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Posts Tagged ‘Mrs. Dalloway’

Per quel tempo che misura le parole, che trascina dettagli dimenticati e asciuga la memoria, per quel ricordo che credevi svanito e torna a galla a prescindere e prescindere da tutto diventa una necessità, la necessità di regalarsi un alibi da alimentare a prescindere da te, da me, da tutti gli altri.

Vado a pranzo dai miei come faccio spesso la domenica, il tempo è cupo, piove e fa freddo, ma il mio umore è allegro, quasi sopra le righe, inspiegabilmente, considerando la nottata passata in bianco, ma un’energia sconosciuta mi sovrasta e se non piovesse a dirotto, potrei quasi andare a farmi una corsetta sulla spiaggia. Decido ugualmente di uscire a piedi e coprire la distanza (quattro isolati non di più) a passo veloce, fermarmi a comprare delle paste, telefonare a un’amica e ascoltare musica con i meravigliosi auricolari che il progresso ci ha regalato. L’aria è frizzante. Ogni tanto becco una pozzanghera che mi bagna l’orlo della tuta, ma non ci bado e penso che da ragazzina camminavo sempre sotto la pioggia, cosa che adesso mi sembra impensabile e anche stupida. Da adulti si comincia a scansare le pozzanghere, a ripararsi dalla pioggia e poi dalla vita. Da piccoli non sembra necessario. Mi viene in mente che una volta, da ragazzina all’età di quindici anni, tornai a casa sotto un acquazzone mangiando una pizza incurante del tempo e tutti si riparavano sotto i palazzi e tutti mi guardavano come se fossi pazza ed io ridevo dentro, ero felice, ero in comunione con la terra e con gli eventi, avevo ricevuto il mio primo bacio e il mondo sembrava appartenermi. Ricordo spesso quella sensazione mai più vissuta. Quel senso di emozione, quella pioggia sul viso, la camicia completamente bagnata e la pizza molliccia ed io che ridevo. Dentro. Ridevo dentro. Era estate. L’estate che scoprii la sconvolgente sensazione di una bocca sulla mia. Quello che più mi sconvolge nella mia età matura (sì, perché la mia è un’età matura, checché se ne dica delle cinquantenni) è che il mio corpo viaggia a una velocità diversa dalla mia sostanza: il mio cervello è ancora lì a mangiare una pizza mentre cammina sotto la pioggia mentre il mio corpo rallenta e si ferma e si blocca e prescinde. Adesso capisco i novantenni che dicono di sentirsi ancora giovani e capisco il mio ex suocero che a novantuno anni vuole che qualcuno di noi lo accompagni a sciare.

“Patrizia voglio andare a sciare, per favore accompagnami in montagna, i miei figli non vogliono, ma io ho bisogno di vedere la neve e sentirmi il vento sulla faccia, prima che muoia, prima che non riesca più a mettere gli sci ai piedi” mi telefona spesso e mi ripete ogni volta la stessa cosa, sono la sua ultima spiaggia.

“Signor Aldo, se vuole, possiamo andare sulle piste a mangiare la polenta al ristorante e poi ci mettiamo lì seduti sulle sdraio a prendere il sole, ma sugli sci non è possibile, non posso accompagnarla” e ogni volta mi sento male a rispondere così. Ma questa è la verità e lui non si rende conto che il suo tempo è scaduto ed io non so come dirglielo.

E mentre penso a tutto questo, mi arriva un commento sul blog, inforco gli occhiali (perché dalla pizza sotto la pioggia a oggi sono diventata pure cieca) e leggo di Urania che dice testualmente: “Pablo (riferendosi a un amico di penna) che dolce che sei… divertente la tua schermaglia con l’austera RossodiPersia”. Austera RossodiPersia? Austera io? E da quando sono diventata austera?

Austero = Rigido, inflessibile, intransigente, severo, moralmente rigoroso, frugale, molto sobrio ecc…

Mi prende un colpo.

“Mamma, ma secondo te sono austera?” mentre scarnifico un midollo dall’osso dell’ossobuco

“Beh, austera… diciamo che sei diventata un po’ rompiscatole, un po’ troppo precisina, poco elastica, meno tollerante, un po’ forzatamente rigida, a volte fai fatica, uno deve sempre stare attento a quello che dice, ecco, forse pesi troppo le parole e…”

“Eh, ma’, e che diamine, ti ho fatto solo una domanda, non volevo mica un referto di psicologia. Ti ho chiesto solo se sono austera, mica se sono una rompicoglioni” rispondo piccata.

“Sì, sei austera. Ma prima non eri così. Ma con l’età si cambia, certo dovresti cercare un “attimino” di smussare il tuo carattere spigoloso, sennò figlia mia quando lo ritrovi un altro marito. E tesoro mio non puoi pensare di finire la tua vita da sola, una compagnia ti ci vuole, io sono tanto preoccupata per te…” e attacca la pippa della donna sola che quando morirà non se ne accorgerà nessuno.

Io invece cerco di ritrovarmi tra i libri e mi viene in mente Mrs Dalloway di Virginia Woolf, una donna cinquantenne alle prese con il suo passato, le sue frustrazioni e la sua apparenza in una giornata tipo della perfetta borghesia inglese degli anni 20, ma io non mi sento come Clarissa, non sono una vittima e non mi sono adattata alle regole della società che mi circonda, almeno credo, ma allora come ho fatto a divenire austera?

“D’ora in avanti, avrebbe evitato apprezzamenti su chicchessia. Si sentiva assai giovane; e al tempo stesso, indicibilmente attempata. Penetrava attraverso la vita come una lama di coltello; e al tempo stesso restava al di fuori, spettatrice. Guardando il viavai dei tassì, aveva un perpetuo senso d’esser lontana, lontanissima sul mare, e sola; sempre aveva la sensazione che la vita, anche d’un sol giorno, fosse molto, oh molto pericolosa. Non ch’ella si credesse molto intelligente, o nemmeno una persona fuori dall’ordinario. Come avesse potuto cavarsela nella vita, con le scarse briciole di scienza che aveva dato loro Fräulein Daniels, non lo capiva davvero. Non sapeva nulla; né lingue, né storia; anche ora leggeva pochissimo, se non qualche libro di memorie a letto. Eppure si sentiva completamente assorbita; tante cose; i tassì che passavano… E come dire di Peter, o di se stessa, sono così, sono cosà… ” V.Woolf.

I miei auricolari… si può sopravvivere a una giornata così?

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