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Posts Tagged ‘non ci sono tag che tengano!’

tatuaggio

Ho un occhio dipinto sulla nuca. Per mia sfortuna è un disegno indelebile, di quelli che ai giorni nostri vengono definiti “tatuaggi”, perché indicano un tempo sospeso, di quelli che hai voluto fermare perché pensavi, stupidamente, che la memoria non sarebbe stata abbastanza competitiva. Ho un occhio dipinto sulla nuca, regalato dalle mie amiche per i miei ultimi cinquant’anni – perché non ce ne saranno altri, checché se ne dica – frutto di un desiderio improvviso, per una come me, che ha sempre cercato di evitare segni permanenti sul corpo, perfino quelli della cellulite. Ma, all’epoca, sentivo di averne bisogno: avevo la necessità di timbrare il tempo, di offendere la pelle, senza pensare che avrei offeso soprattutto quelli che hanno avuto timbri e numeri sulle braccia senza desiderarlo. Ecco, se ci penso adesso, e in questi termini, mi vergogno per il mio tatuaggio: quando vedo le immagini di repertorio, quelli con quelle braccia esposte e i numeri tatuati sulla pelle, mi sento un essere insulso, stupido, irriverente, egocentrico, ignorante… e potrei andare avanti all’infinito. Ma tant’è: ho un occhio dipinto sulla nuca!

Quell’occhio mi serviva a ricordare, anzi, per meglio dire, a non dimenticare, e credetemi, c’è una bella differenza: si ricorda il piacere, il desiderio, la sensazione di essere in pace con sé stessi e con il mondo circostante; mentre si tende a dimenticare la motivazione, la paura, l’arroganza, la visione, e soprattutto l’arma che si pensa possa servire a contenere un’esplosione.

Io convivevo, in quegli anni, con una bomba tra le mani: la mia paura di essere diversa. Di non riuscire nel mio intento, quello cercato dall’infanzia, quello perseguito da sempre, dall’età della ragione: io vivevo con la paura di non riuscire a interrompere il ciclo nefasto della mia famiglia composta di donne sole, abbandonate, e offerte al sacrificio della vita. Abbandonate a sé stesse e sempre alla ricerca di uno scopo: farfalle dalle ali spezzate, costrette a sopravvivere senza la possibilità di scegliere, di circoscrivere il dolore, di ghermire il benessere. Io convivevo con la mia paura e ho fatto tutto quanto era nelle mie possibilità per cambiare le cose, per cambiare il mio destino: ho abusato di me stessa, dimenticando spesso le mie necessità, ho lavorato a testa bassa, cancellando sogni e aspirazioni, ho spalancato armadi per assistere all’orrore, per conviverci, per sopravvivere, e alla fine ho assicurato un lieto fine per tutti. Tranne per me stessa. Ma anche per quello ho lottato: ho scelto un sogno, uno solo, e l’ho perseguito con tutta la forza di cui ero capace. Ho martoriato il mio corpo per sette lunghissimi anni, iniettandomi dosi massicce di medicinali, sottoponendomi a umiliazioni oltremisura, ostentando il mio corpo come un campo di battaglia dove ognuno poteva fare e disfare secondo la propria presunta competenza: ho cercato di avere un figlio, quando la mia apparente stabilità sentimentale lo permetteva. Apparente, sottoscrivo, e non è casuale.

Adesso ho fatto pace anche con questo – o forse no, chi può saperlo – ma resta l’amarezza di avere atteso il tempo, di averlo sostenuto in un unico obiettivo, tralasciando la mia vita, abbandonandola a se stessa, senza timone, senza visione. E la fatica di ricostruirla necessitava di un timbro. Di un occhio per vedere. Di un occhio per capire. Di un occhio per non dimenticare. Di una memoria a ricostruire quanto distrutto da un’idea di perfezione, che poi è la propria, e non riconducibile alla vita intesa come essenza di sé stessi. Un figlio mi avrebbe mai resa migliore? Mi avrebbe dato la possibilità di capire il mio posto in questo universo di parole? Oppure mi avrebbe solo concesso la possibilità di astenermi dalla vita, per concentrarmi solo sulla crescita di un singolo, senza esplorare il mio universo?

Parole a vuoto: questa io sono, oggi e per sempre, sono fatta di parole immaginarie e solitudini irreali; finzioni matematiche di come la vita di una donna potrebbe diventare invisibile se non socialmente riconoscibile.

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“-6 Aprile 2006  Barcellona-

Sveglia alle h. 6,30.

Mal di schiena.

Sono immobile nel tempo che trascorre

osservo il via vai frenetico dalla finestra.

È primavera e i mimi si preparano

ad affrontare la loro giornata di immobilità.

Anch’io.

Sono la figura morta della donna

che aspetta di fiorire.”

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Tant’è: ho un occhio dipinto sulla nuca!

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