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Posts Tagged ‘Ivano Fossati’

Non c’era treno che non la riportasse indietro a quella volta lì, ogni volta, ma proprio ogni maledettissima volta, che saliva il predellino di un treno, il pensiero andava fisso a quella volta lì. Anche se la direzione era opposta, anche se la stagione era diversa o gli amici non erano esattamente gli stessi di quel periodo. Oppure il colore. Il colore del suo pensiero intendo, quello con cui osservava il mondo circostante. Cercava sempre di spiegarla questa cosa qui del colore ma nessuno sembrava interpretarla bene, tutti annuivano coscienziosamente con una certa gravità mormorando cose come “Sì, certo, è proprio vero”, ma lei lo sapeva che non avevano capito perché non vedeva alcuna sfumatura attorno al loro corpo. Sapeva che la stavano prendendo per i fondelli. – Sciocchi loro – si ripeteva, cercando di consolarsi. Eppure era così dannatamente semplice, bastava soltanto lasciarsi andare e non cedere, mantenendo un accordo come di sinfonia tra i colori reali e quelli che ti esplodono dentro.

Il periodo di quella volta lì vedeva il mondo blu, quello che nella scala cromatica dei colori è definito come Blu di Prussia. Con quel colore fece davvero molti danni. Tanto per cominciare entrò in un mondo virtuale attirando a sé tutte le tonalità compatibili, poi cominciò a selezionare scientemente quelle più congeniali, senza lasciare nulla al caso: una ricerca sistematica del maschio alfa color del fuoco. C’era in lei una grossa aspettativa, finalmente abbandonata la ricerca del mantello azzurro con cavallo bianco, era sinistramente proiettata solo sull’accoppiamento e sul risultato finale all’apice del piacere: quella gamma calda di un rosso intenso che sale dalla pancia e ti esplode nel cervello.

Arturo sembrava l’unico capace di incarnare tanta capacità. Sullo schermo del computer, quando lui scriveva, una specie di aura di un rosa acceso delimitava i contorni delle sue parole. – Guarda – ripeteva strenuamente alla sua amica – guarda come si illumina lo schermo. Ma non era vero. Una cosa vera invece, di quelle che ti scuotono nel profondo, che capì quando dal Blu di Prussia passò al Rosso di Persia, fu che con i colori non ci si improvvisa. Bisogna saperli dosare per bene e non scagliarli addosso al primo che passa, i colori sono come le memorie, si custodiscono nell’antro più profondo di se stessi, si conservano per i momenti grigi, come per un’estate che passa via così, come un bianco e nero scalfito dal tempo.

Ed è così che su questo predellino ingombrante mi soffermo, sosto leggermente, giusto il tempo per dare alla memoria il tempo di cadere e al colore lo spazio per illuminarmi. Ritorno a quel rosso intenso che non avevo accettato per la paura di macchiarmi d’amore.

E la chiamano estate, questa estate piena di niente, opaca e sciagurata, come un mare che teme la bufera, contenuta, riluttante, pretenziosa nella sua riottosità, un’estate senza libri, né musica e colori, incapace di esplodere, ma neppure di implodere: lasciata lì, sospesa a se stessa, in attesa del tempo che non ha più tempo

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Ecco ci siamo. Sono quasi pronta. Tutti i miei libri sono stati impacchettati in decine di scatoloni: i miei diari, le mie stoviglie, i miei amati bicchieri da degustazione, i miei film, le foto e tutto quello che una persona riesce ad accumulare nel ciclo di una vita. Ora quasi tutto è compresso nel cartone e mi prende la sensazione di aver vissuto troppo. Non è il mio primo trasloco, l’ultimo risale a dieci anni orsono, ma ho come la sensazione che i ricordi siano moltiplicati, che la leggerezza delle volte precedenti sia svanita, tutto sembra improbabile e doloroso come una ferita provocata volontariamente che ti lascia lo stupore della riuscita. Sono io l’artefice di tutto questo, non ho fatto nulla per evitarlo e anzi ho spinto per arrivare a questo punto: perché mai le donne non si accontentano di sopravvivere all’amore, perché cercano sempre l’assoluto?! Ho chiuso porte spezzandomi le unghie ma oggi nella mia casa impacchettata vorrei solo nascondermi dentro una scatola e non affrontare la paura di una parete nuova, di un rumore notturno che non ricordo, di giorni da impilare ricostruendo un’armonia di solitudine, un equilibrio smarrito. Non ho più l’età per queste stronzate, non ci credo alle porte che si chiudono e ai portoni che si aprono: le porte si sbarrano e con esse tutto il tuo vissuto sprofonda nei ricordi. Ecco forse non ho più l’età per aggiungere altri ricordi, non ne voglio di nuovi, non voglio dover dire passeggiando per il mare “ah vedi… lì ho abitato per tanti anni… quanti ricordi”. E invece l’ho fatto di nuovo.
Odio le case prive della mia energia e con odori diversi, anche nelle camere d’albergo mi porto sempre dietro il mio profumo da spruzzare nella stanza, odio non trovare me stessa nelle cose che tocco, nei corridoi che percorro, nelle ombre dietro le finestre. In realtà ho paura. Questa volta ho veramente paura di non farcela.
Sono di nuovo sola come la prima volta che ho divorziato, ma allora avevo ventisette anni e oggi ne ho cinquanta e puoi essere figa quanto ti pare, intelligente curata ben vestita educata autonoma, ma stai sempre sulla vetta e puoi solo scendere giù, per salire non c’è più tempo.
Questa casa l’ho costruita pezzo per pezzo e lei mi guarda muta e attonita e siamo in tanti oggi in questa stanza: ci sono tutti quelli che sono passati ed entrati e usciti e fermati e divertiti e separati e disperati e allegri e ubriachi; ci sono le cene, le feste, le risate che le senti fragorose mentre sali le scale. E c’è la mia gatta di diciassette anni che è morta l’anno scorso e il mio amato cane di dodici che è morto a Settembre e c’è il nuovo gatto che ho raccolto per strada la scorsa settimana e c’è il mio uomo, soprattutto, che ho amato più di me stessa. E ci sono io che non so più chi sono. E c’è la mia vita che non mi appartiene più.

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