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Posts Tagged ‘libri’

Anche le cose più indelebili hanno una durata, come quelle che non lasciano traccia o neppure succedono, e se le possiamo prevedere, annotare o registrare o filmare, e ci circondiamo di promemoria e addirittura cerchiamo di sostituire l’accaduto con la sua mera conferma, registrazione e archiviazione, di modo che ciò che accade realmente non sia, fin dall’inizio, che il nostro annotare o registrare o filmare, nient’altro; pure in quest’infinito perfezionamento della ripetizione avremo perduto il tempo in cui davvero le cose accaddero (benché sia il tempo dell’annotazione); e mentre cerchiamo di riviverlo o riprodurlo o farlo tornare indietro e impedirgli di fuggire, un tempo diverso gli succederà, e in questo tempo, di certo, non staremo insieme né risponderemo a nessun telefono e ci mancherà il coraggio e non potremo evitare il crimine o la morte (anche senza commetterlo o esserne la causa), perché lo lasceremo trascorrere come se non ci appartenesse nel tentativo febbrile di non farci scappare e di rivivere quel che è già successo. In questo modo, ciò che vediamo e sentiamo finisce per assomigliare e addirittura diventare identico a ciò che non abbiamo visto né sentito, è solo questione di tempo, o dipende dalla nostra scomparsa. E nonostante tutto non possiamo far altro che impostare la nostra vita ad ascoltare e a vedere e a partecipare e a sapere, convinti che la nostra vita dipenda dallo stare insieme un giorno o dal rispondere a una telefonata, o dall’avere il coraggio, o dal commettere un crimine o causare una morte e sapere che è stato così. A volte ho la sensazione che niente di ciò che succede succeda davvero, poiché niente succede senza interruzione, niente persiste né persevera né si ricorda in eterno, e anche la più monotona e banale delle esistenze si annulla e nega se stessa in questa ripetizione apparente al punto che niente è niente e nessuno è nessuno che sia esistito in precedenza, e la debole ruota del mondo viene spinta da smemorati che ascoltano e vedono e sanno ciò che non si dice e non avviene e non si conosce né si può dimostrare. Ciò che avviene è identico a ciò che non avviene, ciò che scartiamo o ignoriamo identico a ciò che accettiamo o afferriamo, ciò che sperimentiamo identico a ciò che non proviamo, tuttavia la vita passa e passiamo la vita a scegliere a rifiutare a selezionare, a tracciare una linea che separi quelle cose che sono identiche e faccia della nostra storia una storia unica da ricordare e da raccontare. Impieghiamo tutta la nostra intelligenza e i nostri sensi e le nostre ansie al fine di discernere ciò che sarà uniformato, o che lo è già, e per questo siamo pieni di rimpianti e di occasioni perdute, di conferme e riaffermazioni e di occasioni sfruttate, quando l’unica certezza è che nulla si afferma e tutto si perde. O forse non c’è mai stato niente.
(J. Marías – Un cuore così bianco)

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Da lettrice e giammai da scrittrice, anche perché non oserei mai definirmi tale, mi permetto di richiamare l’attenzione sulla cosiddetta letteratura compiacente. Che significa? Molto semplice: si definisce letteratura compiacente quella che cerca, tramite il suo autore, di uniformarsi al pensiero corrente. Quella che non aspira a cercare un pensiero proprio, ma di trovare breccia nelle esperienze di vita altrui.

Gli scrittori che si adattano alla letteratura compiacente si dividono in due categorie: quelli che non sono proprio in grado di esprimere un pensiero rivoluzionario e quelli che la rivoluzione interiore la custodiscono per pigrizia oppure per operazioni di marketing. I primi barano spudoratamente, mentre gli altri non hanno la benché minima fiducia nelle capacità del lettore e pensano così di intortarlo.

Nella mia adolescenza ho avuto la fortuna di imbattermi in romanzi/saggi di scrittori che sono riusciti a fermare, anche solo a riflettere, un’ideologia, un sentimento, uno smarrimento per la vita vissuta. Scrittori capaci di trattenermi giorni interi su una pagina, leggendo e rileggendo e confrontando il mio smarrimento adolescenziale alla loro esperienza. Scrittori anche discutibili come Céline che non rispecchiava esattamente il mio processo di crescita, eppure talmente rivoluzionari nel pensiero, da indurmi a fermarmi.

Mi capitava di trovarmi in libreria e imbattermi in Stendhal Sartre Vian Kundera Yourcenar Morante Pavese Duras e quant’altri ancora, mi capitava di scontrarmi su un pensiero e su quel pensiero vagavo nelle notti insonni ricche di impazienza di vivere, quando il corpo adolescente si scontrava con il disordine della mente. Mi capitava di portare testi in classe, durante le assemblee, e passare i pomeriggi a discutere di teorie fantasiose sulla possibilità di capire cosa ci tormentava.

Ora invece, cosa c’è? Molta spazzatura. Oggi in libreria devi turarti il naso e oltrepassare, ad occhi bendati, tutte le cataste di libri all’ingresso, con lo stampino a caratteri cubitali del personaggio di turno. Regna la necessità di trovare un linguaggio comune che spinga il lettore ad acquistare il libro. Dove sono finiti quei pensatori liberi e unici che origliavano tutta la vita attorno ad un pensiero, fino a farlo diventare ossessione e che rappresentava il loro personale delirio? Spesso quell’ossessione diveniva “il pensiero” su cui generazioni a venire avrebbero tratto linfa per superarsi e ribellarsi. Forse le uniche forme di arte ancora libere dalle costrizioni di marketing, stazionano ancora nella poesia, perché gli editori ci puntano poco, e sul cinema di nicchia, che si impone ancora una libertà di espressione a discapito del botteghino.

Tempo fa, mi hanno regalato l’ultimo libro di un giornalista abbastanza conosciuto (non Vespa, ovviamente, l’avrei immediatamente cestinato), pensando di farmi cosa gradita, ed io ho pianto per l’orrore di trovarmi di fronte a tanta banalità. Pur essendo un ottimo giornalista, nulla da obiettare, ma il suo libro è intriso di nulla. Il mio ricordo è andato subito a Montanelli, che pur essendo distante mille miglia dal mio pensiero, non ho mai smesso di ascoltare.

Oggi più che mai c’è l’esigenza di un’ideologia rivoluzionaria, in qualsiasi campo, che scuota le generazioni future, oggi più che mai c’è la necessità che gli scrittori si assumano la responsabilità del proprio pensiero.

Tutte le rivoluzioni culturali sono passate attraverso la carta stampata e dove sono finiti i pensatori liberi? Perché non c’è più nessuno che ci offra un’emozione? D’amore, sociale, politica, non importa … ma un pensiero unico e non quello del mio collega della porta accanto!!

Non ci s’inventa scrittori se non si ha nulla da dire e spesso pur avendo molto da dire, si preferisce tacere e sopravvivere sull’onda del compiacimento.

E non puoi neanche manifestare questa insoddisfazione, quando credi veramente che qualcuno abbia di meglio da offrire, perché vieni immediatamente scaraventata nel regno degli stolti.

Ecco, io voglio di più, voglio avere il piacere/disgusto di scontrarmi in un pensiero, che mi lascia sveglia per notti intere a chiedermi perché non ci avevo pensato prima.

E’ chiedere troppo ad uno scrittore? Non credo. Mi sembra il minimo. Ed è per questo che mi ostino su Houellebecq, nonostante mi sia arresa alla non rivoluzione.

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