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Posts Tagged ‘Giorgio Gaber’

Eh, vabbè, ieri pomeriggio ero a un comizio. No, non ero sul palco, ero sotto il palco, a sgombrarmi un po’ la testa dagli ingorghi precostituiti dei poteri forti. Tipo quelli che ti ritrovi puntualmente sul parabrezza della macchina ogni volta che, in ritardo e sotto la pioggia, ci sali sopra: ti allacci le cinture, accendi il motore e come vai per azionare il tergicristallo ti trovi la faccia da demente, mai vista prima, che ti sorride spiaccicato contro il vetro e che ti dice: “Ho sempre pensato ai tuoi bisogni” e puntualmente ti tocca di bestemmiare di prima mattina, slacciare le cinture, scendere dalla macchina sotto la pioggia e staccare la faccia del coglione dal vetro della tua macchina. Ma non si stacca. Allora con le unghie ti tocca pure di raschiare il vetro e dentro te stessa ti riprometti che MAI, neppure in punto di morte, voterai quella testa di minchia. Poi arrivi in ufficio e fuori dall’ingresso principale ti trovi il tipo con i santini di Forza Italia e capisci che è inutile stare a discutere per dirgli che sei di tutt’altra sponda, fai prima a prenderli e gettarli nel primo cestino disponibile. Ma non è finita, poi arriva l’ossessione telefonica:

“Buongiorno, è disponibile a esporci le sue preferenze sulle Liste? Lei cosa ha deciso di votare tra Caio e Sempronio?”.

“Voto Tsipras”

“Ah, ma questo non è nei sondaggi. Se dovesse scegliere tra Caio e Sempronio chi voterebbe?”

“Ho detto che voto la Lista Tsipras, che è, sei sorda?”

“Va bene, mi scusi arrivederci”

Come avrete capito, la mia è una di quelle città che domani dovrà votare un po’ di tutto: dal sindaco, alle regionali, alle europee e quant’altro. Ieri pomeriggio ero ad un comizio della Lista Tsipras, l’unica che da sempre mi rappresenta, (prima aveva altri nomi ma la sostanza è la stessa), sono anche candidata mio malgrado pur non avendone le caratteristiche fondamentali: nel senso che non sono capace neppure di chiedere che ore sono, figurati il voto. Eravamo i soliti “pochi ma buoni” e accanto, nella piazza principale della città, il candidato PD sfoggiava tutta la sua prestanza fisica con tanto di majorette, attori e saltimbanchi. Dall’altra parte il sindaco in carica, esponente di destra, sbloccava la strada principale della città, dopo averla chiusa da un paio di mesi (guarda caso che tempismo!) per “riqualificazione del tessuto urbano”, costringendo i negozianti del quartiere a chiudere bottega.

Mentre ascoltavo il mio comizio, mi divertivo anche a guardare le facce dei passanti: dei ragazzi in modo particolare. La mia è una città molto commerciale e provinciale, per la maggiore composta di fighetti vestiti benissimo, sempre impegnati al cellulare, che si muovono in gruppo con le medesime intonazioni di colore; li vedevo passare con i loro sacchetti di acquisti firmati, li vedevo sorridere alle parole che coglievano di sfuggita come “reddito minimo garantito” e “tutela del porto e del territorio”, li vedevo ridere, ma dietro immaginavo le loro famiglie sempre più disperate, con la fatica di arrivare alla fine del mese e garantire a quel ragazzotto con i jeans firmati, di circolare liberamente fregandosene di quanto accade nella sua città. Mi sono sentita vecchia. E stanca. Come una di quelle babbione convinte che la partecipazione non sia un concetto astratto. Come di quelle babbione convinte che votare sia un atto di coerenza e di attenta riflessione.

Poi sono tornata nella mia casa di proprietà, con il mio stipendio alto e fìgogarantito (da buona schiava del sistema industriale), con il mio abbonamento a SKY e la mia cena salutista e mi sono sentita una merda. Anche se non vesto Prada, anche se finanzio tutto quello che c’è da sostenere da Emergency al WWF, anche se sono sempre pronta e disponibile a sostenere i diritti degli altri, ma francamente mi sento un grosso bluff: specialmente quando mi accorgo di aver smarrito la mia tessera elettorale!

Questo ho fatto in tutto questo tempo di assenza dal blog: ho creduto di credere! Ma forse è proprio questo che fanno quelli che credono!

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Oggi mordevo

un labbro

per l’attesa

era il mio di

labbro

quello inferiore

quello più indifeso.

Ho cominciato

lento il rosicchiare lento

e più l’attesa

si faceva attesa

e più penetravo la carne

con gli incisivi larghi e prepotenti.

A volte mi aiutavo

con un dito

cercando di spingere

l’offerta al sacrificio

altre giocavo

d’improvvisazione

di finta distrazione

per colpire netto e non lasciar la presa.

Era un gioco del corpo

per non sfoggiar tempesta.

Era un gioco di testa

per non mostrar la resa.

 

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