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Posts Tagged ‘il tempo fermo’

A volte siamo convinti di fare la cosa giusta, di aver trovato la quadratura del cerchio, di aver scovato quel senso minimo di equilibrio che ci permette una convivenza accettabile con il resto degli acrobati. A volte, mentre cammino per le strade, mi sembra di vederci tutti camminare sui fili, sospesi tra le nuvole con le nostre teste erette e le mani tese a trattenere un bastone: che può essere una ventiquattrore, una borsa firmata o addirittura un trasportino per gatti. A volte, mentre cammino per le strade, mi viene da ridere da sola, mi sembra tutto talmente ridicolo ed io stessa mi sento a disagio, su quella fune sospesa a centrare un tacco dodici sulla corda tesa. Perché non sempre esci preparata, a volte ti capita all’improvviso mentre giri un angolo di strada: trovi un piccolo dosso, lo percorri, e ti ritrovi sulla fune, allora provi a toglierti le scarpe, ché a piedi nudi è meglio, ma non sempre ci riesci. E quando non ci riesci, beh, allora capisci che la giornata è tutta in salita. E se poi non ne vedi la fine, se non riesci a scorgere l’altro capo della fune, allora sì, che ti aspetta una bella invernata in salita.

Esistono delle regole e delle precedenze nel mondo dei funamboli: quando vedi qualcuno che ti taglia la strada perché in quel momento ha scovato l’equilibrio perfetto, devi lasciarlo passare, non puoi intralciarlo, non puoi alzare la tua misera bandierina bianca per attirare l’attenzione, quello è il suo momento, quella è la sua corsa per la meta. Anche se non condividi, anche se ti sembra una cazzata, perché lo sai che a quella velocità non arriverà mai da nessuna parte, beh, lo devi lasciar provare. Questa è la regola. L’unica cosa che ti è concessa è di lasciargli campo libero e di soffermarti in silenzio, o accorrere, magari, in caso di necessità. Oppure quando incontri l’indeciso, quello spaventato che ogni due passi torna indietro, e poi si ferma, e poi riflette, e poi riprende, anche quello ha un suo perché: è in attesa del suo tempo, della scintilla che lo porterà a rischiare, a giocarsi quel momento che lo farà cadere perché poco ardimentoso (il destino premia gli audaci!), ma lo costringerà a riprovare perché la fune è sempre lì e indietro non sa più tornare. A volte invece, se hai culo, ma davvero tanto culo, trovi qualcuno che ti accompagna. A volte ti cammina davanti, a volte dietro, ma è sempre lì, pronto a raccoglierti e cominci a farci affidamento: le scarpe non te le togli più, tanto c’è l’altro, il bastone lo metti verticale, che ti dolgono le braccia, e ogni tanto scivoli, quasi apposta, per controllare che l’altro stia sul pezzo. Ma non funziona così. Il problema è che te ne accorgi solo a metà percorso, quando hai mollato tutti i sostegni e ti giri indietro ma non trovi nessuno.

In questo periodo mi trovo sulla fune. I tacchi non li porto per fortuna, ma in compenso ho con me una valigia piena di ricordi, una valigia che pesa maledettamente e che a volte vorrei lasciar cadere, ma poi mi prende la paura di non avere nulla da portare dall’altro capo della fune. E se poi ne ho bisogno? E se poi mi chiederanno chi sono e che bagaglio interiore porto con me? Come farò a stare in silenzio, perché le parole non saranno mai abbastanza? Come potrò giustificare una tale aridità: arrivare puri e spogli, senza cicatrici, senza raggi di sole dipinti sulla pelle, senza sorrisi e increspature della pelle. Senza un vissuto. Un funambolo senza memoria. Niente di più ridicolo! Allora me la trascino appresso la mia valigia, ma questo m’impedisce di avanzare, dovrei buttare via qualcosa: un luogo, un momento, un oggetto e alcune persone. Ma ho capito di essere come quei funamboli indecisi, quelli che hanno paura del vuoto, come quelli che restano nel mezzo mentre tutti gli altri dietro li incitano ad avanzare: mi tengo tutto addosso in attesa di cadere.

Sarà per questo che ho detto alle mie amiche che in quel posto non ci andrò. Che non prenderò quel volo già prenotato, che non percorrerò quelle strade e non mangerò quel cibo e non ascolterò quella lingua piena di esse. Sarà per questo che ci saranno buone probabilità che io rinunci alla gioia di condividere un viaggio con loro, perché non me la sento proprio di gettare la valigia, perché non è ancora il momento, perché ho paura che dopo, con essa, getterò via anche me stessa, perché ho capito che devo imparare a convivere con il passato ma senza frantumarmi le palle volontariamente, perché mi potrebbe prendere bene ma anche prendere male. Per me, per la mia deleteria attitudine di mettermi costantemente alla prova, riuscire a capire di non essere in grado di affrontare una prova di forza, la considero una grande vittoria. Peccato che sia l’unica a pensarla così. Quando ieri sera ho comunicato questo mio disagio, ho avvertito una sospensione. Alcune sono scese dalla fune, lasciandomi lì, con la valigia pesante e l’equilibrio precario, altre sono rimaste, ma perplesse. Del resto sono passati tanti anni e dovrei aver rimosso, dovrei aver digerito quell’odore amaro di sconforto. Ma c’è un tempo? No, davvero, ditemi se c’è un tempo per allargare le dita e allentare la presa o se io sono indietro sulla tabella di marcia. Quanto ci vuole: tre, cinque anni? Quanto tempo ci vuole per non sentirsi ridicoli? Quanto tempo ci vuole per smettere di dare la precedenza e mettersi a correre sulla fune, sapendo di cadere di nuovo?

Ieri ho capito tre cose:

1) che non sono pronta a lasciar cadere la mia valigia;

2) che ho troppa pietà di me stessa per farmi volontariamente del male;

3) che sono un funambolo solitario e che, quando cadrò, semmai cadrò, cadrò da sola.

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C’erano i giorni spenti, quelli del tempo fermo che non riesci a definire, giorni da percorrere a ritroso fino a ritrovare quelle strade buie di una memoria che non è più memoria ma forse la sospensione di un attimo, fermo ad un tempo indefinito. E c’erano i giorni accesi, simili agli altri, ma diversi per quel bagliore improvviso che solo la memoria del tempo fermo ma fulgido riusciva a definire. Questo si ripeteva Elisa mentre camminava attraverso il suo tempo indefinito alla ricerca del bagliore. Gli amici la tradivano cercando di spiegarle che il bagliore che cercava nel suo spazio temporale era soltanto uno smarrimento interiore e che avrebbe dovuto cercare dentro se stessa l’equilibrio necessario a farla desistere: gli amici non le credevano e lei aveva smesso di parlarne.
Eppure c’era stato un tempo di giorni accesi, lei lo rammentava bene e rammentava chiaramente quella sensazione di totale appartenenza al mondo che la circondava, quella condivisione totale del suo corpo all’ambiente circostante. Erano giorni di grande potenza, di assoluta consapevolezza, di estremo respiro interiore: essere in armonia con il mondo e gioire per un quadro per una nota per un orizzonte.
Il suo era un tempo di non tempo, un tempo che non aveva tempo, un ritmo scaduto, un metronomo impazzito. Questo si ripeteva Elisa mentre scavalcava lentamente la ringhiera del balcone. Prendendosi tutto il tempo necessario.

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