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Posts Tagged ‘Patrizia Cavalli’

salvatore_fiume_003_somale_1981

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano il tempo non aveva più tempo, l’aria era rafferma e lungo la parete rocciosa le buganvillee restarono sospese in attesa di consenso: era un momento magico, la sera ingialliva i contorni delle strade e la città, improvvisa, esultava di fierezza. Dietro quella curva c’era una donna, che mi aspettava da sempre, piccola di statura ma densa di emozioni, piena di cose da dire e atteggiamenti da mostrare, che cercava malamente di dissimulare l’esultanza, di contenerla, in una sfera protetta di cose da fare e strade da seguire. Io non ero nessuno, le avevano soltanto detto di trattarmi con cura perché non stavo troppo bene, non affilavo di cervello, o, per meglio dire, ero sull’orlo del suicidio. E lei lo fece. Mi prese e mi portò a capire la bellezza. Per giorni e giorni mi trascinò a scoprire angoli nascosti della sua terra, fiera e critica, cercava di mostrarmi il lato nudo delle cose, la purezza sporca della natura contaminata dall’uomo; per giorni e giorni non mi chiese nulla sopportando dei silenzi spenti ostentati da lenti scure e bocche serrate: io camminavo senza vedere, cercando solo il modo di fuggire via. Quel lungo tempo trascorso insieme fu una premessa, un decalogo comportamentale che negli anni a venire diventò il nostro modo di rapportarci al vissuto: io abbracciata a lei, cieca di vita, che cercava la propria a discapito della sua. L’amicizia tra donne per quel mistero che nasconde, traspira tra le pieghe del tempo e si ripropone integra nei contenuti, segue sentieri accidentali, svolta su curve inaspettate forgiando rancori sulle aspettative mancate; l’amicizia tra donne è così lieve che basta un sussurro a spingerla altrove. Io seguii quel sussurro e per anni, ormai guarita dalle mie ossessioni, smisi di seguirla confinandola volutamente nell’angolo esposto del passato, quello dove spira un vento gelido che non trova più ospitalità nel conforto assoluto del calore umano. E come per tutti quei testimoni involontari delle proprie debolezze, arginai la sua memoria, in modo che non potesse più scalfire il mio presente. Ma l’amicizia delle donne è persistente, ricama coperte di storie narrate e dimenticate, tazzine da caffè spaiate e conservate, per riproporle così, in un tempo che non sapevi sarebbe mai arrivato. L’amicizia delle donne fa paura perché esiste, resiste, e si rafforza nel buio della solitudine.

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano, gli occhi mi si riempirono di lacrime. Non potevo credere a tanta bellezza, non riuscivo a pensare che il mondo non fosse soltanto grigio e buio così come ero abituata a vederlo: mi tolsi gli occhiali scuri e il rosso del tramonto mi invase come un predatore. Ancora oggi penso a quel momento, quell’istante perfetto in cui capii, che il mondo era attorno e non dentro di me, che l’uomo non può temere la terra perché quanto prima, quando meno te lo aspetti, la terra ti accoglie nella consistenza perfetta della sabbia tra le dita, in quel fluire sottile della grana minuscola delle conchiglie che per alchimia, per resurrezione, dal mare sfrangia e si deposita lento nel tuo tempo.

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano trovai un’amica, che è ancora lì, ferma sulla parete rocciosa a guidarmi sul sentiero di casa.

“Poggiata a un davanzale davanti ad una strada

vuota a quest’ora quasi di campagna

cosa racconto io? racconto l’aria.

L’aria che cerco, quella che trovo,

che torna in visita per farsi riconoscere,

un’aria semplice, composta, delicata,

aria dimenticata, che sempre quando arriva

mi trova impreparata.”

-Pigre divinità e pigra sorte-P.Cavalli

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  • albero-della-vita-di-klimt
  • Che fai? –
  • Sto bevendo –
  • No…, intendevo cosa fai nella vita? –
  • Recito –
  • Ah, sì, che figo, e dove reciti, cioè che fai i film? –
  • No, recito, in generale –
  • Cioè, non ho capito, che vuol dire “in generale”? Che fai le fiction? –
  • Significa che recito sempre, anche adesso che parlo con te, e faccio finta che sei intelligente. –
  • Ma sarai pure stronza! –
  • Eh, sì, forse un po’, ma fa parte del personaggio! –

Certo non è carino uscire il sabato sera e tornare a casa con uno “stronza” attaccato alla maglietta, eppure è così, in fondo, ma proprio in fondo, un po’ stronza lo sono rimasta. E’ una questione di background: quando hai passato parte della tua vita a fare la fighetta con la testa a pon-pon, poi passi tutto il resto del tempo come un crostaceo e proprio non ci riesci a mantenere un minimo di equilibrio sociale che ti fa conoscere gente “diversa”, che ti apre porte sconosciute, che ti porta a confrontarti con altri emisferi. La verità è che non ce la posso fare, e alla prima domanda del cazzo, rispondo con una risposta del cazzo.

Che cosa faccio nella vita? Alla fine non è malaccia come domanda, fuori dal contesto in cui è stata espressa. Che cosa faccio? Non credo sia da intendere come lavoro: un lavoro, bene o male, ce l’hanno quasi tutti e non credo che tra un avvocato e un falegname ci sia molta differenza (ho conosciuto falegnami molto più colti di un avvocato), quindi il “che faccio” è da intendersi al “come vivi”.

Vivo, o per meglio dire, sopravvivo, osservando le stagioni: aspetto l’estate e poi la primavera, e poi ancora l’autunno che si trascina l’inverno. Osservo il cielo e passo tutto il tempo a perdere il controllo sul tempo atmosferico. Non ho nessuna intenzione di farmi trovare preparata a una grandinata estiva oppure a una nevicata fuori stagione. É questa, forse, una delle ultime libertà che mi è rimasta: vai a spiegarlo al ragazzotto in preda a una crisi comunicativa! Vai a spiegargli che la libertà non esiste più quando il tempo passa, e la paura di non avere più il tempo, ti attanaglia: quello spazio temporale per cambiare le regole e vivere un’altra vita, quel lasso di tempo, precario, nel quale nessuno ti chiede niente, perché si sa, lo sanno tutti, che stai cambiando pelle.

Ho cambiato la mia pelle tre volte. Sono sgusciata via dalla membrana soffocante per rifiorire in altre squame e poi ritrovarmi di nuovo a sgusciare, in un intervallo lento di ricerca, che non è mai finito, ma si è arrestato, stanco, non di vita, ma di passione.

Che cosa faccio nella vita? Levigo la mia pelle. Faccio in modo che non s’indurisca troppo, cerco di mantenere un’opacità argentea a delle squame che si stanno inesorabilmente seccando: non voglio più che questa pelle mi scivoli via ancora, la voglio trattenere, per quel che vale, per quello che non vale, per quello che non potrà più dare. Alla fine chiudi il cerchio e resti con quello che ti è rimasto appiccicato addosso, con l’ultima membrana, bella o brutta che sia: è l’ultima esplorazione nel bosco, come per un rapace, in muta da serpente, che spera sempre di volare.

Giunti a una certa molto adulta età

non ci si può mostrare disperati,

sono davvero troppe le ragioni.

Si corre il rischio del naturalismo.

(P.Cavalli)

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the girl and her cat

Ogni tanto mi scappa la voglia di uomo. É una negligenza dell’umore quando s’incapriccia, quando sostituisce le vocali e si proclama amore e si rende esposto e fragile alle paure quotidiane, per poi ringalluzzirsi nelle solitudini notturne, quando al centro del letto domina un impero. Noi siamo donne, e gli altri non possono capire, come diveniamo vittime sconfitte dall’umore, che da sempre controlla il nostro istinto, dalle prime mestruazioni all’imminente menopausa, siamo sempre lì a doverci controllare, per paura che il nostro umore ci tradisca e dichiari un malessere invano soffocato. Passare la vita a combattere l’umore: questo imprevisto che ci vive dentro, che ogni tanto si scatena, s’inalbera e prende il sopravvento, e decide per istinto irrazionale che niente è più importante, e quello che volevi, adesso è altro, ma non sai cos’è. É così che diventiamo un percorso impervio, di battigia dopo una tempesta, leggiadro per chi osserva, ma faticoso a chi decide di percorrerlo. Sassi spiaggiati e levigati dal mare: ogni tanto qualcuno ci raccoglie, ci osserva e ne valuta il valore, poi decide se tenerci in una teca o ributtarci a mare. Ma a noi non importa, viviamo del valore del momento, del calore della mano non c’importa e neppure della teca di cristallo, noi siamo altrove, dove l’istinto ci guida, nella solitudine dei giorni dedicati alla memoria di noi stesse, in quello spazio di tempo dove lo spessore diventa consapevolezza. Noi siamo donne, e la paura ci governa dall’infanzia, siamo i precari della società da tempi non discussi, siamo quelle costrette a venderci per sopravvivere e a combattere su tutto: dalla lunghezza delle gonne ai matrimoni senza amore, quando il desiderio non era necessario se denari non ce n’erano. Adesso siamo libere di giocare con l’umore e con l’amore e questa diventa inconsapevole conquista, anche se risulta ancora difficile dichiararlo agli uomini: resta sempre una sorta di pudore, un sottile senso di manchevolezza, come il sentirsi perennemente folli, nei nostri sbalzi d’umore, e continuiamo a vivere come malate che devono celare ire e paturnie quali sintomi di “cattivo carattere”. Mia nonna soleva ripetere: “Quella sì, che è una brava ragazza, di buon carattere!”. Di “Buon Carattere”. Che significa? Significa muta? Sorda? Addormentata? Depressa? Che cazzo significa di Buon Carattere? Sempre mia nonna, una volta mi ha detto: “Tu hai un brutto carattere, non troverai mai un uomo che ti ami veramente. Sei troppo bella e questo non va bene”. Sentenza sputata. Non che io sia troppo bella, ma ho decisamente un carattere di merda, beh, questo è proprio vero.

Allora ogni tanto mi scappa proprio la voglia di uomo e mi succede nei momenti più stupidi, mentre sono indaffarata alla guida, sotto una pioggia incessante che scoraggerebbe chiunque; mentre cerco di accatastare dieci quintali di legna e i tronchi mi rotolano giù perché sono un’incapace e mi andrebbe di sedermi per terra e ridere a crepapelle mentre lui apre una bottiglia di vino e mi porta una sigaretta accesa. Momenti di vita vissuta. Già vissuta. Uguale. Allora mi chiedo se il nostro desiderio d’amore non sia altro che l’unione di tutto l’amore che abbiamo già visto passarci accanto. E che non sia anche quello di mia nonna, innamorata di un ragazzo tedesco in piena occupazione nazista, che non sia quello che ho sottovalutato nell’adolescenza, adesso diventato un raccoglitore di sassi, che non sia di quello che dovrà arrivare tanto simile a quanto già vissuto.

Perché l’amore, in fondo, alla mia età, non è altro che desiderio di condivisione, e nulla c’entra con l’increspatura della pelle, con il cuore che batte, con i bicchieri che si rompono. L’amore alla mia età, per noi donne, non è altro che desiderio di protezione, quando ci acchiappa la paura atavica di non bastare a noi stesse e di morire da sole in un letto troppo grande.

Nei giorni scorsi ho vissuto la paura di morire e soprattutto la paura che nessuno se ne sarebbe accorto. Ne ho parlato con una mia amica:

  • Cri’, ho paura di morire. Se mi accade, mi troveranno soltanto per la puzza del cadavere in putrefazione, come nei telefilm su Sky. –
  • Ma come ti viene in mente, dai, smettila, hai tutta la famiglia: tuo fratello, i tuoi genitori, i tuoi nipoti, noi… –
  • Sì, lo so, ma se succede di sabato…, fino a lunedì non se ne accorge nessuno –
  • Non ti preoccupare, noi ce ne accorgiamo, sei una tale rompicoglioni che di sicuro ci chiederemo che fine hai fatto. –

Ogni tanto mi scappa la voglia di uomo, quando ho paura, e di solito succede quando mi sento precaria da me stessa e non mi riconosco. Per fortuna accade raramente e i sassi, dalla battigia, sono io che li raccolgo, e non li tengo in una teca, ma li lascio girovagare per casa. Sono libera di farlo. Pur non avendo un buon carattere.

“ Amore non è vero che svolazza,

sta fermo e dorme invisibile nascosto

in caldo ripostiglio, il nostro corpo.

Ma quale sia precisamente il posto

finché sta fermo nessuno può saperlo,

quello che sceglie non è per tutti uguale.

Io certo non lo sveglio, però smania nel sonno

e so che adesso si è messo di traverso

proprio in quel punto dove mi fa male,

dietro la quarta vertebra dorsale.”

(P. Cavalli – In nessun modo mai spirituale)

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Lucia Bianchi

 

Sempre voler capire. Non si può.

Bisogna cedere, bisogna ritirarsi,

bisogna fare come fanno i gatti

quando si acquattano, i muscoli in un fremito

contratti, prima di scagliarsi verso

una qualche preda, che sia per gioco

o che sia roba seria; o quando in un ferocissimo

kabuki affrontano il rivale, e l’universo

intero allora si concentra in un assorto

e millimetrico avanzare, e poi

senza preavviso, forse perché si sta mettendo

male – la scusa  è sempre una mosca o un moscerino

che si ritrova dalle loro parti –

guardano in giro, si fingono distratti,

loro che c’entrano? mica era sul serio!

Ma chissà, forse si distraggono davvero.

(P. Cavalli)

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Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci disuguali
e mi dicessi: “Amore mio,
ma che è successo?”, sarebbe un pezzo
di teatro di successo.
(P. Cavalli)

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