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Posts Tagged ‘Javier Marías’

Coq rouge dans la nuit

Ieri ci ho provato. Sono entrata in una stanza in tailleur e ne sono uscita in mutande. Nuda. Completamente nuda. Eh sì che avevo una ceretta fatta di fresco, smalto amaranto ai piedi e profumo di gelsomino sul corpo e sull’ultimo ero riuscita anche a spruzzarmi un aroma di cazzimma nei capelli. Ero pronta. Eppure, sempre, in ogni caso, ne sono uscita nuda. Perché spogliarsi così, davanti a tanti sconosciuti, alla mia età, non è esattamente piacevole, cerchi sempre di proteggerti, di coprire il lato peggiore, se solo ricordassi qual è nella metamorfosi incipiente che la tua faccia ha deciso di intraprendere. Ho ascoltato, recitato, interpretato, sempre con un pensiero fisso che mi vedeva camminare in riva al mare, con il mio cane al guinzaglio, nel silenzio più assoluto. Ero sempre lì. Dopo tanto ho capito di non aver fatto molta strada: se l’evoluzione dell’individuo si misura in chilometri, beh, devo ammettere, che di strada ne ho fatta ben poca. É sempre lo stesso bagno, è sempre la stessa pallina, il ritorno, la colazione, quella luce accecante della finestra sul lavandino della cucina, i passi strascicati, quel buongiorno smangiucchiato, la giornata che si apre, la gita in montagna, il bisogno di fare. É come fermarsi in un punto preciso, accostati a un lampione rotto che osservi e ti chiedi per tutto il tempo come hanno fatto a distruggerlo così minuziosamente: alcuni pezzi di vetro sono rimasti attaccati alla base e dei triangoli, taglienti come rasoi, restano sospesi per inerzia che basterebbe uno starnuto per tirarli giù. É un pericolo, io lo so, eppure sono accostata a quel lampione e da lì non mi muovo. Per paura, per amarezza, per conforto, per difficoltà a esplorare.

Ieri ci ho provato a essere felice di me stessa: leggevano dei miei racconti, era una cosa figa, piena di gente, di apprezzamenti, di sconosciuti che mi stringevano la mano. A un certo punto sono partita con uno dei miei soliti elenchi demenziali e ho cominciato a numerare la tipologia delle strette di mano, di quelli che a palmo pieno stringono con forza e di quelli che ti offrono una parte minore del proprio arto per la paura che tu li possa derubare. Ho cominciato a contare, e ho scoperto che il 20% dei presenti, oltre alla generosa stretta di mano, offrivano anche una pacca sulla spalla, mentre il rimanente si divideva equamente tra la stretta possente e la mano molliccia. Tutto questo potrà servire a staccarmi dal lampione? Non credo. Quel che credo, invece, e che mi piace di me stessa, è che resto ancorata al terreno, e lascia stare se mi trattengo ancora con la fune arpionata al lampione, comunque, e in ogni caso, resto ancorata al mio passato. Perché il passato è un futuro dipinto di grigio con delle piccole note di rosso che non hai ancora vissuto. Io cerco quel rosso, non è che non lo faccia, ma il colore se arriva, arriva, ma non si abbina con tutto. E questo io lo so.

“ Rimase lì a fumare ancora un po’, si stava riavendo, le si calmò il respiro. Fece di nuovo qualche passo, in un senso, nell’altro, non capivo se fosse sconcertata o se ripetesse il suo assedio, se ancora non volesse abbandonare il suo posto di vigilanza notturna. La vidi meglio in faccia. Qualche lacrima, sì, come avevo immaginato, ma l’espressione non era sconsolata, vi era un certo sollievo o serenità, non so. Forse accettazione, come se albergasse il pensiero che sempre dà speranza: <<Si vedrà>>. Poi s’incamminò verso la sua camera senza fretta, con la sigaretta accesa in una mano, pacchetto e posacenere nell’altra, senza lasciare traccia di quella sua incursione. Si ritirava nel suo letto afflitta come ogni notte, ma questa volta, diversamente da altre notti, portava con sé un piccolo bottino, una sensazione. Le sensazioni sono instabili, si trasformano in ricordi, mutano e ballano, possono prevalere su quanto è stato detto e udito, sul rifiuto o sull’accettazione. A volte le sensazioni inducono a desistere, a volte infondono il coraggio per ritentare.”

J.Marías – Così ha inizio il male –

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mara cerri2

M’è presa

ultimamente

questa sorta

d’indolenza

del non chiarir le cose

questa finta distrazione

un lasciar

correr disonesto

come di un lento

appassimento

vorrei tornare alla

dialettica iniziale

al confronto emozionale

ma poi non so cos’è

mi prende l’apatia

e lascio andare tutto

amori affetti e

rabbia

e mi assale lo

sconforto

di essere fraintesa.

“Sembrava molto stanca e mediamente assente, come se rivolgersi a me fosse per lei un ultimo e aggiunto sforzo notturno che non aveva previsto, e come se ancora fosse impegnata nella conversazione con la sorella e non con me, se mai quella conversazione era esistita. Sempre è la stessa cosa, giorno per giorno e con qualunque persona, costantemente, in ogni scambio di parole correnti o serie, uno po’ credere o non credere quel che gli si racconta, non vi sono altre scelte, troppo poche e troppo semplici, e così uno crede quasi tutto ciò che gli si dice, o se non lo crede tace il più delle volte, perché altrimenti tutto diventa laborioso e si aggroviglia, e procede a inciampi e nulla fluisce. Cosicché ciò che si emette rimane come autentico in linea di principio, il vero come il falso, a meno che quest’ultimo non risulti notorio, notoriamente falso.”

(J. Marías – Il tuo volto domani)

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fotoblog

Di solito non trattengo e spesso lascio andare perché non è facile trattenere chi vuole andare via. E’ un puro esercizio di stile fine a se stesso. E nell’età adulta costa fatica: costa accettare l’errore, l’aver frainteso. E’ accettabile ma faticoso. Ti ritrovi sempre al punto di partenza e ti chiedi come puoi non aver veduto.

Stasera sono stata ad una cena sulla spiaggia, come sempre quando il caldo smorza l’estetica e tutti si riversano in mare cercando un rifugio fragoroso a un tempo lento, un tempo che si trascina via, cercando di ritrovare un eccesso adolescenziale, come quando tutto era unico, perché era unico il momento. E il bagno di notte diventa la replica del vero e autentico bagno di notte, che hai fatto quando lui ti afferrava le gambe sott’acqua e tu urlavi per finta. Tutto è sfalsato e anch’io mi sento fuori tema. Tutto quello che vivo, lo vivo con questi occhi. Spietati. E vorrei non essere quella che sono. Vorrei avere occhi di fanciulla.

Torno a casa a piedi. Duecento metri dal mare. Carpisco frasi smorzate. Frammenti di discorsi. Sono estremamente recettiva. Sarà il vino. Sarà la mia indolenza. Sarà che sono stanca e per questo ascolto. Sarà che sono stanca di questa pantomima che nell’estate si rafforza e tutti si sentono più leggeri e pronti ad accettare l’inaccettabile. Anche le fughe. Io no. Io non trattengo le persone, le lascio andare via, per sostare liberamente sul mio cuore e scardinare gli infissi e sfondare le porte e arrivare alla tenda trasparente che ci separa dalla realtà. A volta sostano. A volta fuggono via. Io non trattengo le persone, le lascio andare via, per amarezza, per solitudine e ostilità. Sono incapace di raccogliere sentimenti fasulli. Io non trattengo le persone, le lascio andare via, per non riprenderle mai più.

Questo è l’errore, […] un errore da bambini nel quale tuttavia incorrono molti adulti fino al giorno della loro morte, come se nell’intero corso della loro vita non fossero riusciti a rendersi conto del suo funzionamento e mancassero del tutto di esperienza. L’errore di credere che il presente sia per sempre, che quel che c’è in ogni istante sia definitivo, quando tutti dovremmo sapere che niente lo è, fino a che ci resta un po’ di tempo. Ci trasciniamo dietro abbastanza capovolgimenti e giri, non soltanto della sorte ma del nostro animo. Impariamo a poco a poco che quanto ci era apparso gravissimo un bel giorno ci sembrerà neutro, soltanto un fatto, soltanto un dato. Che la persona senza la quale non potevamo stare e a causa della quale non riuscivamo a dormire, senza la quale non potevamo concepire la nostra esistenza, dalle cui parole e dalla cui presenza dipendevamo giorno dopo giorno, verrà il momento in cui non ci occuperà un solo pensiero, e anche se ciò avverrà, di tanto in tanto, sarà per uno stringersi nelle spalle, e il massimo cui potrà giungere quel pensiero sarà chiedersi per un attimo: “Che ne sarà stato di lei?”, senza nessuna preoccupazione, senza neppure curiosità. Che cosa ci importa oggi del destino della nostra prima fidanzata, la cui telefonata o l’appuntamento aspettavamo con impazienza? E che ce ne importa persino del destino della penultima, se è ormai un anno che non la vediamo? Che ci importa degli amici di scuola, e di quelli dell’università, e degli altri venuti dopo, sebbene ruotassero attorno a loro lunghissimi tratti della nostra esistenza che sembrava non sarebbero finiti mai? Che cosa ci interessa di quelli che si distaccano da noi, di quelli che se ne vanno, di quelli che ci voltano le spalle e si allontanano, di quelli che lasciamo perdere e rendiamo invisibili, puri nomi che ricordiamo soltanto quando per caso tornano a giungerci all’udito, di quelli che muoiono e così ci abbandonano?

(Gli Innamoramenti –  J. Marìas)

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Justyna Kopania

Alcuni mesi or sono mi è capitato di sentirmi molto offesa per una constatazione espressa da una persona a me cara che amo e stimo molto. Costui pensa, forse a ragione, per alcuni versi, di conoscermi profondamente e mi ha accusata di essere diventata come quelle vecchie bacucche cinquantenni che confondono l’amore con l’innamoramento. Questa rivelazione, di per sé innocente, ha provocato in me un profondo scombussolamento e mi ha portato a fermarmi in un tempo morto per riflettere su questa mia presunta trasformazione. Non sono riuscita a trovare espressioni valide e concise che potessero esprimere il mio rapporto sano e malato con l’amore di quest’età matura, fino a quando non mi sono imbattuta nel libro di uno dei miei autori preferiti da cui estraggo alcuni stralci che mi hanno permesso di rispondermi .

L’Amore
“Tutti siamo imitazioni di persone che quasi mai abbiamo conosciuto, persone che non si avvicinarono o che tirarono dritto nella vita di quanti adesso amiamo, oppure che si fermarono ma si stancarono nel giro di poco tempo e sparirono senza lasciare tracce o soltanto la polvere dei passi che fuggono, o che sono morti per quelli che amammo, procurando una ferita mortale che quasi sempre finisce per richiudersi. Non possiamo pretendere di essere i primi o i preferiti, siamo soltanto quel che c’è a disposizione, i resti, il superfluo, i sopravvissuti, quel che rimane, i saldi, ed è con questo nobile poco che si costruiscono i più grandi amori e si fondano le migliori famiglie, da questo proveniamo tutti, prodotto della casualità e del conformismo, degli scarti e delle timidezze e degli insuccessi altrui, e pure così daremmo qualsiasi cosa a volte per rimanere legati a chi recuperammo un giorno da una soffitta o da una vendita all’asta, oppure ci toccò in sorte giocando a carte o che ci raccolse tra gli scarti; inverosimilmente riusciamo a convincerci dei nostri azzardati innamoramenti, e sono molti quelli che credono di vedere la mano del destino in ciò che non è altro che una riffa di paese mentre ormai agonizza l’estate… ”

L’Innamoramento
“Ci attirano molto alcune persone, ci divertono, c’incantano, ci ispirano affetto e addirittura ci inteneriscono, o ci piacciono, ci trascinano, riescono anche a renderci pazzi momentaneamente, godiamo del loro corpo o della loro compagnia o di entrambe le cose. Persino, alcune, ci diventano imprescindibili, la forza delle abitudini è immensa e finisce per supplire a quasi tutto, e al limite per sostituirlo. Può sostituire l’amore, ad esempio; ma non l’innamoramento, conviene fare distinzione tra i due, anche se si confondono non sono la stessa cosa… Quel che è molto raro è provare una debolezza, una vera debolezza per qualcuno, o che costui la produca in noi, che ci renda deboli. Questa è la cosa determinante, che ci impedisca di essere oggettivi e ci disarmi in eterno e ci faccia arrendere in tutte le contese… In generale la gente non prova questo con un adulto, né in realtà lo cerca. Non aspetta, è impaziente, è prosaica, forse neppure lo vuole perché nemmeno lo concepisce, cosicché si unisce o si sposa con il primo che gli si avvicina, non è così strano, è stata la norma per tutta la vita, vi sono quelli che pensano che l’innamoramento sia un’invenzione moderna venuta fuori dai romanzi. In tutti i casi, ormai l’abbiamo, l’invenzione, la parola e la capacità per il sentimento.”
(Javier Marìas)

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Anche le cose più indelebili hanno una durata, come quelle che non lasciano traccia o neppure succedono, e se le possiamo prevedere, annotare o registrare o filmare, e ci circondiamo di promemoria e addirittura cerchiamo di sostituire l’accaduto con la sua mera conferma, registrazione e archiviazione, di modo che ciò che accade realmente non sia, fin dall’inizio, che il nostro annotare o registrare o filmare, nient’altro; pure in quest’infinito perfezionamento della ripetizione avremo perduto il tempo in cui davvero le cose accaddero (benché sia il tempo dell’annotazione); e mentre cerchiamo di riviverlo o riprodurlo o farlo tornare indietro e impedirgli di fuggire, un tempo diverso gli succederà, e in questo tempo, di certo, non staremo insieme né risponderemo a nessun telefono e ci mancherà il coraggio e non potremo evitare il crimine o la morte (anche senza commetterlo o esserne la causa), perché lo lasceremo trascorrere come se non ci appartenesse nel tentativo febbrile di non farci scappare e di rivivere quel che è già successo. In questo modo, ciò che vediamo e sentiamo finisce per assomigliare e addirittura diventare identico a ciò che non abbiamo visto né sentito, è solo questione di tempo, o dipende dalla nostra scomparsa. E nonostante tutto non possiamo far altro che impostare la nostra vita ad ascoltare e a vedere e a partecipare e a sapere, convinti che la nostra vita dipenda dallo stare insieme un giorno o dal rispondere a una telefonata, o dall’avere il coraggio, o dal commettere un crimine o causare una morte e sapere che è stato così. A volte ho la sensazione che niente di ciò che succede succeda davvero, poiché niente succede senza interruzione, niente persiste né persevera né si ricorda in eterno, e anche la più monotona e banale delle esistenze si annulla e nega se stessa in questa ripetizione apparente al punto che niente è niente e nessuno è nessuno che sia esistito in precedenza, e la debole ruota del mondo viene spinta da smemorati che ascoltano e vedono e sanno ciò che non si dice e non avviene e non si conosce né si può dimostrare. Ciò che avviene è identico a ciò che non avviene, ciò che scartiamo o ignoriamo identico a ciò che accettiamo o afferriamo, ciò che sperimentiamo identico a ciò che non proviamo, tuttavia la vita passa e passiamo la vita a scegliere a rifiutare a selezionare, a tracciare una linea che separi quelle cose che sono identiche e faccia della nostra storia una storia unica da ricordare e da raccontare. Impieghiamo tutta la nostra intelligenza e i nostri sensi e le nostre ansie al fine di discernere ciò che sarà uniformato, o che lo è già, e per questo siamo pieni di rimpianti e di occasioni perdute, di conferme e riaffermazioni e di occasioni sfruttate, quando l’unica certezza è che nulla si afferma e tutto si perde. O forse non c’è mai stato niente.
(J. Marías – Un cuore così bianco)

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