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La sognatrice di Ostenda

“Questa che vede era la biblioteca di mio padre, professore di letteratura, e in mezzo a questi volumi vivo sin dall’infanzia senza sentire il bisogno di aumentare la collezione. Ho ancora talmente tanto da scoprire! Subito dietro di lei, per esempio, è pieno di libri che non ho ancora letto: di George Sand, di Dickens… anche di Victor Hugo”.

“La genialità di Victor Hugo è che c’è sempre una pagina di Victor Hugo che uno non ha letto”.

“Esatto. Mi dà sicurezza vivere così. Protetta, guardata a vista da giganti! E’ per questo che qui non ci sono… novità”.

Aveva pronunciato la parola “novità” dopo una breve esitazione, con cautela e rimpianto, articolandola in punta di bocca, come se fosse stato un termine volgare o addirittura osceno. Sentendolo dalle sue labbra mi resi conto che si trattava in effetti di un vocabolo commerciale, adatto a definire un articolo di moda ma improprio nel caso di un’opera letteraria: capii anche che ai suoi occhi io non ero altro che un autore di “novità”, una sorte di fornitore.

“Anche Daudet e Maupassant erano “novità” quando sono usciti” osservai.

“Il tempo ha assegnato loro un posto” replicò come se avessi appena proferito un’insolenza.

Mi venne voglia di dirle che era lei, adesso, a mostrarsi ingenua, ma dato che non volevo contraddire la mia ospite mi limitai a diagnosticare la causa del mio disagio: quella biblioteca non respirava, sembrava un museo, si era cristallizzata quaranta o cinquant’anni addietro e non sarebbe mai evoluta fintanto che la sua proprietaria rifiutava di iniettarle nuova linfa.

“Mi perdoni l’indiscrezione. Lei è solo?”.

“Sono venuto qui per riprendermi da una separazione”.

“Oh, desolata di averglielo ricordato… mi dispiace molto… Spero di non averla ferita… Mi scusi tanto”.

Il calore, lo spavento, l’improvviso nervosismo con cui aveva reagito sottolineavano la sua sincerità. Quella donna si rimproverava davvero di avermi ficcato la testa in un secchio di brutti ricordi.

“Ostenda è perfetta per un mal d’amore…” balbettò con aria persa.

“Anch’io trovo. Crede che ce la farò a guarire?”.

Emma Van A. mi fissò aggrottando le sopracciglia.

“Guarire? Conta di guarire?”.

“Sì, cicatrizzare la ferita”.

“E pensa di riuscirci?”.

“Be’, sì”.

“Curioso” mormorò lei squadrandomi come se non mi avesse mai visto prima.

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