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donna che danza sotto la pioggia

C’era sempre tempo instabile nel corso di quei pomeriggi estivi. Era come una maledizione, ogni volta che decidevi di fare qualcosa, tipo organizzare una festa, una cena sul terrazzo o addirittura un matrimonio… beh, non c’era storia, all’ora x, quella fatale, merda, cominciava a scrosciare l’ira di Dio. Io ero l’unica che ne rideva. E questo non è bello. Non lo è, credetemi. C’è sempre qualcosa che non va quando al sole preferisci il grigio della pioggia, quel rincorrersi sotto i cornicioni, le spalle nude bagnate dalla pioggia, l’irriverenza dell’uomo nei confronti della natura, quando non ha paura di ammalarsi, e allora la sfida, si bagna, si fa accoglienza, si offre al maltempo con i suoi jeans bianchi che stonano nel contesto e tira fuori quel golfino azzurro e leggero da indossare a pelle nuda, quella pelle ambrata che ci rende tutti più appetibili, e si mostra in contrasto con la foto del passato che ci ritraeva uguali, nello stesso posto, con lo stesso abbigliamento. Non si cambia poi tanto se basta un acquazzone per replicarci. Siamo sempre fermi lì, a quell’immagine del passato che ci ritraeva al meglio. Quando amavamo. Quando non ne avevamo paura.

Un’altra estate sta passando, corre piano senza troppi clamori, sembra una modella alle prime armi che calca la passerella e con lo sguardo ti invita a seguirla ma poi si disperde nella folla: dovrei arrendermi a questa condizione e accettare il sudore che mi corre lungo le vertebre come una benedizione che mi lascia ancora il tempo di goderne, eppure non è così, nell’immaginario comune, per quelli come me che vivono in una città di mare, l’estate è un tempo. A sé stante. Un principio. Una lercia insolenza. I migliori tradimenti si sono consumati sulla battigia che ci vedeva protagonisti di quella follia, chiusi nelle cabine mentre fuori si consumava l’ultimo torneo notturno di tennis, le sveglie improbabili all’alba per guardare il sole e stringerti al tipo di turno. Tutto è sempre stato per una congiunzione della natura con l’amore; neppure la montagna riesce a darti tanta emozione, neppure sciare fino allo sfinimento e poi fermarsi ad ubriacarsi in cima a una montagna… nulla è vivo come il mare.

Io esisto in una città di mare, dove il mare è il protagonista assoluto, e l’amore ne è la conseguenza. E quando l’amore non ti sembra abbastanza, oppure l’estate ti disturba, allora c’è qualcosa che devi rivedere nelle tue giornate. Io esisto nelle brezze notturne che scostano le tende e mi fanno correre, trafelata, a chiudere le imposte, io esisto in questa terra di cui conosco i sentieri che conduco al mare, i lettini da aprire, il mio amico che si è accasciato stanco, senza più rialzarsi, mentre giocava a beach volley; io esisto nell’inchino che i marinai nella processione del mare gli hanno voluto donare suonando le sirene che hanno squarciato l’aria di una ignobile domenica mattina. Sembrava un lamento di delfini. Io esisto nei piedi nudi, bruciati dal sole e conficcati nella sabbia, rattrappiti dal dolore. Io esisto perché ne ho memoria.

Oggi piove a dirotto, sembra autunno eppure è estate, l’aria è calda ma carica di pioggia, il cielo è grigio e tutto sembra sospeso in attesa del sole. Ed io l’ho fatto. Ho messo la musica più stupida del mondo, ho indossato l’allegria e ho cominciato a giocare a nascondino sul terrazzo con il mio gatto, poi sono stata tutto il tempo sotto la pioggia a ballare, giravo su me stessa con le braccia allargate e il viso rivolto verso il cielo: giravo e ballavo, sembravo una scema. Sono una scema, lo so. Ma la pioggia estiva mi è amica. Mi ricongiunge con me stessa, mi ricorda chi sono e che non mi importa dei capelli bagnati, dello sfaldamento progressivo della mia pelle, della mia paura di essere estate nell’estate che non c’è.

Io esisto nel mio tempo, ne sono consapevole, a volte è una maledizione, ma quando ci ballo sopra, capisco che non potrei essere niente di meglio: ballo sotto la pioggia e penso al mare. Potrei quasi invidiarmi!

La mia terra è solo scogli

aguzzi e irriverenti

scogli che non accolgono

eppure proteggono

dagli spiragli gelidi del tempo

che non aspetta.

La mia non è un terra

piuttosto un riparo

dalla morte prematura

di questo addio.

Non ti cerco più

scavando a mani nude

ma soffio leggera

dove so che la terra può volare

e con i ginocchi doloranti per

il troppo peso

aspetto

che la terra ti raggiunga

che ti cada leggera sulle spalle

e attendo quel momento

infastidita

della sua mano sulla pelle

a scacciare il pensiero

lento e incostante

che conservi per me.

Non ho motivi

e non ho certezze

eppure spero che quel refolo estivo

ti giunga prepotente

mentre rassicurante

ti adagi sul tuo futuro incerto.

Ho acquistato dei rami da conficcare sul terreno.

Sono ginestre.

 

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