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E poi ci sono quei ricordi. Quelle date che restano ferme nel tuo calendario, quelle date che hanno spezzato rami e che non sai definire quanto siano tristi perché trascinano dietro altri ricordi di un tempo non tracciato. Entri dentro quei numeri che non significano niente e ti ripeti che anche con un altro numero, con un 18 o un 21, sarebbe stato tutto ugualmente insopportabile, ma la nostra cultura ci impone di commemorare, di mettere una croce sul calendario della scrivania su un 17 di un mese preciso, quando hai capito che la tua seconda vita varcava la soglia della terza. Ti infili dentro un silenzio e fai finta di niente. Vorresti parlarne con qualcuno ma le tue date per gli altri sono solo numeri che chiudono l’estate. Vorresti abbaiare. Vorresti che qualcuno abbaiasse per te.

E poi ci sono quei ricordi che non vorresti ricordare, ma poi ti prende la paura di dimenticarli, allora ti sforzi di ripercorrere ogni particolare e scrivi a qualcuno per raccontare un’altra storia perché hai paura di raccontare quella vera. E se qualcuno ti chiede “cos’hai?” tu rispondi “niente, solo una giornata storta” perché esistono delle regole non scritte che classificano le assenze: ci sono quelle di primo grado e quelle trascurabili e tu sai che il tuo dolore, che per te è di primo grado, in realtà appartiene al secondo. Devi avere pudore anche nella sofferenza.

E poi ci sono quei ricordi che fanno più male, anche se ne hai avuti di peggiori, di quelli di primo grado per intenderci, ma su alcuni non c’è proprio niente da fare, fanno proprio più male, anche se di categoria inferiore. Perché sono ricordi che si trascinano cambiamenti di realtà sospese che diventano definitive e diventano altro e ti trasformano in una che prima quando entrava in casa trovava un sacco di cuori accesi e adesso ha smarrito anche il suo.

E poi ci sono quei ricordi che lasciano un silenzio. Un vuoto di rumori che puoi sostituire con altri rumori, ma non saranno mai gli stessi. Vuoti che lasciano più tempo, addirittura anche più soldi. A volte se ci pensi ti senti più rilassata, con meno impegni, puoi cominciare a prepararti per la stagione invernale: decidere se fare yoga o pilates, togliere quel ciuffo che il sale e il sole hanno reso di un orrendo giallo paglierino, restare in ufficio fino a tardi e rimettersi in carriera, andare fuori nel we senza sensi di colpa. Sì, se ci pensi, puoi fare un sacco di cose, peccato che non ti freghi proprio niente di tutta questa storia.

E poi, da ultimo, ci sono quei ricordi che ti fanno appendere vecchie foto alla parete, perché pensi che se mai dovessi scivolare dentro la vasca da bagno qualcuno si imbatterà in quelle foto e sorriderà di quei ricordi che fanno di me quella che sono.

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geco

E poi succede che sto lì e li aspetto arrivare. Hanno facce strane, forse imbarazzate, di certo non rassicuranti. Cercano uno spazio nuovo in un nuovo spazio e li vedo circolare, un po’ ansimanti, giusto per non far vedere. Loro sono loro e sono la mia famiglia (o quanto di più vicino, a questo termine, che non ha mai fine) che sa tutto di me, anche quello che non dovrebbe sapere. Hanno bisogno di tempo per capire, per acclimatarsi (ho sempre desiderato usare questa parola!) per distinguere quella che viveva in una casa d’acciaio con un cane enorme e un uomo invisibile ma ugualmente ingombrante, con una piena di cose raccattate nei mercatini che vive con un gatto selvatico e cucina couscous. Non mi riconoscono. Oppure ricordano ma ne sono spiazzati. Sono tornata indietro o per meglio dire, sono tornata al punto di partenza e appendo quadri alle pareti che fanno schifo, ma sono miei e riduco il terrazzo una bolgia di piante e colori senza senso. Senza architetto. Senza visione d’insieme. Senza nessuno che mi dica che il gelsomino mal si combina con la pianta di limone, senza nessuno che mi dica che per essere felice devi contenere le emozioni e aspettare un rammendo occasionale.

Anche nella vita d’acciaio cercavo a fatica di mantenere uno stato di equilibrio solidale, solo il mio cane riusciva a trattenermi dove altri avevano fallito, solo lui riusciva ad ancorarmi al nulla quotidiano. Il ritmo lento della passeggiata, l’andirivieni inutile del percorso sequenziale. Sparito lui è crollato il mondo. E si è trascinato tutto dietro. Lo so che, chi non ha un rapporto dipendente con gli animali, non riesce a capire di cosa parlo, eppure è così, la vita e la morte di un cane che hai amato determina un “prima” e “dopo” della tua esistenza, e nulla serve razionalizzare, è così, punto e basta.

E allora sbandi tutti e ti ritrovi occasionalmente a essere te stessa, senza per’altro averlo desiderato o capito, e vedi che la tua famiglia si ritrova e come in uno scontato film di Ozpetek ricomincia a sopportarsi. E scorre amore e pace e serenità e voglia di stare insieme.

Quando si dice che un pranzo sul terrazzo, in una calda giornata di giugno, è stato un successo.

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A volte sale, ma non sempre. Spesso si accontenta di farmi scendere il cane, di depositarlo come una valigia nel vano dell’ascensore, di spingere il tasto “terra” e di farselo recapitare come un bagaglio disperso in aeroporto. Assecondo queste decisioni, è faticoso averlo per casa, nella nostra casa, o per meglio dire in quella che è stata la nostra casa, si aggira spaurito, come un ospite che è stato a cena troppe volte per aspettarsi una sorpresa dalla cuoca. Non ho più sorprese da offrire. Dopo dieci anni non ho neppure parole da dire, dopo dieci anni è stato detto tutto e forse anche troppo. A pensarci bene avremmo potuto tacere molto, se ci fossimo affidati all’antica consapevolezza dell’amore fraterno, che dura in eterno, perché frutto del tacito accordo tra due esseri complementari, ma privi di colpi di scena. La passione è un colpo di scena. E’ un coup de théatre, quello che ti capita quando non vorresti mai distrarti da te stesso. E’ inevitabile, come una malattia, e noi ci pensavamo troppo avanti per replicare quanto già vissuto.

–          Mi scendi il cane?

–          Certo. Come stai?

–          Bene, e tu? Hai iniziato il corso di pittura? Sei contenta?

–          Sì, mi piace molto. Sai che è un mio antico desiderio.

–          Sono contento … vabbè ci sentiamo, poi mi dici. Mi raccomando.

Ecco, cosa siamo. Voglia di raccontarci. Con la paura di farlo. Paura di tornare indietro, di replicare quanto con fatica è stato abilmente e irrimediabilmente distrutto. Allora si finge. Io che non vedo più la sua bellezza, il suo corpo statuario, il suo viso perfetto. Lui che non vede più le mie trasformazioni, le mie evoluzioni, le mie battaglie perse e le mie inevitabili cadute.

A volte invece sale. Entra in casa e ci aggiriamo per le stanze con il timore di replicare un’intimità che ci potrebbe scaraventare immediatamente nella vita passata da poco, eppure già così distante. Evitiamo così di guardarci negli occhi, perché quando capita, di sfuggita, casualmente, mentre osservi il gelsomino che è cresciuto nonostante la sua assenza, sfugge un sorriso degli occhi, una confidenza antica, fatta di vita vissuta, di colazioni silenziose e progetti mai realizzati.

I sogni che ti accompagnano ad un altro te stesso, sono di quanto più deleterio tu possa conservare. Sono illusioni. Sono solo memorie.

Lo guardo e rammento di quando l’ho chiamato disperata perché avevo paura di noi, mentre lui era in montagna ad arrampicare, lontano, e di com’è tornato indietro. E rammento  tutto di quella giornata, quando spinti dalla fame, siamo andati in un posto sfigatissimo a mangiare pesce fritto e bere birra, e di come aspiravo il suo odore seduta dietro la moto e di come mi sentivo piena di quell’essenza. Ecco, questo è il mio flash di lui. E’ questo che mi resterà sempre nella memoria. E’ questo il momento di beatitudine. E’ questo il momento dell’amore di lui, che condensa dieci anni di convivenza. Bastava fermarsi lì. A saperlo.

Ora lo guardo e mi sforzo di provare qualcosa, ma non sento niente e questo mi rattrista. Vorrei poter soffrire, ma lo guardo nelle sue scarpe modaiole, acquistate con la sua nuova donna bambina e mi fa tenerezza. Non c’è traccia di lui, è un’altra persona che finge con me, di essere diverso. Non riesce a stare solo, ha sempre bisogno di qualcuna che gli indichi una strada e non ha la capacità di valutarne le potenzialità. E’ un uomo destinato alla solitudine.

Forse anch’io sono destinata alla solitudine e questo faceva di noi due, esseri complementari, ma della mia solitudine mi sento di affermarne la differenza: non ho bisogno di essere accompagnata, ho soltanto bisogno di me stessa ed è soltanto questo che rende le donne più forti e più consapevoli.

Ed è soltanto questo che lo spaventa, la mia rinuncia a cercare una pedina qualsiasi da soprapporre al gioco dell’abbandono.

Ed è solo questo che lo spaventa: la consapevolezza, di essere stato nella mia vita, solo una fragranza portata dal vento.

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