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Posts Tagged ‘La manomissione delle parole’

Mio caro amico,

 può capitare una mattina, così, senza volerlo, di scontrarsi con una parola.

In una mattinata normale, di un giorno qualsiasi, mentre apri le veneziane e guardi il mare all’alba e avverti il rumore delle barche da pesca che rientrano al porto. Ti fermi un attimo di troppo e lei arriva direttamente in gola, per l’urgenza tutta sua di manifestarsi.  Può capitare anche, di assistere al tuo maldestro tentativo di ricacciarla indietro, di sospendere il pensiero e concentrarti su cosa indossare per il giorno che ti aspetta, ma lei è lì, pronta a balzare come una tigre inferocita. Lei è lì, perché ricorda bene il compito che le è stato affidato e non demorde: è determinata a farsi spazio nelle tue giornate.

Allora provi a giocare l’ultima carta e ti mostri indifferente: scendi le scale, ti rechi in cucina e sviti la macchinetta del caffè e solo quando ti accorgi di recitarla ad alta voce, capisci che è entrata per sempre nella tua vita.

Ora ti appartiene.

E’ solo una parola. Quanto spavento può tirarsi dietro una “parola”? Sorridi di te stessa. Ma lei è sempre sulla tua nuca, respira lentamente, ha il fiato corto e la senti ansimare.

Questo ti preoccupa: non ti lascia tregua!

Ci sono parole che non conosci, perché la vita te le ha risparmiate o negate, in ogni caso non le conosci, non ti appartengono, anche quando le senti, raccontate da altri. Perché le parole, se usate in modo appropriato, si raccontano e trascinano storie, anche se a volte vorresti confonderle, tradirle, per cercare sinonimi più facili da gestire. E passi il tempo della colazione a cercare di manometterla, per trovare una parola più semplice, che può essere confusa con un’altra e che non trascini con sé tutto l’orrore dell’ignoranza.

Sostiene Carofiglio:

Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle.

Ecco. Sto facendo a pezzi la mia parola. L’ho smontata e ricomposta, l’ho accettata e ci sto facendo pace, sarà con me nei prossimi mesi e la conserverò nella mia gola mentre rido e parlo d’altro. Non la conoscevo ed ora mi appartiene e mi rendo conto che è sempre stata qui, tra le pieghe di me stessa, pronta a manifestarsi per condividere con me un pezzo di strada. E’ solo un’amica, che dà voce a storie che non hanno titolo, che impone un nome, diversi nomi, a quello che mi accade. E’ una strana parola che si presenta ricca di interpretazioni, che può e vuole essere confusa, come un odore poco piacevole, di fiori marciti in un vaso, di medicinali scaduti, di cibo stantio: un odore di morte.

E’ una piccola parola che si chiama “metastasi” ma che io ho manomesso cercando aggettivi pronti ad accoglierla, come: inevitabile, logico, trasparente. Ma che non ne allieva minimamente la forza distruttiva.

Ma non ti aspettare da me una confessione, mio dolce amico, perché non potrei sopportare il tuo ghigno beffardo, nel ricordarmi gli orrori della guerra, rispetto alla morte annunciata di un misero cane: questa parola è solo mia e di chi purtroppo sarà costretto a subirla fino a soccombere ad essa.

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