Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Il libro dell’inquietudine’

090

 

“Ho assaporato numerose parole. Credo profondamente che questo sia tutto e che non vedrò né eseguirò cose nuove”.

La solitudine mi viene rimproverata come una colpa. Alla stregua di una vendetta. Quasi che, privando gli altri di me stessa, operassi una sorta di rivendicazione postuma su un precedente malessere. Spesso non è così. Spesso è solo agorafobia nel suo significato più esteso, più elitario, più devastante. Mi sembra spesso di non avere nulla da aggiungere con la mia presenza a tutto quello che mi circonda e anzi, quello che mi circonda spesso mi distrae, proponendo sempre nuovi stimoli che arrecano disagio e scarsa interpretazione di me stessa. E mi ritrovo quindi, quando mi violento per esserci, ad essere estranea da me, recitando una parte che non mi appartiene: di persona certa del suo spazio e che delimita con gesti misurati eccessivi e circospetti lo spazio che circonda.

La necessità di casa diventa una malattia: il luogo protetto come una postazione da Star Trek da cui controllare tutto e rispondere se vuoi rispondere e comunicare se vuoi farlo. E diventa sempre più frequente il bisogno di non farlo, di non rispondere al telefono, di non lasciare tracce del mio passaggio, di sparire come una nuvola di fumo che non lascia scia e neppure intossica, per il passaggio talmente breve da non destare alcuna preoccupazione. A volte mi violento, per rimettermi in riga, e oltre al lavoro che mi impone una presenza costante, ciarliera e ben disposta, mantengo un certo accettabile atteggiamento sociale che mi costringe a relazionarmi con gli altri, sempre in un limite ben definito, sempre senza allargare troppo all’esterno, sempre chiudendo appena possibile. E gli occhiali neri sono un rifugio e i cappelli diventano un nascondiglio.

Mi conforto di parole, di frasi memorizzate che ogni tanto mi ripeto come una cantilena e mi dico che tutto è ok, che ognuno di noi vive il proprio spazio, che le evoluzioni dell’età spesso diventano razzie, che bisogna assecondare il proprio istinto e anche quello di nascondersi. Anche quello di mimetizzarsi. Leggo. Tanto. Guardo troppi film. Mi relaziono in un mondo immaginario escludendo il reale e scartando il possibile.

“Ho perseverato nell’avvicinarmi alla felicità e all’intimità della pena”.

Ho provato a essere felice, ho passato la maggior parte della mia vita a perseguire un’idea di felicità, per accorgermi alla fine che non era la mia. Ho vissuto la pena di scoprire di aver confuso il sogno con il bisogno: di aver seguito un disegno astratto le cui linee erano disegnate da altri, da quelli che sapevano, quelli che sviluppavano un destino da dedicarmi che non ammetteva deroghe o sviste superficiali. Non sono stata all’altezza del ruolo, sul più bello mi sono distratta, quando credevo di aver raggiunto il traguardo ho fatto l’errore di osservarmi e ho chiuso gli armadi, ne ho precluso l’ingresso, creando un mondo mio di difficile accesso.

Sono serena in questa fase di sospensione della mia vita. Mi viene in mente Pessoa che nel suo “Il libro dell’inquietudine” dove descrive perfettamente il suo stato sempre uguale, senza attese, senza imprevisti, riducendo la speranza, rinunciando alla possibilità:

“Guardo, come una distesa di sole che rompe le nuvole, la mia vita passata;  e mi accorgo con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un’ebbrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l’attore, ma i suoi gesti”.

Chiudo con una poesia di Jorge Luis Borges che ha ispirato questo post mentre sul divano sfogliavo le pagine di egregia finezza che solo i libri datati riescono a regalare:

La Mia Vita Intera

– Qui un’altra volta, le labbra memorabili, unico e simile a voi.

Ho perseverato nell’avvicinarmi alla felicità e all’intimità della pena.

Ho attraversato il mare.

Ho conosciuto molte terre; ho visto una donna e due o tre uomini.

Ho amato una ragazza altera e bianca e di una ispanica quiete.

Ho visto un sobborgo infinito dove si compie un’insaziata immortalità di tramonti.

Ho assaporato numerose parole.

Credo profondamente che questo sia tutto e che non vedrò né eseguirò cose nuove.

Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino in povertà e in ricchezza quelle di Dio e quelle di tutti gli uomini.-

Read Full Post »

 pattytw

Ora è il mio compleanno. Proprio adesso. 21 Aprile 1962. Sono vecchia, forse sì, di sicuro è che sono tanta: tanta memoria, tanta strada e parole e rinunce e addii e riconciliazioni e abbandoni e rabbia e rinascita e sconforto… tanta fatica insomma, e case da cambiare e sorrisi da rifare e moduli da riconsiderare ed etichette da riclassificare.

Per festeggiare degnamente la mia settimana santa, da buona vecchia spaventata dalla morte, mi sono regalata un check-up completo, di quelli che ti rivoltano come un calzino, per scoprire a suon di centinaia di euro, che sono sana come un pesce: come un pesce abbandonato sulla banchina da un pescatore distratto mi viene da pensare! Dovrei essere felice, sì, ne sono felice, ma adesso che ne farò di tutta questa salute?

Allora, giusto per minare tanta buona sorte, ho fumato come una turca e stappato un Marramiero Rosé, niente di speciale, solo per il gusto di una bollicina da frantumare con un pensiero negativo. Non sono uscita a cena non ho visto gente non ho incontrato sconosciuti e neppure conoscenti (di cui peraltro non mi frega niente), non ho fatto feste e sorriso invano, non ho detto “oddio che bello… il regalo più bello del mondo… mi serve proprio” mentre so benissimo che quello che mi serve non è in vendita. Niente. Apatia totale. Immagine non pervenuta.

Perché in realtà quello che vorrei e che non riesco a ritrovare è la mia libertà. La libertà di essere me stessa e di pianificare l’imprevisto. Quella libertà che ti fa credere ancora di poter partire per fermarti altrove e cambiare così il corso del tuo tempo. La libertà di avere ancora tempo. E di possederlo ancora, quel tempo, che ti riporta a uno stato irresponsabile, che non ti fa pianificare l’agenda e spostare gli appuntamenti, che ti lascia libera di assentarti dal mondo senza alcuna giustificazione tranne la necessità impellente e irrefrenabile di andare al mare. Quella libertà che non ti porta ad indagare la tua immagine allo specchio nel tentativo, sempre vano, di ritrovarci una qualche essenza della tua primaria follia: vedi solo rughe… poi le allarghi con le dita e diventano persone.

 “L’uomo non deve potersi guardare in volto, perché è la cosa più terribile che esista. La Natura gli ha dato il dono di non potersi vedere, come gli ha dato il dono di non poter fissare i suoi stessi occhi.

Soltanto nell’acqua dei fiumi e dei laghi egli poteva fissare il suo volto. E perfino la posizione che doveva prendere era simbolica.  Doveva curvarsi, abbassarsi per commettere l’ignominia di vedersi.

L’inventore dello specchio ha avvelenato l’animo umano.”

(F.Pessoa – Il libro dell’inquietudine)

Read Full Post »