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Posts Tagged ‘Julio Cortazar’

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Non si dovrebbe mai abitare il luogo della certezza: quell’anfratto silenzioso che scopre al buio fragorosi ingressi, di quelli prepotenti, che ti lasciano tramortita per il resto dei giorni a venire. E puoi stare anche tutto il tempo ad abbellire l’ingresso, per rendere meno violento l’impatto, puoi dipingere le pareti di vita vissuta, per ricordarti che quella persona in qualche modo, in qualche luogo, ti è appartenuta, ma alla fine, alla fine dell’irruzione, ti senti solo depredata del diritto di essere stata.

In quel luogo c’erano circa quattrocento persone, sono tante quattrocento persone per due che si cercano e una che osserva, si crea un flusso di energia che in qualche maniera, in maniera inspiegabile, spinge tutti e tre a gravitare nello spazio circoscritto di pochi metri, a volte di centimetri. Ci si sfiora per odio o per amore, a volte per tenerezza, ci si osserva di sbieco, si avverte lo sguardo sulla nuca, la pelle s’increspa e le risate sono troppo fragorose e fingere di stare bene diventa una necessità.

Noi eravamo lì tutti e tre: io, lui e l’altra. Anzi, per meglio dire forse l’altra a questo punto sono io. Mi sono trasformata nel corso degli anni, come quelle mogli del secolo scorso quando non c’era tutta questa frenesia del vivere, quelle di cui non sei più innamorato, ma non puoi farne a meno, perché rappresentano l’unica persona di cui ti fidi e l’unica cui affideresti in tuo patrimonio dormendo sonni tranquilli e questo, lo sappiamo tutti, per un uomo è il massimo della fiducia.

Noi eravamo lì tutti e tre. Io e lui eravamo al centro del vortice a fingere di ignorarci, anche quando le nostre spalle si adagiavano le une alle altre, come per un antico conforto. E’ difficile dismettere la tenerezza verso un corpo che conosci quanto il tuo, è difficile non pensare che sia tempo di tornare a casa e abbandonare l’inquietudine che ti spinge a cercare ogni giorno, in ogni ora del giorno, quel passato languore. Si cambia per stare meglio o forse per averlo dimenticato e poi passi tutto il tempo a rimpiangere un tepore che non era più passione ma forse comunione. L’amore, ci hanno detto, è furia degli eventi, è trasporto, necessità, e giammai quiete e calore, e giammai fiducia e tenerezza, e giammai allegria di parole.  L’amore nuovo è il bisogno di credere che tu possa fremere di nuovo anche se forse non ne hai bisogno. E neppure ce la fai.

Noi eravamo lì tutti e tre. Oggi ci avvolge un silenzio spettrale, sappiamo di aver rischiato ad abitare i luoghi della certezza, a sentirci tanto sicuri dei nostri giorni, trascorsi a dare un nuovo significato a un antico sentore. Non bisognerebbe mai scontrarsi con quel che è stato, si dovrebbe invece circoscrivere la vita in una cornice vuota e ogni tanto specchiarsi attraverso il vetro e osservare cosa siamo diventati. Non si dovrebbe mai usurpare uno spazio senza sapere come riempirlo.

Ma questa poesia di Julio Cortázar voglio dedicarla a chi non ha certezze e abita in un anfratto buio ma inaspettatamente ospitale:

Ti amo per ciglia, per capello, t’impugno in candidi
androni dove non s’avventurano i giochi della luce,
questiono ogni tuo nome, ti strappo con premura di cicatrice,
ti immergo nei capelli ceneri di lampo
e nastri addormentati dalla pioggia.
Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia
scrupolosamente ciò che arriva dopo la tua mano,
perché l’acqua, considera l’acqua, e i leoni
si sciolgono nello zucchero della fiaba
e i gesti, quella architettura del nulla,
accendono le loro lampade a metà di ogni incontro.
Il mattino è la lavagna nella quale t’invento e ti disegno,
pronto a cancellarti, no, non sei così, nemmeno
sono tuoi quei capelli lisci, quel sorriso.
Cerco la tua cifra, il bordo della coppa dove il vino
è al contempo sia luna che specchio,
cerco quella linea che fa tremare un uomo
in una galleria di museo.
E poi ti amo, e fa tempo e freddo.

( J. Cortázar – Trad. M.Fernàndez)

Fernandez)

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E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

                                               (J. Cortazar)

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