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Posts Tagged ‘la saggezza del nulla’

Di solito torno a casa quasi sempre alla stessa ora, verso le sette di sera, salvo imprevisti. La mattina esco alle otto, oppure alle sei, dipende dalla voglia che ho di fare la mia spassocorsa (definizione dell’ultim’ora). Conduco una vita da pseudo pensionata, diciamo che comincio a lavorare sul prossimo ruolo, anche se mancano più di quindici anni, ma voglio considerarmi, nella vita, una donna previdente o almeno ci provo. Esco in media un paio di volte a settimana di sera, la domenica vado a pranzo dalla mamma e per il resto lavoro e provo ad andare in vacanza. Vita noiosa? Non direi, ho avuto di meglio ma non mi è piaciuto. Invece mi piace stare sola e come dice una mia amica che mi ha inviato un’immagine al riguardo: “Non sono asociale, sono socialmente selettiva”.

Essere selettivi significa credere nel destino, significa non provocare, ma lasciare che gli eventi ti facciano considerare una persona indispensabile: ma quando una persona diventa indispensabile nella vita di noi adulti, già ampiamente dotati di amici che cerchiamo di scartare e da appuntamenti che fingiamo di ignorare? Forse quando tornando da Shanghai, dopo venti giorni, la prima persona che vuoi sentire è quella. Ecco, allora, forse, quella persona è indispensabile nella tua vita. Il resto è fuffa. E di fuffa in vita mia ne ho avuta tanta. Dai ventisette ai trentasette anni abitavo in una casa enorme in centro, di quelle anni cinquanta che fanno ridere gli amanti di Philippe Starck, beh, in quella casa passava di tutto, dagli amici di passaggio per farsi un aperitivo a quelli che si fermavano per una sosta che a volte durava un anno e mezzo. Gente. Di cui non ricordo neppure il nome. Gente smarrita dentro i calendari, quelli vecchi, che poi, quando li riprendi, leggi al numero ventidue del mese di Novembre “compleanno di Ricki” e continui a chiederti per tutta la giornata chi cazzo è Ricki. Ma Ricki è quello che avevi forzatamente annoverato nella lista dei tuoi amici, confondendo l’aggregazione del gruppo, spesso utilitaristico, con amicizia. E’ per questo che sono socialmente selettiva: perché ho già dato!

Di solito torno a casa quasi sempre alla stessa ora, verso le sette di sera, salvo imprevisti. Apro la porta con circospezione per affrontare il silenzio che mi aspetta, di lui che mi aspetta. Comincio a chiamarlo per nome per farmi sentire e non coglierlo impreparato, ma lui non è mai impreparato: sa perfettamente cosa fare e mentre mi rilasso e provo a varcare la soglia, arriva per darmi il violento benvenuto. A volte si mimetizza perché adora giocare a nascondino, allora in tutta fretta mi cambio, tolgo le scarpe da “Donna in carriera” alla Melanie Griffith, infilo la tuta strappata e le birkenstock ai piedi e comincio a gattonare sul pavimento. E parte la rissa. In media dura un’oretta: di agguati, nascondigli sempre più ricercati, corse sfrenate lungo tutto il terrazzo, finte distrazioni e urla e risate sguaiate. Il vicinato comincia a credermi pazza.

Lui è il mio gatto: maschio ciento pe’ ciento e stronzo come tutti i maschi sanno essere.

Anche quando avevo Geco, il mio amato e unico amore di cane, avevo dei rituali da rispettare: passeggiata, lunghissima, e poi distesa a terra a far finta di morire per farmi trascinare, agguantata alla felpa, lungo tutto il pavimento di casa. Anche al mare, stessa storia: andavo a fare il bagno, lui alla riva seduto, grande e grosso, nero e spaventoso, a controllarmi, poi facevo finta di annegare e lui si precipitava a nuoto e mi riportava a riva offrendomi la sua coda da afferrare. E poi, visto che non ero morta, mi sommergeva di sabbia, sdraiandosi sopra di me.

Ho sempre giocato con gli animali, offrendomi senza paura, solo con l’animale uomo non ci riesco. Lo temo. Lo trovo imprevedibile. A volte pensi che ti possa salvare invece ti mette la testa sott’acqua. Pensi che abbia capito chi sei invece sul più bello si distrae e torna uno sconosciuto. Lascia tutto e passa ad altro perché “altro” in quel momento è più stimolante, perché “altro” in quel momento è promessa di eterna gioventù, perché “altro” in quel momento è il ritratto di Dorian Gray: la possibilità di un’isola e di una ruga che si spiana miracolosamente.

Allora a volte, quasi in maniera ciclica, parto con quella che io chiamo “pulizia etnica” che nulla c’entra con quella devastante e immorale, perpetrata sulle diverse etnie, ma che applico, usando una terminologia “scurrile”, su quei rami secchi che temo si possano spezzare volontariamente sulla mia testa, non per odio, sentimento di tutto rispetto, ma per semplice distrazione. Per passare ad “altro”.

E come diceva Brigitte Bardot senza volermi paragonare a tanta avvenenza: “Ho dato la mia bellezza e la mia giovinezza agli uomini. Ho intenzione di dare la mia saggezza e la mia esperienza agli animali”. Ridendo, per una volta, aggiungo io.

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