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Posts Tagged ‘L’amante’

Questa mattina mi sono svegliata con il buzzo buono e finalmente ho messo mano a quella che dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, diventare la mia tana per i prossimi dieci anni (il mio tempo, stimato, minimo di vita!). Anche la precedente lo era, ma poi le intemperanze ormonali di uno dei conviventi, ha reso l’equilibrio precario, fino a farlo, il convivente, precipitare dalle scale. Anche se di scale non ce n’erano. Anche se le avrei volute, per l’occasione. A volte ti rendi conto che delle cose sono proprio necessarie nella vita: le scale, appunto, ad averle, avrei potuto creare un sindacato per donne abbandonate sulle scale, oppure una maestranza per rivendicare il diritto all’uso delle scale per farci rotolare qualcuno, magari con un calcio nel sedere. Vabbè, niente, le scale non c’erano: dopo vatti a fidà degli architetti che tanto sponsorizzano le casette col giardino!

Comunque mi sveglio con il buzzo buono, dicevo, e organizzo quella che per gli uomini rappresenta il “dies horribilis” della domenica consacrata: quando la vostra donna decide di fare pulizia nella vostra vita o decide di fare ordine nei vostri cassetti o in quello che per voi rappresenta l’ordine perfetto. Quando una donna decide di fare ordine, tutto diventa precario, anche il vostro pranzo, e le nuvole fermano la corsa e il vento cede e l’aria si sofferma a osservare. Ecco. Ma siccome io vivo sola, di tutte queste menate atmosferiche non gliene frega proprio niente a nessuno. Quindi mi appresto, con la singletudine che mi sovrasta e un caffè doppio che mi corazza, a smontare la casa: parto dalle tende, anzi dai bastoni che devo ancorare con il trapano, poi smonto i divani e li vesto con l’abito invernale (dismetto il bianco di cotone e passo al blu di velluto), tiro fuori i tappeti, stiro, lavo e poi ristiro e poi rilavo, per un tempo che sembra mai finire uso solo le mani, stacco il cervello e faccio, faccio di continuo, senza sosta, senza pranzo. Fumo, a tratti bevo, un sorso di coca cola dalla bottiglia, e vado avanti cosi, dalle 8,30 del mattino fino al pomeriggio inoltrato. Mi sfianco. Che bello. La musica che mi accompagna è la mia preferita, sono i Nirvana “Nevermind” e con questo trovo un’armonia tra una lei di prima e una lei di oggi, che sono sempre io, ma sembro un’altra.

Canto a squarciagola mentre salgo e scendo dalla scala, fa caldo, ed io preparo la legna per il camino e vesto la mia casa per il freddo. E sono felice. Di non fare altro che questo. E mentre muovo le mani, penso, e tutto quello che penso, se pioverà, e se le mie tende asciugheranno in tempo, e non c’è tempo per gli amori, e non c’è tempo per i rancori: io sono semplicemente immersa nella mia sindrome da casalinga, che mi concedo a tratti, quando la vita mi sta stretta.

E chiudo a un orario improbabile e mi guardo attorno e non credo ai miei occhi: tutto quello che ho comprato e che ho appiccicato alle pareti è distante anni luce dalla mia vita precedente. Dalla mia casa precedente, studiata a tavolino, tutta listelli di Teak e acciaio, senza un quadro alle pareti, tutto bianco, immacolato, con un enorme divano nero di pelle che osserva sfrontato un tavolo lunghissimo completamamente bianco. E un tono di arancio e una scala in pietra e acciaio e finestre scavate nella pietra. Una casa che ho costruito passo passo, facendo dannare l’architetto:

“Voglio una finestra sul lavandino della cucina”

 “Non è possibile, non c’è spazio a sufficienza”

“Non me ne frega niente, voglio una finestra sul lavandino della cucina”…

e capisco adesso che della finestra sul lavandino non me ne frega un cazzo. Indossavo un vestito e mi stava pure stretto.

 E mi guardo attorno e non riesco più a capire se ero io quella dalla casa d’acciaio, come questa.

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Oppure sono quella della casa della nonna o come dice mio fratello “La casa di chi ha battuto la testa” come questa. E forse l’ho battuta veramente la testa. Ma non importa.

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(questo lo dovete ammettere, è il top del Kitsch!)

Piena di accozzaglia, di mille cose senza senso, cose che a volte si guardano di sfuggita e si ringhiano tra loro, ma ogni oggetto ha una sua storia, di ogni oggetto potrei raccontare una storia, piano, sommessamente, mentre arde il fuoco.

E dopo questa lunga giornata ho capito solo una cosa: che ho voglia di fiori, di tenerezza, di memoria e di kitsch… per una volta…

Ho letto un libro tanto tempo fa, che adesso ha le pagine ingiallite,  “L’amante” di Marguerite Duras, e poi ho visto il film, anch’esso splendido, e in questa storia c’era un momento familiare di comunione che sembrava ripulire dalle brutture del presente e penso che in questo momento mi rappresenti:

“Mia Madre, tutt’a un tratto, verso la fine del pomeriggio, soprattutto nella stagione asciutta, decide di far lavare la casa da cima a fondo, per ripulirla dice, disinfettarla, rinfrescarla. La casa è costruita su un terrapieno che la isola dal giardino, dai serpenti, dagli scorpioni, dalle formiche rosse, dalle inondazioni del Mekong, da quelle che seguono ai tifoni nella stagione monsonica. Questo permette di lavarla con grandi secchiate d’acqua, di innaffiarla come un giardino. Le sedie sono capovolte sui tavoli, l’acqua gronda ai piedi del pianoforte del salottino, scende dalle scalinate esterne, invade il portico davanti alla cucina. I piccoli boys sono felici, ci spruzziamo d’acqua insieme a loro e poi insaponiamo il pavimento con il sapone di Marsiglia. Siamo tutti a piedi nudi, anche mia madre. La madre ride, non protesta. Tutta la casa profuma dell’odore delizioso di terra bagnata dal temporale, un odore che fa impazzire di gioia, soprattutto quando è mischiato all’altro, quello del sapone di Marsiglia, odore puro, onesto, l’odore della biancheria pulita di nostra madre, l’immenso candore di nostra madre. L’acqua scorre fino nei vialetti. Arrivano i parenti dei boys , i visitatori, i bambini bianchi delle case vicine. La madre è felice di quel disordine, può essere molto, molto felice se riesce a dimenticare, lavare la casa può renderla felice. Va in salotto, si siede al piano, suona le uniche arie che conosce a memoria, quelle imparate a scuola. Canta. A volte scherza, ride. Si alza e balla continuando a cantare. E tutti pensano, come lei, che si può esser felici in quella casa che sembra trasformarsi all’improvviso in uno stagno, in un campo in riva al fiume, in un guado, in una spiaggia.

I due più piccoli, la bimbetta e il fratellino, sono i primi a ricordarsi. Ad un tratto smettono di ridere e vanno in giardino, dove cala la sera.”

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