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Posts Tagged ‘ostentazione di se stessi’

adelina

Per le donne di mezza età, come la sottoscritta, arriva sempre il momento della cosiddetta “presa di coscienza”. Accade generalmente quando ti vesti ancora come una ragazzina, ma non riesci più ad allacciarti le scarpe; quando insisti nel comprarti le gonne di due dita sopra le ginocchia e sembri vittima di un attacco di Marines con proiettili alla cellulite; quando infine, a ogni cambio di stagione, ammiri sconfortata la sfilza di scarpe tacco improponibile che ti guarda sghignazzando perché anche quest’anno non le metterai mai, ché non ti assiste l’energia.

Per le donne di mezza età, come la sottoscritta, arriva sempre il momento di decidere se cavalcare il declino a botta di nutella “tanto che me ne fotte”, oppure trovare una soluzione alternativa che, alla minor fatica con il massimo risultato, porti a risalire la china prima dello sprofondo. Tralasciando le facili alternative a base di botox e spianate chirurgiche, improponibili per chi come me non sopporta neppure la spremitura di un punto nero, si passa direttamente alla fase due: ammazzarsi di palestra! Si parte quindi con tutti i buoni propositi, e il primo settembre, inizio del nuovo anno (mi stupisco ogni volta che non sia Capodanno!), inizia il fantasmagorico e imbarazzante fitness recruiting friends:

  • Che ne dite se quest’anno ci facciamo un po’ di posturale? Così, giusto per raddrizzarci la schiena? –
  • Ah, no, mi dispiace ma se devo fare stretching, allora me ne vado a yoga – questa è la naturopata del gruppo.
  • Seee, yoga… con quell’invasato che poi comincia a telefonarti per organizzare i weekend a base di miglio. Ancora? Ma non è stato sufficiente quello che ci ha combinato due anni fa, che per togliercelo di torno abbiamo dovuto sbattergli in faccia una bistecca di manzo?
  • Ok ma allora che facciamo… vi prego non mi dite che andiamo a correre, che io non ce la faccio neppure a camminare -.

E dopo un’ora passata a elencare tutti gli sport possibili, dal rocciatore al fungarolo, passando per l’étoile, decido di intervenire buttando lì l’unica parola veramente detestata dal mondo femminile: piscina.

  • Potremmo andare in piscina – mormoro mentre mi mordo un labbro.
  • La piscina? Ma che sei matta… e i capelli? Hai idea di quello che significa il 22 Febbraio con venti centimetri di neve andare a tuffarsi in piscina e poi passare due ore ad asciugarsi i capelli, che poi non li asciughi mai bene e poi esci e ti prende un accidente e sembri pure uscita dal museo delle streghe? Ma che sei matta?
  • Sì lo so, però la piscina fa bene. Eppoi merda viviamo in una città di mare e ci abbiamo passato la vita in piscina! – cerco in un disperato tentativo di persuasione.
  • Sì, però avevamo vent’anni. Poi ti ricordo, nel caso l’avessi dimenticato, che se giri la testa dall’altra parte del mare troneggiano due belle montagne innevate che d’inverno ti fanno battere i denti. Ci possiamo pure provare, ma quanto dura? Nooo, non voglio pagare una tombola di abbonamento per due giorni di piscina, allora vado a fare la fighetta in calzamaglia dentro una sala spinning – e questa è Claudia, la saggia del gruppo.

Ma nonostante i saggi consigli di Claudia, decido ovviamente di iscrivermi in piscina. Riesumo i vecchi costumi e, tanto per tirarmi su il morale, mi accorgo che mi vanno stretti. Troppo. Poi da bagnati, rischio che non riesco più a levarmeli. Ok, va bene, parto per l’acquisto gasato e mi rifaccio tutto il guardaroba da nuotatrice: accappatoio in microfibra, costume Speedo, cuffia e ciabattina in tono e occhialino, costoso quanto tutto il resto e utile anche per fare la traversata della Manica. Che ne puoi sapere!

E finalmente, dopo due battiture singole a colpi di tavoletta ed estenuanti “stile libero”, decido di provare il rinomato corso di acquagym. Decido di farlo di sabato mattina, l’unico giorno in cui potrei dormire, considerando che la domenica di solito pranzo coi miei che alle dodici stanno già all’antipasto, quindi sono costretta a svegliarmi all’alba per evitare di ingurgitare un piatto di tagliatella all’aroma di caffè.

Arrivo quindi di sabato, gagliarda e fiera e piena di buoni propositi. Piscina appena aperta. Acqua ghiacciata. Tanto che stringo amicizia con due pinguini e ci diamo appuntamento per l’aperitivo, ma non mi faccio scoraggiare. Comincio a nuotare in lungo e in largo (più in largo, devo ammettere, visto la ridotta capacità polmonare) e all’arrivo dell’istruttrice mi volto e, orrore, vedo una marea di nonne. Sì, nonne, esattamente. Età media 65/75, volume acustico 120 dB, violenza fisica e verbale 400. Si conoscono tutte. Sono tutte le nonnine del corso settimanale delle nove di mattino (che io non ho mai avuto la “fortuna” di incontrare) che il sabato mandano a cagare la famiglia e si radunano a mollo: un esercito di donne sveglie dalle 4 del mattino, che hanno già stirato tutte le camicie del figlio maggiore, preparato il pranzo e anche il ragù per il giorno dopo, e ora sono lì che hanno solo voglia di sfogarsi. Praticamente un inferno! Ognuna di loro ha il suo posto ben definito in un’area illusoriamente delimitata dall’acqua circostante e, dopo avermi fatto spostare tre volte, tanto per ribadire la mia posizione di intrusa, cominciano ad agitarsi a ritmo di musica come possedute dal demonio. E parlano. E mentre io dopo mezz’ora boccheggio, loro parlano e sudano e affondano e si rialzano e riprendono e riparlano e ridono e rompono il cazzo perché non tengono la posizione e ti rovinano addosso. Ma la cosa più sconvolgente è che ne sono una marea, hanno occupato tutte le corsie e continuano ad arrivare a botta di tre alla volta, anche dopo mezz’ora dall’inizio della lezione: sembra quasi che dietro la porta a vetri ci sia un cappellaio matto che le rilascia a gruppi da tre ogni dieci minuti. E non finiscono mai. E ogni volta che arriva un nuovo gruppo, tutte le altre si dispongono per fare spazio (ma spazio non ce n’è) e chiedono informazioni sullo stato di salute, sul tempo, sulle ricette di cucina e quant’altro Dio riesca a inserirgli nel cervello.

Dopo quarantacinque minuti di estenuante sopravvivenza decido di mollare le cinquantacinque Adelina e Guendalina Bla Bla a mollo nello stagno.

Ma non è ancora finita. Dopo poco le cinquantacinque papere galleggianti irrompono nello spogliatoio in preda al delirio generato dal surplus di endorfine e cominciano a spogliarsi circolando per tutto lo spazio in completa nudità, incuranti del pudore e soprattutto della buona creanza. E mi ritrovo in un attimo circondata da corpi avvizziti che mi passano accanto, da corpi allampadati color cioccolata (che fa tanto “sto in salute”) completamente nudi e glabri che si asciugano i capelli, ritti, a gambe larghe, mentre io sono lì, col pudore che non mi ha mai abbandonato, a cercare di fare tutto quello che devo fare evitando di sbatacchiare una tetta in faccia ad un’altra persona. E mi chiedo perché. Che cosa muta nel corso della vita, cos’è quella sciagurata alchimia che ci porta a ostentare un corpo martoriato dal tempo, senza alcun pudore, come se questo possa garantirci un passaporto senza timbro per illuderci di essere ancora godibili agli occhi degli altri. Il perché della violenza di stare accanto a una persona completamente sconosciuta, ostentando la propria nudità in uno spazio di pochi centimetri. Perché così facendo ci sentiamo liberi? Perché così facendo ci ribelliamo alle nostre paure, fronteggiando l’orrore del nostro corpo che si deforma? Oppure perché, semplicemente, siamo diventati così asessuali da non provare neppure a custodire la nostra intimità?

Io ho un grosso senso del pudore. Forse troppo. Pur non essendo Santa Maria Goretti, ho sempre odiato andare in bagno in compagnia di altre donne e non ho mai permesso agli uomini che mi hanno vissuto accanto di condividere la mia sfera personale. Forse sono esagerata, o forse sono solo una donna che ama vedersela da sola (e questa è a libera interpretazione), ma non ne ho mai capito la necessità, non ho mai capito il bisogno di spalancare tutte le porte della propria intimità quando questa, specialmente se fisica, non aggiunge, ma nega la bellezza. E ne faccio proprio una questione estetica: ho conosciuto coppie che condividevano tutto e mentre lei faceva la doccia, lui andava in bagno e il corpo dell’uno era territorio dell’altro, senza discernimento, senza misure, e a me è sempre sembrata una follia. Abbiamo confuso l’amore con la fratellanza, la confidenza con la bruttura e così facendo ci sentiamo pronti e spavaldi a mostrarci agli altri rivendicando battaglie fittizie che nulla hanno a che fare con tanta effimera disponibilità. Mostrare il corpo per non mostrare l’anima e stare lì, in uno spogliatoio completamente nudi, senza neppure rivolgere lo sguardo a chi ti è seduto accanto: è questa la conquista? E’ forse questo il punto di congiunzione con me stessa al quale dovrò ispirarmi? Oppure è quello di mantenere il mio spazio, fino all’estremo, fino a quando una badante qualsiasi non mi spoglierà completamente e con fare distratto mi maltratterà la pelle e l’anima.

Comunque, adesso, il sabato mattina, dormo.

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