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Posts Tagged ‘La donna giusta’

Il tempo della civetta

All’inizio sembra niente, e anzi, come di una sorta di guerra intrapresa con te stesso, ti armi fino ai denti, diventi spavaldo, cinico e arrogante, critichi il mondo circostante, disegni ragnatele strategiche, cuci orli a ricordi troppo lunghi. Prendi le distanze. Cambi la postura: la testa eretta domina i passanti, le spalle dritte sostengono l’andatura possente, pesante, di passi lunghi e ritmo da caserma, la rabbia che covi dentro esplode nella figura idealizzata nella tua mente, quella che vuoi ricreare, quella del prima che dovrà necessariamente sposare l’altra, quella del dopo, per rispettare l’organizzazione maniacale del tuo tempo. Pensi di farcela. Ti convinci di farcela. E vai avanti così per tutto il tempo che ti serve, e ogni mattina, al risveglio dalla veglia, ti senti più forte, determinato, pronto. Scavi dentro per recuperare quello che ti serve a sopravvivere, per dimostrare agli altri, ma soprattutto a te stesso, che tanti dei tuoi anni vissuti sono stati necessari per dominare questo senso di paura. Tutto ti sembra interessante, tutto può servire, e ostenti un presenzialismo che non ti appartiene, di parole senza senso con persone senza senso: tutto ti sembra necessario ad ancorare l’equilibrio, devi resistere, dimostrare alla tua essenza che sei anche questo, relegare il tuo cuore alla sua funzione primaria, vivere una guerra che ti muore dentro, come una mano che scava tra le tue macerie e ogni tanto estrae qualcosa, che osserva, distrugge in mille pezzi, ne scarta i rifiuti tossici e se lo rificca dentro.  Ti rimetti insieme i pezzi: è questo, quello che significa!

All’inizio sembra niente, poi cominci a spegnerti, la volontà di esserci cessa all’improvviso e cominci a nasconderti. Non sai spiegarti questo mutamento perché tutto continua a ritmo spedito e affronti gli avvenimenti con cipiglio determinato, eppure tu lo sai, eppure tu lo senti, che qualcosa si è spezzato e quello che credevi superato sferza un malinconico presente, lo abbatte, lo circoscrive, ne delimita i contorni dentro i quali ti sottrai. Ti sembra che la solitudine sia l’unica forma accettabile di convivenza con te stesso, l’unico spazio in cui puoi esibirti senza maschere e senza peccato: non richiama l’attenzione, non è foriero di conferme, basta così poco per ingannare gli altri, basta ridere e partecipare a qualche aperitivo. Ma tu vivi tutto il tempo con la voglia di tornare dentro, in quel silenzio che non è apatia ma costruzione sperimentale di un aspetto di te stesso che non conosci, ma riconosci, nelle atmosfere del passato, in quelle solitudini estreme dell’infanzia, quando cercavi un rifugio solitario dentro un armadio abbandonato. Rifuggi anche la comprensione, tutto diventa troppo grande anche per te stesso e troppo complicato da spiegare, in realtà non sapresti neppure da, e come, cominciare: come spiegare questa necessità di parlarsi nella testa, come descrivere questi momenti di libertà assoluta del corpo che si muove a morsi, staccando pezzi del passato per attaccarli al presente. No, non è possibile, spiegare razionalmente un circuito della mente, sarebbe folle descrivere la forma e la sostanza del filo conduttore che hai trovato, scavando tra le tue macerie: quel tunnel buio che unisce le tue vite precedenti, quelle scelte del passato che hanno occupato decenni di vita e che scorrono nel silenzio ovattato della tua memoria. Passi il tuo tempo a osservarti, a consolarti, ad accettarti. Ogni tanto frughi dentro te stesso e vorresti tornare indietro per percorrere meglio quel sentiero, aggrapparti a quella strada, percorrerla in silenzio senza la fretta di cambiare, offrirti alla cadenza temporale, scegliere senza decidere, affidarti al tempo. Senti tutto questo mentre qualcosa si chiude all’esterno, ma si spalanca dentro, e questa ignota indulgenza ti consola. Senti compassione di te stesso: è questo, quello che significa!

“A questo hai diritto. Il bagaglio per un tale viaggio non può che essere leggero… devi poterlo portare con una mano sola. Dentro non c’è niente di futile, niente di superfluo. E questo desiderio diventa molto forte, a una certa età. Improvvisamente cominci a sentire il brusio della solitudine, ed è un suono familiare. Come chi è nato in riva al mare, ma poi ha trascorso la vita in una città rumorosa, e un giorno, in sogno, sente di nuovo il mare. Vivere da soli, senza alcun scopo. Dare a ognuno ciò che gli spetta, e poi andarsene via. Purificare la propria anima e attendere.

Dapprima la solitudine è pesante, è una condanna. Ci sono ore in cui ti sembra insopportabile. Forse sarebbe meglio avere qualcuno, forse questa grave punizione sarebbe più mite se tu potessi condividerla con un altro, uno qualunque, persino un uomo indegno, una donna sconosciuta. Sono momenti di debolezza. Ma passano, perché la solitudine abbraccia lentamente anche te, nello stesso modo in cui i misteriosi elementi della vita e il tempo, nel quale ogni cosa accade, ti stringono nel loro abbraccio. Improvvisamente comprendi che tutto è avvenuto come fosse prestabilito: all’inizio c’è stata la curiosità, poi il desiderio, poi il lavoro, e infine ecco la solitudine. Non vuoi più niente, non speri di avere un’altra donna che ti consoli, né un amico che molcisca la tua anima con i suoi saggi discorsi. Ogni discorso umano è vano, persino il più saggio. Quanto egoismo dimora in ogni sentimento umano, quanti propositi oziosi, quanti raffinati ricatti con i quali si cerca disperatamente di incatenare a sé un’altra persona! Quando ti accorgi di tutto questo, e non speri più nulla dagli uomini, non ti aspetti alcun aiuto dalle donne, conosci il prezzo del successo e le terribili conseguenze del denaro e del potere, quando ormai non vuoi altro dalla vita che rintanarti chissà dove senza nessuno che ti faccia compagnia o che ti aiuti, facendo a meno delle comodità, per poter ascoltare il silenzio che a poco a poco comincia a ronzare anche nella tua anima, come sulle rive del tempo… soltanto allora hai diritto di andartene. Perché è un tuo diritto.”

(La Donna Giusta – Sándor Márai)

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torno subito 1

Ieri leggevo un trafiletto sul giornale: “Roma blindata per il concerto dei Rolling Stones”. Al di là dall’ammirazione mai mutata per il gruppo, ho cominciato a pensare come deve sentirsi Mick Jagger ad affrontare una storia del genere e soprattutto perché. Perché un uomo di settant’anni, ricco e famoso, che non ha altro da chiedere alla vita, che ha avuto mille soddisfazioni e non di certo scaricando la frutta ai mercati generali, non riesce a fermarsi per ascoltare quello che la vita stessa ha cercato di comunicargli: sei vittima di un lutto assurdo, la donna che ti vive accanto da decenni, decide di farla finita, e ti ritrovi talmente stritolato dalla macchina del business da non riuscire neppure a concederti il lusso di fermarti. Per capire. Per soffrire. Per assolverti. Per colpevolizzarti.

Quand’è che la vita diventa così spietata da calpestare il dolore? Quando si smette di avere compassione e pena per una persona che conosci meglio di te stesso e che all’improvviso, senza lasciarti nemmeno un punto esclamativo, decide di fermarsi? E come fai a non chiederti se quel tovagliolo, messo male sulla tavola apparecchiata, poteva essere un segnale che ti è sfuggito o quella frase lasciata a metà, mentre frugava nella borsa alla ricerca di niente, avrebbe potuto salvarla se avessi avuto la pazienza di ascoltare. Come fai a non fermare il mondo per scendere da quella stupida scala di platino?

Lo so perfettamente non ho nessun diritto di puntare il dito ma resto interdetta quando assisto allo scempio dell’uomo che ha perso la misura del suo tempo e che non è più un uomo libero: libero di dire basta, sono stanco, questo è troppo anche per me. E non ci credo a quelli che sostengono che la vita deve andare avanti per forza e che forse su quel palco, a fare quello che sa fare meglio, riesce a non pensarci: è proprio questo che contesto, quando la smetteremo con la ricerca forzata del benessere a tutti i costi, tanto da non riuscire a smontare tutto e rifugiarci davanti al mare, seduti su una pietra, a chiederci chi siamo diventati. Che cosa deve accadere di peggio. Qual è il nostro limite!

<Fatti una domanda e datti una risposta> dice sempre un mio caro amico quando mi sento fuori fase e non so che pesci pigliare, ed io non smetterò mai di ringraziarlo per tanta banale saggezza.

Come quando decidi di attraversare la città per arrivare proprio in quel negozio, l’unico che ha i veri capperi di Salina, ti butti nel traffico del sabato pomeriggio, smadonni diverse volte chiedendoti chi te l’ha fatto fare, parcheggi a tre isolati di distanza, cammini a passo veloce come chi sa bene cosa vuole, arrivi trafelata davanti al negozio e cosa trovi? Un bel “Torno subito”! Come quelli di una volta. Come quelli che si usavano nei paesi dell’entroterra: “Torno subito”! E cominci immediatamente a cercare di quantificare il “Torno Subito”, e cerchi di metterti nella testa del negoziante per capire cosa intende: se ti conviene aspettare fuori, fumandoti una sigaretta, oppure sbrigare qualche commissione lì intorno. E intanto il tempo passa e il Torno Subito non torna. Già se ci fosse stato un “… forse” avresti avuto più chance, perché un “forse” implica di per sé la decisione di non tornare, ma un semplice e innocuo “Torno Subito” non significa proprio niente. A volte un “Torno Subito” ha il valore dell’attesa e della mancata certezza. Ma può essere una soluzione niente male per prendere tempo. Un po’ come i “fermiamoci un po’, ho bisogno di riflettere” che tutte le donne del mondo hanno dovuto digerire prima o poi nella vita: spesso equivale a un addio, ma fino alla fine ci speri.

Certo non voglio paragonare un suicidio a un Torno Subito di un venditore di capperi, ma è il concetto che mi stimola, l’espressione di libertà che esso si trascina: per assurdo il venditore di capperi che probabilmente non ha una lira, con un mutuo sulle spalle e i creditori che lo rincorrono dietro l’angolo, è più libero di Mick Jagger che può campare altre due generazioni col suo denaro e soprattutto che, guardando alla sua vita, può definirsi un vincente perché è riuscito a esprimere se stesso a tutto tondo.

Come quando continui, solo per abitudine, a fare le cose che hai iniziato per gioco o per necessità, come interagire in un blog, ma poi, pian piano, scopri che le cose sono cambiate: cominci a seguire solo un paio di blogger e per gli altri non hai la pazienza di immedesimarti, poi alcuni sono spariti, altri ridimensionati. E ogni volta ti chiedi se quello che vuoi dire, vuoi dirlo veramente, invece di tenertelo stretto nella mente. Se questo bisogno iniziale di buttare tutto fuori non stia disperdendo la tua capacità di assorbire: se la tua essenza stia sfuggendo volontariamente al bisogno di farsi carta carbone, per riportare su un foglio nuovo da custodire tutto quello che ti passa per la testa. Percepisci il cambiamento ma non sai tradurlo, sono solo sensazioni, assenze sempre più prolungate, mancate partecipazioni. Ma non ne sei sicura. Allora forse un “Torno Subito” ci sta a pennello e come ha detto il venditore di capperi:

“Signo’ è tanto che aspettate? Eh lo so, ma ogni tanto la vita chiama, eppoi lo so, che chi mi vuole bene veramente, prima o poi ritorna”.

“Ma non ha paura di perdere i clienti?” chiedo esterrefatta, più dal caldo che dal negoziante.

“Signò, i clienti se mi vogliono mi aspettano e che pure io c’ho le cose mie”.

Chapeau!

Il libro di questi giorni:

“Ci sono persone che riescono, con una specie di forza selvaggia e primitiva, a succhiare ogni vita dall’ambiente che li circonda, come nella giungla certe liane sottraggono ai grandi alberi l’umidità e le sostanze nutritive del terreno anche a centinaia di metri di distanza. É questa la loro legge, la loro peculiarità. Non sono maligne, semplicemente sono fatte così… Con una persona cattiva si può sempre discutere, forse anche riuscire a placarne l’ira, a sciogliere nella sua anima ciò che la fa soffrire, inducendola a cercare vendetta nei confronti degli altri, o della vita. Sono le persone più fortunate… Ma esistono tipi diversi, le nature rampicanti, che non sono malvagie, semplicemente si abbarbicano con la loro sete ostinata e micidiale a ciò che trovano intorno assorbendone ogni energia vitale. É un destino barbaro e primitivo il loro. É raro incontrare tra gli uomini elementi simili… Sono più frequenti tra le donne. La forza che emanano neutralizza anche le anime più resistenti”.

La donna giusta – Sándor Márai

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