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Posts Tagged ‘metamorfosi’

bresson1

 

Francesco è uno dei miei migliori amici. Forse l’unico vero amico. Ci conosciamo da sempre e da sempre cerchiamo insieme un luogo protetto per custodire questa passione che ci accomuna. La passione dell’uno per l’altra. Questa forma d’amore, che teniamo forzatamente sotto la sabbia, e ogni volta che il tempo scopre la tana, noi arriviamo con la prontezza dei guerrieri a ricoprir la crepa. Anche la paura ci accomuna. Che questo faticoso equilibrio possa sparire per una distrazione, per una carezza di troppo, per uno sguardo obliquo, per uno scontro di labbra nel saluto di fine serata. Noi stiamo attenti.

Sono stata testimone di tutte le sue scorribande amorose e anche del suo matrimonio. Lui è stato l’unico capace di riportarmi a casa ubriaca e molesta rischiando di essere violentato in ascensore. Abbiamo visto il peggio di noi e ci è piaciuto. Forse più del meglio.

Ieri sera siamo stati a cena insieme.

<Uhm… hai la faccia delle grandi occasioni, che ti succede, tua moglie ha deciso di comprarsi un’altra Louis Vuitton?>

“Tregua per favore. Ho bisogno di parlarti. E’ una cosa seria.”

<… allora prendiamo da bere prima, non potrei sopportare una confessione da lucida!>

Aspettiamo in silenzio che la tipa ci porti due Negroni. Sì, Francesco ed io ci roviniamo di Negroni da circa vent’anni. L’aria è morbida e il locale, nel quartiere della città vecchia, è uno dei più modaioli, radical chic direbbe qualcuno, ma noi ci veniamo da sempre e da sempre sediamo fuori, anche d’inverno. Ci piace proprio, questo non posto. Dall’interno arriva una musica rockettara di sottofondo, il posto è stracolmo di sbandati appoggiati al bancone del bar. Non so il perché ma diventa fondamentale per me capire cosa stanno suonando.

<Ma che stanno suonando? Ma chi sono questi. Non li conosco.>

“Ti devo parlare.”

<Eppure mi sembra familiare… senti… ?>

“Smettila.” Sospira “Io me ne vado.” Sospensione. “Vado a stare a Milano. Mi trasferisco a fine mese.”

<Ah, merda. Vuoi morire con la mascherina antismog attaccata alla faccia! Dai, non fare il cretino.>

“Pa’ me ne vado, mollo tutto” lui è l’unico che mi chiama Pa’, da sempre, da quando mi spillava i soldi per le sigarette.

“Mi sono innamorato.” Pausa… lunga… “Ho già parlato con Valeria, lei è d’accordo, tanto, da tempo, non funzionava più. Cerca di capire, non posso perdere quest’occasione, dopo decenni mi sento vibrare, mi sveglio felice, rido senza un senso e piango senza un senso. Sono emozionato dalla vita, da quello che mi sta regalando. No, io mollo tutto. Non me ne frega un cazzo. Ho deciso.”

<Quanti anni ha?> non so perché lo chiedo, ma è come se un velo si fosse squarciato.

“Trenta. Venti meno di me.” Abbassa gli occhi.

Mi accendo una sigaretta e ordino un altro Negroni mentre una smorfia alla Joker affiora sulle mie labbra.

<Cristo, non ci posso credere. Sei diventato un cliché anche tu. Uno di quei maschietti di cinquant’anni in andropausa che cercano di fermare il tempo con la ragazzetta di turno. Cos’è, vuoi regalare alla storia l’ultimo guizzo di eiaculazione precoce? Speri che la sua giovane età ti risparmi dall’impotenza? Beh, non ci sperare caro mio, morirai con una cesta di corna sopra la testa che non potrai neppure varcare la soglia d’ingresso. Dio Santo. Non ci posso credere! E che farai a Milano, e i tuoi amici, e il tuo lavoro, e la tua famiglia, e io.> … e io? Soprattutto io!

“Posso dirti una cosa? Sì, sarò pure un cliché del cazzo ma tu… tu ti sei guardata ultimamente? Eh? Dimmi, ti sei osservata dentro quella cazzo di campana di vetro che ti sei costruita addosso, con tutti i tuoi amichetti virtuali che hai paura ad affrontare, con la tua vita di plastica protetta dalle emozioni, ma tu chi cazzo sei diventata? Che vuoi fare, ricoprirti di polvere nella speranza che un antiquario venga a spolverarti? Guardati. Sei sempre incazzata o sei stanca o non hai voglia di uscire o stai rintanata a scrivere su quel cazzo di blog a parlare con gente che non conosci e che chiami pure amici. Ma amici di che? Posso dirti una cosa? TDM (soprannome che diamo al mio ex e che sta per Testa di Minchia) adesso vive con una ragazzetta più giovane di te e ride, cazzo, ride, e con te stava sempre in tensione. Doveva sempre dimostrare di essere all’altezza di cotanta intelligenza. E tu avevi smesso di essere la pazza che sei sempre stata e ti eri ricoperta un ruolo da saggia donna in carriera un po’ impegnata e un po’ rompicoglioni. Con le tua tavole perfette, le tue cene di successo… nulla lasciato al caso, senza eccedere mai in nulla. Beh, da una che scappava da scuola calandosi dalle finestre, devi ammettere che c’è stata una bella involuzione. Ne vogliamo parlare, eh, visto che mi stai processando?”

<Questo è un colpo basso> mormoro, ostinandomi a guardare oltre le sue spalle. Mi sto ubriacando.

“Sì, sarà pure un colpo basso Pa’, ma io mi sento felice. Lei… si chiama Francesca… buffo vero abbiamo anche lo stesso nome, si stupisce di tutto è allegra è serena quando si sveglia la mattina, si aspetta sempre qualcosa di buono dalla vita e poi mi guarda ed è come se l’avesse trovato. Non m’importa, anche se dovesse durare dieci giorni, ma saranno i dieci giorni meglio vissuti della mia vita. E poi non vedo l’ora di fartela conoscere, ti piacerà da pazzi, sembra la tua copia, com’eri tu quando eravamo pischelli. Pa’ stammi vicino, non è facile quello che sto facendo, ma se perdessi quest’occasione, non ne avrei altre, ne sono sicuro.”

Perché mi gira la testa? Eppure due Negroni li reggo alla grande. Mi osservo alla distanza e vedo un uomo bello con gli occhi lucidi che parla con una donna contratta dentro una gonna bianca attillata e tacchi alti e giacca striminzita marrone. Anche questi colori. Dove sono finiti i miei azzurri e le mie camicie di jeans con i pantaloni bianchi e le sneakers ai piedi. E perché ora sto scrivendo di questa storia che è soltanto mia. E tutti questi silenzi. E tutte queste urla che mi muoiono in gola.

“Pa’ perdonami. Lo sai che non lo penso. Tu sei il mio amore, la mia sorellina. Ma devo dirtelo che così non va. Devi smetterla. Devi riprendere contatto con la realtà e sbagliare e farti male e soffrire e piangere. Basta Pa’. Vieni qua.” e mi abbraccia e mi tiene così come una bambola di pezza cui hanno strappato gli occhi.

E poi a letto a notte fonda mi sento sola e smarrita e capisco che sto sbagliando e che la malattia non è l’amore ma la sua rinuncia.

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Si appartiene mai a qualcosa? Ad un posto, un libro, una casa, una terra o una famiglia. Che cosa significa realmente “appartenere”? Stare forse a proprio agio con tutto quello che ti circonda, perché quel piccolo universo si è adattato alle tue esigenze, oppure è esattamente il contrario, che sfinito, hai provato, riuscendoci, ad adattarti ad esso. E ancora, l’appartenenza è casuale e istintiva, oppure segna con l’evidenziatore un bisogno a cui non riesci a rinunciare, anche quando tutto il tuo raziocinio ti impone di strappare?

In questo periodo, ad esempio, mi sono adattata ad una panchina. La sento mia. Potrei dire che mi appartiene e anch’io sento che le appartengo. Tutte le mattine che porto il cane mi spingo fino al parco, attraverso il grande cancello e la guardo. E’ sempre vuota, mi aspetta ed io vado, mi siedo e mi godo quei momenti di silenzio assoluto. Osservo. I pini maestosi, i platani e alcune persone che fanno Tai Chi e penso che fra qualche settimana tutto questo, che oggi “mi appartiene”, non ci sarà più. La mia casa, la strada che percorro tutti i giorni, la mia famiglia acquisita ed anche la mia panchina e che dovrò cercare nuove cose da amare e che dovranno farmi stare bene come queste e penso anche che ci saranno giornate buie cui abituarmi, prima di trovare il mio angolo nuovo.

E si appartiene mai a qualcuno, che ti aspetta sempre, nonostante tutto, come la mia panchina? Come un padre, un fratello, un’amante. Qualcuno a cui appartieni nella mente e che non riesci a scacciare perché ti ha invaso, come il tuo piccolo universo fatto di niente.   

Alla fine ho capito solo questo, mentre guardavo il mio platano trafitto dai raggi del sole: che non devi mai adattarti a nulla ed a nessuno, perché l’appartenenza è solo un’invenzione che può tenerti ancorata alla malinconia.

Saudade la chiamano i brasiliani, ma in fondo è solo una fottuta panchina!

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