Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Jan Vermeer’

vermeer

Il vagone è denso di parole. Il mio posto è il 24A, accanto al finestrino, chiedo cortesemente al ragazzino di spostarsi perché il posto è prenotato e rimedio uno sguardo torvo e un farfugliar di epiteti, colpevole di non aver rinunciato alla prenotazione o addirittura al mio viaggio. Mi sistemo a fatica, per nulla agevolato dal ragazzino, sempre lui, che deve rimediare alla figuraccia al cospetto della sua giovane fidanzata e si fa scivolare a mezza bocca un grazioso “Che palle questi vecchi di merda!”. Non replico, non ne ho la forza, ma dentro mi assale una rabbia sorda. Mi costringo a guardare fuori mentre il treno sferraglia a lambire le coste della riviera adriatica: il mare è tranquillo, lento e immobile, il sole ne traccia una scia luminosa; i pescatori, immortalati dalla velocità, se ne stanno come statue di marmo nell’atto di lanciare la canna; i cavalli al trotto, guidati da fantini inesperti, sollevano schiuma di mare. Osservo il mondo fuori come fossi in un acquario e immagino essere lì, a vivere qualcosa che non sto vivendo. Mi serve per sopravvivere. Dentro l’acquario è un inferno. Mi giro verso il corridoio e osservo con fare distratto la giovane mamma che costringe il figlio a giocare con l’iPad pur di farlo tacere, le due procaci ragazzine che sussurrano frasi in codice trattenendo a stento accenni di risa e guardando e digitando ripetutamente inutili frasi sul cellulare, il businessman che, poggiato il quotidiano sul tavolino, apre il computer inforca gli occhiali e comincia a interpretare la sua parte. Osservo senza partecipare: non ho libri con me, non ho telefoni con cui giocare, non ho nessuno da chiamare e neppure una merendina per leggerne gli ingredienti. Sono costretto all’inattività per due lunghissime ore e noto che gli altri mi osservano con curiosità, con un accenno di spavento. Non sono normale. Che ci fa un uomo solo, in un giorno feriale, dentro uno scompartimento, senza nulla per comunicare con l’esterno? E questa cosa comincio a chiedermela anch’io e penso che forse quest’idea di prendere un treno A/R nella stessa giornata e farsi una smazzata di sei ore per andare a una mostra sia stata proprio una gran cazzata. E penso che questo non mi farà stare meglio, che la paura non mi abbandonerà lo stesso e, anzi, mi renderà solo più vulnerabile, penso che invece dovrei stare sul pezzo e combattere e non arrendermi alla quiete della bellezza, perché di bellezza non ce n’è mica per quelli come me, per quelli che decidono di arrendersi. Metto la mano nella tasca della giacca e liscio con le dita la busta accartocciata, la tiro fuori e la distendo sul mio rettangolo di tavolino, tutti gli occhi degli astanti convergono su di essa incuriositi. Leggo i loro pensieri: “Ah, ma allora ha qualcosa da leggere…” e li vedo rilassarsi. Sulla busta c’è un logo, un logo d’ospedale e c’è un nominativo e un indirizzo e tutto sembra ricondurre a me. Anche se io non sono qui e non sono io, io sono fermo sul cavallo nella spiaggia, sono fermo nell’intento di lanciare una canna da pesca. No, non posso essere io. Lascio lì la busta chiusa e stropicciata e non la apro e non fingo di leggerla mostrando stupore o sollievo o qualsiasi emozione possa destare una lettera, no, io so bene cosa contiene. Contiene un tempo. Uno spartiacque, tra quello che avrei voluto fare e quello che non potrò più fare. Contiene un countdown. Anche se non è ben chiara la partenza perché l’omino lassù non ci ha comunicato il numero iniziale. Sappiamo solo quello finale. Conosciamo solo il punto zero. Quello conclusivo.

Mi alzo e vado in bagno, anche se non devo, giusto per alzarmi, giusto per camminare, per attraversare quell’onda di vita fragorosa che m’investe, giusto per farne parte. Mi chiudo la porta alle spalle e resto lì a guardarmi per un tempo che non quantifico, senza fretta, perché la fretta mi è divenuta improvvisamente nemica, e mi guardo allo specchio per tutto il tempo e mi vedo stanco, non diverso o invecchiato triste depresso o quant’altro, no, mi vedo solo stanco.

Nel tornare al mio posto noto una presenza, una personalità che mi sovrasta, ferma come me a guardare il nulla con una busta stropicciata in grembo, la osservo incuriosito, è una giovane donna, bella, di una bellezza antica, malinconica e solenne. Di quelle fisionomie che potresti trapiantare direttamente nell’età vittoriana, dai quei docili incarnati, vittime dei bassifondi londinesi.  Mi è seduta di sbieco, due file davanti, la posso guardare e la guardo, ostinatamente, non riesco a farne a meno. E’ piatta. Non pensa. I suoi occhi sono vuoti e seguono l’onda delle montagne dall’altra parte del vagone, mentre io seguo il mare. Il mondo ci separa, si divide in due per noi, possessori di una missiva stropicciata tra le mani. Lei si accorge, lei mi nota, e capisce l’importanza di quello che ci stiamo dicendo. Lei è ferma dalla mia parte ed io dalla sua, di là dal treno, del corridoio, dei bambini, dei ragazzini, degli uomini che accelerano il battito aziendale, del tempo che si ferma, all’improvviso, stabile, sui nostri occhi vuoti.

E il tempo si sospende in attesa che accada qualcosa ma non accade nulla e arriviamo a Bologna.

Scendendo la seguo per un po’. La vedo distratta, forse in attesa, riprendo il mio controllo e dandomi dello stupido mi dirigo verso la sosta dei taxi.

“Via Manzoni, Palazzo Fava” recito al tassista. Questo devo fare. Per questo sono qui, per regalarmi un quadro di Vermeer. Per riappropriarmi della bellezza. Per curarmi di fervore, di passione, del colore che dipinge la passione. Per questo sono qui, per cancellare i numeri del mio malanno.

Arrivo un po’ trafelato, faccio la fila nonostante la prenotazione, non ho molto tempo per riprendere il treno e tornare alla mia esistenza col numero inverso, a casa c’è qualcuno che mi aspetta, qualcuno che non sa e che non deve sapere, arrivo lì dove volevo cercarmi, da stamattina, da ieri, da quando ho saputo. Sono lì e la guardo, finalmente dal vivo, e ne tocco i contorni con la matita immaginaria dei miei occhi, ne traccio il profilo, il contorno del viso, sprofondo negli occhi, nel collo lungo, girato, appena, come per un’improvvisa chiamata, come di un amore rammentato all’improvviso. E mentre mi perdo nella contemplazione e mi lascio sovrastare dall’emozione, dimentico chi sono e il mio tempo a scadere e la bellezza mi sovrasta, m’invade e mi riempie e sento di non riuscire a trattenere le lacrime e un po’ mi vergogno di me stesso, ma poi capisco che era esattamente questo lo scopo del mio viaggio. E resto lì, fermo, mentre una mano lentamente si avvicina, mi sfiora un po’ sudata, appiccicosa e molle, s’intrufola tra le mie dita: in una tiene la mia vita, nell’altra una busta stropicciata accartocciata in grembo.

Annunci

Read Full Post »