Milano bene, vittima di se stessa. Ho cominciato ad affezionarmi al personaggio ma più la comprendevo e più mi faceva incazzare per la passività del ruolo che non mi corrisponde e per l’arrendevolezza che trovo fuori luogo rispetto al contesto della storia. Insomma sono due giorni che mi aviluppo su questa cazzo di Agnese fino a capire che in realtà, e veramente, forse non ho niente da dire. Forse la mia vita in questo momento è talmente piatta e inutile e ferma e fotografata da non produrre niente, neppure un minimo pensiero. Cosa si fa in questi momenti? Si cavalca l’onda e si esce per serate sperando che la movida scateni un pensiero intelligente, oppure si chiude la trasmissione per interruzione dei lavori come di un cantiere che nulla ha da offrire tranne una consueta e banale perforazione del selciato. Una cosa forse l’ho capita: che se non ami non scrivi. Anche se sembra banale.

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Agnese s’è messa a sfregare. Con un’unghia laccata di fresco di un rosso porpora tendente al corallo segue una traccia scura sul pavimento di marmo, probabilmente il tacco di una scarpa nera, presumibilmente nuova, forse di Enrica che cammina trascinando i piedi.

L’immagine di se stessa la coglie impreparata, ai primi chiarori dell’alba dalle finestre del suo attico di pregio una luce bianca attraversa le tende di lino e le rimanda la sua figura di donna, bella, ancora piacente, vestita di tutto punto, inginocchiata ad accanirsi su una riga, tra il secchio e la ramazza. I ginocchi le dolgono, si sfila le scarpe grigie di Louboutin con suola rossa e tacco 12, accartoccia sulle cosce la gonna, anch’essa grigia, fino a scoprire il pizzo delle Wolford autoreggenti e si dispone sui talloni con la schiena eretta in posizione della Sedia. Respira. Ma l’aria non arriva. Riprende il suo percorso, in quella che le appare l’unica attività possibile per salvarsi la vita in una serata come quella e che le sembra l’unica alternativa gestibile al volo dal balcone: lavare i pavimenti. Fa ricorso ai vecchi insegnamenti del Maestro, concentrandosi sul “QUI E ORA”, e come le hanno imposto nei tempi passati nel Monastero Zen strizza per bene lo straccio e sempre in ginocchio parte dall’angolo sinistro con movimenti orizzontali e attraversa tutta la stanza in una sorta di zigzag risolutivo. Si chiede se è ubriaca dopo la serata passata nel solito finto ristorantino del centro a ingurgitare pessimi cocktail ascoltando pessima musica e sorridendo a pessime battute.

La serata è partita qui, dal suo appartamento, con un giro di spritz che Helèna ha sapientemente preparato prima di andare via: un paio di candele sparse per casa e qualcosa da sgranocchiare in attesa dell’arrivo di Guido, con tutti gli uomini disposti da una parte a
parlare di soldi e le donne dall’altra a parlare di scarpe. Poi Guido ha telefonato:

“Ciao amore, scusami ma non ce la faccio a tornare. C’è un imprevisto in ospedale ed è probabile che debba rimanere qui per tutta la notte”

“Ancora? Ma non è possibile. Guido ma che sta succedendo? Passi più tempo in ospedale che a casa. Non ci sei mai, sono sempre sola.”

“Senti Agnese adesso non ho tempo di stare qui a fare l’analisi del nostro matrimonio, ho dei casi urgenti, sai bene com’è il mio lavoro! Ne parleremo in un’altra circostanza. Ciao, saluta tutti e porgi le mie scuse. Ci sentiamo domattina”

Agnese resta ferma per un tempo che le sembra infinito con una mano poggiata su una scultura di Vitaloni e l’altra che trattiene il telefono. Resta fissa a guardare la mano sulla testa dell’animale che le sembra vero, mentre è la sua figura ad apparirle come una scultura, come una pessima rappresentazione della moglie tradita. Si gira lentamente e attraversa con gli occhi tutta la sua vita: capta di sfuggita le risa fragorose degli amici sulla terrazza, viene folgorata dallo scintillio dei bicchieri colpiti dal riverbero della candela, nota una scia scura sul pavimento di marmo bianco. E pensa questo: all’improvviso capisce di essere diventata una macchia scura in un mosaico perfetto, una macchia scura lasciata dalle scarpe di un’altra sulla propria esistenza. Ora non è altro che “la moglie di Guido”. Ha perso anche la sua identità e nessuno ricorda nulla delle sue rinunce, di quando lavorava alle traduzioni delle dispense pur di guadagnare abbastanza per offrire a Guido la possibilità di scegliere. Aveva rinunciato alla sua di vita per offrirla a lui, erano folli come Paul e Corie di “A piedi nudi nel parco”, ma ora è diventata obsoleta, ora c’era Catherine, la nuova assistente, il genio incompreso della medicina. Ma quand’è che scatta il momento della resa, quando la seduzione del tuo essere femmina, costruttiva determinata e sensuale, perde di potenza, quando accade, in quale preciso momento il tuo uomo smette di guardarti come una preda conquistata a fatica nella giungla del banale. Quando smette di crederti unica e insostituibile. Lo intuisci solo se accade, quando guardandoti allo specchio ritrovi tutte le insicurezze dell’adolescenza: in fondo non eri un granché, in fondo lo dicevano tutti che eri bruttina e neppure tanto intelligente, in fondo te lo meriti. In fondo.

“Miei cari, se volete possiamo andare, Guido ci raggiungerà più tardi… ha avuto un imprevisto in reparto” recita Agnese con finta allegria.

Passa un attimo di gelo ricomposto subito in caciara. E’ insolito il comportamento delle persone che temono l’imprevisto. Restano lì, un attimo sospesi, e la osservano guardinghi, con timore, per paura di un colpo di coda dell’ultimo minuto, paura che rompa gli argini e diventi folle, addirittura che possa scoppiare in un pianto inconsulto e decisamente di cattivo gusto. E’ strano come diventi immorale la difficoltà degli altri, di qualcuno che all’improvviso decida di rompere lo schema: “In fondo l’ha sempre saputo che Guido la tradiva e adesso? Adesso vuole solo rovinare la serata a tutti”. I pensieri sono quasi palpabili e attraversano le stanze come flussi di energia. Agnese decide di rientrare nel ruolo e fare quello che sa fare meglio: fingere di essere felice.

“Ora mi alzo e vado a dormire”. Con un gesto da atleta sconfitta butta lo straccio nel secchio, si asciuga le mani sulla maglia, all’altezza del petto e si dirige in bagno per accovacciarsi sul bidet: si alza la gonna, si sfila le mutande e inizia a lavarsi. Un bidet. Per cancellare le dita di Francesco che, accompagnandola a casa, ha pensato bene di sollevarla dalla tristezza, infilandole due dita tra le cosce. “Sono diventata una donna da consolare” si ripete compassionevole mentre sfrega ripetutamente la mano larga e umida su un sesso asciutto. Si infila il pigiama e va a dormire: crema per le mani, un Lexotan per dormire, sveglia alle h. 12,00. Domani ha un brunch con le amiche.

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