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Posts Tagged ‘Pablo Picasso’

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Certe volte ci provi a scrivere qualcosa, perché dentro c’è sempre qualcosa che bolle e stai un paio di giorni sospesa su una storia che non c’entra niente con la tua vita ma chissà perché in quel momento, mentre la scrivi, sembra che ti appartenga. Stai un paio di giorni a vivere la storia di una che non conosci e ti rendi conto di quanto possa essere difficile e complicata la vita di chi scrive libri veri, di quelli che vivono due esistenze parallele: la propria, forse diversa, e quella del protagonista, forse pazzo e innarivabile.

Trovandomi in un momento d’impasse tra la quotidianità gretta e ostile e la fantasia più sfrenata, talmente sfrenata da navigare oltre le righe, ho cominciato a immaginare la vita di una tipa di nome Agnese che vive in un attico della Milano bene, vittima di se stessa. Ho cominciato ad affezionarmi al personaggio ma più la comprendevo e più mi faceva incazzare per la passività del ruolo che non mi corrisponde e per l’arrendevolezza che trovo fuori luogo rispetto al contesto della storia. Insomma sono due giorni che mi aviluppo su questa cazzo di Agnese fino a capire che in realtà, e veramente, forse non ho niente da dire. Forse la mia vita in questo momento è talmente piatta e inutile e ferma e fotografata da non produrre niente, neppure un minimo pensiero. Cosa si fa in questi momenti? Si cavalca l’onda e si esce per serate sperando che la movida scateni un pensiero intelligente, oppure si chiude la trasmissione per interruzione dei lavori come di un cantiere che nulla ha da offrire tranne una consueta e banale perforazione del selciato. Una cosa forse l’ho capita: che se non ami non scrivi. Anche se sembra banale.

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Agnese s’è messa a sfregare. Con un’unghia laccata di fresco di un rosso porpora tendente al corallo segue una traccia scura sul pavimento di marmo, probabilmente il tacco di una scarpa nera, presumibilmente nuova, forse di Enrica che cammina trascinando i piedi.

L’immagine di se stessa la coglie impreparata, ai primi chiarori dell’alba dalle finestre del suo attico di pregio una luce bianca attraversa le tende di lino e le rimanda la sua figura di donna, bella, ancora piacente, vestita di tutto punto, inginocchiata ad accanirsi su una riga, tra il secchio e la ramazza. I ginocchi le dolgono, si sfila le scarpe grigie di Louboutin con suola rossa e tacco 12, accartoccia sulle cosce la gonna, anch’essa grigia, fino a scoprire il pizzo delle Wolford autoreggenti e si dispone sui talloni con la schiena eretta in posizione della Sedia. Respira. Ma l’aria non arriva. Riprende il suo percorso, in quella che le appare l’unica attività possibile per salvarsi la vita in una serata come quella e che le sembra l’unica alternativa gestibile al volo dal balcone: lavare i pavimenti. Fa ricorso ai vecchi insegnamenti del Maestro, concentrandosi sul “QUI E ORA”, e come le hanno imposto nei tempi passati nel Monastero Zen strizza per bene lo straccio e sempre in ginocchio parte dall’angolo sinistro con movimenti orizzontali e attraversa tutta la stanza in una sorta di zigzag risolutivo. Si chiede se è ubriaca dopo la serata passata nel solito finto ristorantino del centro a ingurgitare pessimi cocktail ascoltando pessima musica e sorridendo a pessime battute.

La serata è partita qui, dal suo appartamento, con un giro di spritz che Helèna ha sapientemente preparato prima di andare via: un paio di candele sparse per casa e qualcosa da sgranocchiare in attesa dell’arrivo di Guido, con tutti gli uomini disposti da una parte a
parlare di soldi e le donne dall’altra a parlare di scarpe. Poi Guido ha telefonato:

“Ciao amore, scusami ma non ce la faccio a tornare. C’è un imprevisto in ospedale ed è probabile che debba rimanere qui per tutta la notte”

“Ancora? Ma non è possibile. Guido ma che sta succedendo? Passi più tempo in ospedale che a casa. Non ci sei mai, sono sempre sola.”

“Senti Agnese adesso non ho tempo di stare qui a fare l’analisi del nostro matrimonio, ho dei casi urgenti, sai bene com’è il mio lavoro! Ne parleremo in un’altra circostanza. Ciao, saluta tutti e porgi le mie scuse. Ci sentiamo domattina”

Agnese resta ferma per un tempo che le sembra infinito con una mano poggiata su una scultura di Vitaloni e l’altra che trattiene il telefono. Resta fissa a guardare la mano sulla testa dell’animale che le sembra vero, mentre è la sua figura ad apparirle come una scultura, come una pessima rappresentazione della moglie tradita. Si gira lentamente e attraversa con gli occhi tutta la sua vita: capta di sfuggita le risa fragorose degli amici sulla terrazza, viene folgorata dallo scintillio dei bicchieri colpiti dal riverbero della candela, nota una scia scura sul pavimento di marmo bianco. E pensa questo: all’improvviso capisce di essere diventata una macchia scura in un mosaico perfetto, una macchia scura lasciata dalle scarpe di un’altra sulla propria esistenza. Ora non è altro che “la moglie di Guido”. Ha perso anche la sua identità e nessuno ricorda nulla delle sue rinunce, di quando lavorava alle traduzioni delle dispense pur di guadagnare abbastanza per offrire a Guido la possibilità di scegliere. Aveva rinunciato alla sua di vita per offrirla a lui, erano folli come Paul e Corie di “A piedi nudi nel parco”, ma ora è diventata obsoleta, ora c’era Catherine, la nuova assistente, il genio incompreso della medicina. Ma quand’è che scatta il momento della resa, quando la seduzione del tuo essere femmina, costruttiva determinata e sensuale, perde di potenza, quando accade, in quale preciso momento il tuo uomo smette di guardarti come una preda conquistata a fatica nella giungla del banale. Quando smette di crederti unica e insostituibile. Lo intuisci solo se accade, quando guardandoti allo specchio ritrovi tutte le insicurezze dell’adolescenza: in fondo non eri un granché, in fondo lo dicevano tutti che eri bruttina e neppure tanto intelligente, in fondo te lo meriti. In fondo.

“Miei cari, se volete possiamo andare, Guido ci raggiungerà più tardi… ha avuto un imprevisto in reparto” recita Agnese con finta allegria.

Passa un attimo di gelo ricomposto subito in caciara. E’ insolito il comportamento delle persone che temono l’imprevisto. Restano lì, un attimo sospesi, e la osservano guardinghi, con timore, per paura di un colpo di coda dell’ultimo minuto, paura che rompa gli argini e diventi folle, addirittura che possa scoppiare in un pianto inconsulto e decisamente di cattivo gusto. E’ strano come diventi immorale la difficoltà degli altri, di qualcuno che all’improvviso decida di rompere lo schema: “In fondo l’ha sempre saputo che Guido la tradiva e adesso? Adesso vuole solo rovinare la serata a tutti”. I pensieri sono quasi palpabili e attraversano le stanze come flussi di energia. Agnese decide di rientrare nel ruolo e fare quello che sa fare meglio: fingere di essere felice.

“Ora mi alzo e vado a dormire”. Con un gesto da atleta sconfitta butta lo straccio nel secchio, si asciuga le mani sulla maglia, all’altezza del petto e si dirige in bagno per accovacciarsi sul bidet: si alza la gonna, si sfila le mutande e inizia a lavarsi. Un bidet. Per cancellare le dita di Francesco che, accompagnandola a casa, ha pensato bene di sollevarla dalla tristezza, infilandole due dita tra le cosce. “Sono diventata una donna da consolare” si ripete compassionevole mentre sfrega ripetutamente la mano larga e umida su un sesso asciutto. Si infila il pigiama e va a dormire: crema per le mani, un Lexotan per dormire, sveglia alle h. 12,00. Domani ha un brunch con le amiche.

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 Picasso1_m

 

Qual è il senso di mostrarsi al meglio rispetto quello che siamo? E parlo di estetica, naturalmente, perché il cervello o l’hai o non l’hai e purtroppo non si acquista in profumeria insieme al lucidalabbra:

“Buongiorno, desidera? Come posso aiutarla?”

“Sì, ecco, avrei bisogno di un lucido su un tono aranciato, ma non troppo vivace, per carità. E poi una confezione monodose di consapevolezza.”

“Benissimo, e come la preferisce la consapevolezza di livello più prettamente individuale o piuttosto come coscienza sociale?”. Embè, no, proprio non regge. Allora è meglio rimanere con i piedi per terra e agire solo dove è possibile intervenire.

Per le donne mostrarsi più belle è quasi un dogma che vive di luce propria e s’illumina a fasi alterne: ci sono quei periodi che ti guardi abbrutire e ti compiaci di tanta riuscita metamorfosi da donna a scimmia, e ci sono quei periodi che ti lisci e ti lucidi neanche fossi un pezzo d’argenteria. Poi ci sono anche quelle che, tra una lucidata e l’altra, si gonfiano e si stirano, ma quella è un’altra storia.

C’era una volta una donna: intelligente, consapevole e di bell’aspetto che si chiamava Virginia. Virginia non stava più nella pelle. Dopo tredici anni aveva l’occasione di rivedere Mauro, il suo Mauro, quello che l’aveva smollata per una che da scimmia si era trasformata in gazzella, tanto che la volevano al circo per farle fare La Cavalcata delle Valchirie a quattro zampe, che poi non se n’è fatto più niente perché non riusciva a capire il giro antiorario della pista circense.

Ma Virginia finalmente aveva l’occasione di sfoderare il suo intelletto con una conversazione efficace, priva dei rancori e delle asprezze dell’ultima volta. “Ah, vedrai, sarò dolce e gentile, eviterò accuratamente di parlare di noi, di quel periodo, e lo farò morire. Ah, vedrai, ci resterà come un salame.” Si ripeteva come un mantra mentre abusava della sua ormai frettolosa quotidianità. Sì, perché mancava ancora troppo tempo, tre settimane, al loro incontro e il tempo a tratti sembrava non passare mai oppure si snocciolava alla velocità della luce, come una calza smagliata prima di un appuntamento importante. E tutto questo tempo le stava dando l’opportunità di darsi un’occhiatina un po’ più realistica.

Iniziò dal corpo:

“Beh, certo, se invece di fare l’impiegata avessi fatto i 400 stile libero alle Olimpiadi di Londra forse starei un filino meglio. Oh, ma niente di che eh, Oddio, certo quei tre chiletti in più introdotti in forma liquida quest’estate, sottoforma di aperitivi, e solidificati poi inspiegabilmente nel lato esterno della coscia, beh, quelli dovrei cercare di eliminarli. Potrei lasciarmi morire di fame. Ma poi quando lo vedo invece di abbracciarlo rischio di azzannarlo. Vabbè però la donna un po’ formosa ha sempre il suo fascino. Potrei indossare un burqa, così risolvo pure il problema delle rughe e dirgli che mi sono convertita alla religione islamica per un amore perduto che tanto mi ha fatto soffrire… sì, ma dopo come faccio a mangiare a cena? Che faccio, lui mangia ed io lo guardo. Così poi mi vengono pure i nervi e rischio di spaccargli una bottiglia in testa. Non applicabile.”

Poi passò al viso:

“Eh beh, sul viso la gazzellona mi fa un baffo. Sono sempre stata di bella faccia, come diceva mia nonna… uhm… solo che lui si ricorda la faccia di tredici anni fa e tredici anni, Sant’Iddio, sgorbierebbero pure Catherine Deneuve. E poi questi stramaledetti specchi, da zoom pelo incarnito, che ti scovano il solco prima ancora che trovi il posto dove posarsi, che il diavolo se lo porti a quello che li ha inventati. Cavolo, ho la faccia che sembra un’autostrada, ci sta pure il casello col telepass. Ma com’è possibile che adesso il mio ovale sia diventato lungo, quando ho sempre avuto la faccia tonda, tanto che mio fratello mi chiamava “luna piena” per farmi incazzare? La forza di gravità, eh sì, per forza, quella è la forza di gravità che mi tira in basso. Eh vabbè, del resto è un fenomeno naturale, che posso farci io, mica posso andare all’appuntamento camminando sottosopra, che poi così non mi posso mettere neanche la gonna.”

E fu così che Virginia cominciò a sentirsi minare nelle proprie certezze e pian piano, con il passare dei giorni, cominciò anche a dubitare della sua fantomatica intelligenza. Ogni giorno che passava, sentiva un pezzo di se stessa staccarsi dal suo immaginario, fino a quando arrivò il giorno tanto atteso, e Virginia, ormai deformata dell’idea di sé, decise di fargli recapitare un biglietto al ristorante.

“Mio caro Mauro,

l’idea di incontrarti e di vederti imbolsito e pieno di rughe, perché dopo tredici anni di sicuro sarai così, non mi dà pace. Ho deciso di ricordarti com’eri e non volermene se ti lascio in balìa della gazzellona di vent’anni più giovane di te, che ogni volta che ti vede reprime un conato di vomito. Io con l’età sono diventata troppo debole di stomaco e certe apparizioni rischiano di farmi aumentare la gastrite. Preferisco uccidermi di Nutella piuttosto che di tristezza.

Per sempre tua, ma soprattutto mia.”

E Virginia scoprì che i tre chili in più, che segnava la bilancia, erano tutti dentro la sua testa.

 

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pablo

Lei lo guarda. Indossa una bella camicia, di buona fattura, come direbbe sua madre. Di Kiton probabilmente. Una giacca sui toni del verde di un cashmere a due fili, pantaloni leggeri e scarpe sportive. Profuma di denaro. Tutto in lui profuma di denaro e ne sembra compiaciuto. Il polso sottile anticipa una mano pacata e sicura che sa come muoversi, come afferrare un bicchiere, come evidenziare un pensiero. Parla e sa cosa dire. Non eccede. Non ride. E’ capace di parlare della morte come se parlasse del tempo, senza enfasi, con un tono rauco e monocorde.

Lui la guarda. Le sembra più giovane della sua età con i jeans e le scarpette. Abituato a vederla tutti i giorni con i tacchi si sarebbe aspettato un’impalcatura da serata. E’ rimasto stupito, un po’ deluso, forse un po’ a disagio: non è abituato a non esporre.

Penso a questo, cercando di immaginare come descriverei la scena.

Il ristorante, abbastanza pretenzioso, ostenta un’intimità da coppietta percorso da frasi sussurrate che ondeggiano sulla fiammella delle candele. Si trova appena fuori città e voglio credere che sia stata una scelta dettata dalla riservatezza, anche se il dubbio dell’imboscamento mi arriva furtivo alle spalle.

“Preferisci gli scampi oppure dividiamo un rombo al forno con le patate?”

“Gli scampi vanno bene grazie”

E’ gentile, s’informa sul vino, su quello che desidero, in modo naturale, cerca di mettermi a mio agio. Ha sbagliato ristorante ma non glielo dico.

Parliamo del tempo, del lavoro, della crisi, delle sue figlie, del suo divorzio, della mia casa nuova. Parliamo di tutto ma non parliamo di niente, non va a fondo, non ascolta, è troppo concentrato sulla riuscita. Faccio fatica.

“Vedi anche tu hai un gatto. Io adoro i gatti, con i cani invece ho un pessimo rapporto, non li sopporto, sono stato morso da bambino e non riesco a superare questa diffidenza. Non mi fido, sono imprevedibili” mormora contento di aver trovato un terreno fertile.

“Già, i gatti sono più tranquilli”. Non sapendo che il mio Labrador di 40Kg. è morto da sei mesi e lo piango tutte le sere. In realtà lui non sa niente di me, pensa di sapere tutto ma adesso si scopre impreparato e questo non è nella sua natura. Lui è uno che studia a tavolino tutte le debolezze del cliente, è bravo nel suo lavoro, è uno dei migliori. Siamo due manager: il presupposto ideale per morire di noia. Infatti, sto morendo di noia.

“Sai volevo proporti una cosa, ma non prenderla come un’invasione, io te la propongo e tu mi prometti che ci pensi, così senza impegno. La prossima settimana devo andare a Parigi per lavoro, una cosa veloce di una giornata, ma pensavo di allungarmi per due/tre giorni e volevo proporti di accompagnarmi. Parigi in questo periodo è stupenda e sono sicuro che ti piacerà. Potremmo andare al d’Orsay, al Louvre, so che ti piacciono le mostre. Che ne dici?” e gli si spezza il respiro.

Parigi. Sono stata quattro volte a Parigi.

La prima volta con le amiche, avevo ventisette anni e siamo partite in macchina con una Citroen Squalo azzurra targata Bologna, senza una lira, a contare i soldi per mangiare e pagarci l’ingresso ai musei. Io ero depressa e passavo le giornate con le cuffie ad ascoltare i Doors e i Talking Heads e a leggere Kundera. Le mie amiche mi trascinavano come un pacchetto fragile e ben incartato da un posto all’altro avendo cura che non mi rompessi. Un’altra volta invece sono andata in pieno inverno, nel periodo natalizio, con mezzo metro di neve e 10 gradi sottozero, ero con l’uomo che amavo e passavamo le giornate a camminare e bere Irish Coffee. Ero felice. Mi dispiace ma Parigi proprio no. Non posso.

“Odio Parigi. Mi dispiace, ci sono stata una volta di passaggio e sento proprio che è una città che non voglio visitare. Poi sto troppo incasinata e non riesco proprio a prendermi qualche giorno di vacanza e sinceramente mi sembra anche un po’ prematuro l’idea di una vacanza insieme. Ma grazie di avermelo proposto.” Faccio spallucce con un mezzo sorriso di circostanza per ammorbidire la risposta, intanto penso alle mie amiche che stanno in qualche posto tutte insieme a bere e mangiare e ridere e rilassarsi. Vorrei non stare qui. Faccio sempre più fatica.

Salto il dolce e la proposta di una serata “in un locale molto carino dove fanno musica jazz” e spingo per tornare a casa. Il viaggio di ritorno è silenzioso accompagnato dai Notturni di Chopin.

“Beh, allora che faccio salgo?”

“E perché?”

“Beh, per vedere la casa… così per un consiglio.”

“Perché fai l’architetto?”

“No, ma se vuoi, posso provarci!”

Ottima risposta. Ma non è sufficiente.

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