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Posts Tagged ‘paura’

Man Ray

Questo non è un blog per raccogliere consensi e sprazzi di ilarità, e neppure la protagonista, scempia narratrice di se stessa, aspira a ottenere lustri e spettacolari ovazioni dalla realtà virtuale di scrittori consenzienti. Questo è uno spazio di riflessione e tutti i riflettori sono puntati sulla trasformazione umorale delle protagoniste. E le protagoniste sono le donne. Soprattutto quelle donne che hanno dismesso gli abiti abituali del consenso maschile, quelle donne che osservano i mutamenti, li catalogano, li conservano in cartelline trasparenti e, ogni tanto, di volta in volta, ne osservano le metamorfosi. Io mi faccio ambasciatrice di questo mutamento.

La guerra delle foto:

di recente evito come la peste di farmi fotografare. É una mania che mi ha preso da un po’ di tempo, perché, anche se mi sento al meglio e penso che quel momento non possa essere migliore, non so com’é, ma il risultato è sempre devastante. Non sono io. E soprattutto non so chi sia quella là. Appena ieri un’amica mi ha inviato la mia foto in bianco e nero presa di sorpresa durante un vernissage (era da una vita che volevo dirlo!) e ho faticato a riconoscermi: triste, brutta, pelle appesa, occhiaie, trucco che non trucca. La mia non era una faccia, era una sconfitta. Sembravo oppressa e forse lo ero veramente: non c’è da essere allegri quando una cavalcata di Unni cerca di spianarti la faccia, quando tu t’immagini splendente, nel pieno della forma, e l’obiettivo ti rimanda una figura sconosciuta, una donna che non hai mai incontrato, diversa, smarrita, confusa da se stessa. Una che non conosci. E quando tutti continuano a ripeterti: “Ma che bella quella foto, sei proprio tu, ma come avrà fatto il fotografo a prenderti così, così come sei”, allora capisci che qualcosa non funziona, che la percezione che hai di te stessa è completamente discosta dalla realtà, che sei rimasta indietro e quello che senti di essere non esiste più.

Sono una vecchia signora. Con qualche pelo bianco nella figa e qualche vena di troppo nelle gambe. Sono una vecchia signora che la società continua a ributtare nel mezzo, non avendo alternative giovani da proporre, spingendola ad aspirare a qualcosa che la natura respinge: un nuovo amore, una sessualità prorompente e devastante, un’alternanza di passioni e istintive regressioni. Sono una donna che si scontra quotidianamente tra quello che sente di essere e quello che dimostra di essere, tra quello che vede e quello che sente, e la cosa più importante, l’unica che ci occorre per traghettare questo tempo, è sentirsi in equilibrio tra il fuori e il dentro. E qui io sono carente.

Il problema è che mi manco. E questa assenza di me stessa pesa più di un abbandono; pensavo di aver raggiunto il massimo della separazione dopo l’ultimo addio, ma non avevo misurato questo, non avevo calcolato che il più triste, il più disperato, il più improvviso e devastante abbandono che la vita ti riserva, deve ancora arrivare: è il tuo addio, l’abbandono delle tue sembianze. E non c’è chirurgia estetica che tenga, nessuno riuscirà a riportare indietro quel bagliore degli occhi, il bianco dei denti, la striatura della pelle ombreggiata dal sole. Anche le sopracciglia da folte che erano sono diventate opache, un po’ tristi, con la piega in giù, arrese alla fortuna. Adeguate alla forma del viso, direbbe la mia cinica amica.

Il problema è che mi manca la mia follia e se la saggezza porta, alla fine, questa resa prematura dei lineamenti, beh, se devo essere sincera, avrei preferito non averla. Avrei preferito, potendo scegliere, contenere questa devastazione dell’espressione, questa consapevolezza della resa, questa noia che mi pervade del tutto visto e il tutto già ascoltato. E capisco l’amore. Adesso lo capisco. E lo vedo. Quel luccichio degli occhi, quell’aria spaesata che dondola nella postura, quella smemoratezza che rende tutto insignificante. Capisco che avrei potuto approfittare di più dei doni della vita per conservare piano, timidamente, uno stralcio di rossore sulle gote e colorare in parte quella foto in bianco e nero che mi rappresenta.

L’estro non paga quanto la bellezza. Perché la bellezza non è consapevolezza, altresì, ignara di se stessa, girovaga alternante tra le pieghe della sufficienza, altera, irresponsabile, condannata a non essere altro che l’immagine implacabile di ciò che ci spaventa. La bellezza è arte per l’amore, dipinto di figure, archetipi inviolati, la bellezza non è altro che la memoria di noi stessi presi dalla paura di essere ignorati.

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Ecco ci siamo. Sono quasi pronta. Tutti i miei libri sono stati impacchettati in decine di scatoloni: i miei diari, le mie stoviglie, i miei amati bicchieri da degustazione, i miei film, le foto e tutto quello che una persona riesce ad accumulare nel ciclo di una vita. Ora quasi tutto è compresso nel cartone e mi prende la sensazione di aver vissuto troppo. Non è il mio primo trasloco, l’ultimo risale a dieci anni orsono, ma ho come la sensazione che i ricordi siano moltiplicati, che la leggerezza delle volte precedenti sia svanita, tutto sembra improbabile e doloroso come una ferita provocata volontariamente che ti lascia lo stupore della riuscita. Sono io l’artefice di tutto questo, non ho fatto nulla per evitarlo e anzi ho spinto per arrivare a questo punto: perché mai le donne non si accontentano di sopravvivere all’amore, perché cercano sempre l’assoluto?! Ho chiuso porte spezzandomi le unghie ma oggi nella mia casa impacchettata vorrei solo nascondermi dentro una scatola e non affrontare la paura di una parete nuova, di un rumore notturno che non ricordo, di giorni da impilare ricostruendo un’armonia di solitudine, un equilibrio smarrito. Non ho più l’età per queste stronzate, non ci credo alle porte che si chiudono e ai portoni che si aprono: le porte si sbarrano e con esse tutto il tuo vissuto sprofonda nei ricordi. Ecco forse non ho più l’età per aggiungere altri ricordi, non ne voglio di nuovi, non voglio dover dire passeggiando per il mare “ah vedi… lì ho abitato per tanti anni… quanti ricordi”. E invece l’ho fatto di nuovo.
Odio le case prive della mia energia e con odori diversi, anche nelle camere d’albergo mi porto sempre dietro il mio profumo da spruzzare nella stanza, odio non trovare me stessa nelle cose che tocco, nei corridoi che percorro, nelle ombre dietro le finestre. In realtà ho paura. Questa volta ho veramente paura di non farcela.
Sono di nuovo sola come la prima volta che ho divorziato, ma allora avevo ventisette anni e oggi ne ho cinquanta e puoi essere figa quanto ti pare, intelligente curata ben vestita educata autonoma, ma stai sempre sulla vetta e puoi solo scendere giù, per salire non c’è più tempo.
Questa casa l’ho costruita pezzo per pezzo e lei mi guarda muta e attonita e siamo in tanti oggi in questa stanza: ci sono tutti quelli che sono passati ed entrati e usciti e fermati e divertiti e separati e disperati e allegri e ubriachi; ci sono le cene, le feste, le risate che le senti fragorose mentre sali le scale. E c’è la mia gatta di diciassette anni che è morta l’anno scorso e il mio amato cane di dodici che è morto a Settembre e c’è il nuovo gatto che ho raccolto per strada la scorsa settimana e c’è il mio uomo, soprattutto, che ho amato più di me stessa. E ci sono io che non so più chi sono. E c’è la mia vita che non mi appartiene più.

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Si appartiene mai a qualcosa? Ad un posto, un libro, una casa, una terra o una famiglia. Che cosa significa realmente “appartenere”? Stare forse a proprio agio con tutto quello che ti circonda, perché quel piccolo universo si è adattato alle tue esigenze, oppure è esattamente il contrario, che sfinito, hai provato, riuscendoci, ad adattarti ad esso. E ancora, l’appartenenza è casuale e istintiva, oppure segna con l’evidenziatore un bisogno a cui non riesci a rinunciare, anche quando tutto il tuo raziocinio ti impone di strappare?

In questo periodo, ad esempio, mi sono adattata ad una panchina. La sento mia. Potrei dire che mi appartiene e anch’io sento che le appartengo. Tutte le mattine che porto il cane mi spingo fino al parco, attraverso il grande cancello e la guardo. E’ sempre vuota, mi aspetta ed io vado, mi siedo e mi godo quei momenti di silenzio assoluto. Osservo. I pini maestosi, i platani e alcune persone che fanno Tai Chi e penso che fra qualche settimana tutto questo, che oggi “mi appartiene”, non ci sarà più. La mia casa, la strada che percorro tutti i giorni, la mia famiglia acquisita ed anche la mia panchina e che dovrò cercare nuove cose da amare e che dovranno farmi stare bene come queste e penso anche che ci saranno giornate buie cui abituarmi, prima di trovare il mio angolo nuovo.

E si appartiene mai a qualcuno, che ti aspetta sempre, nonostante tutto, come la mia panchina? Come un padre, un fratello, un’amante. Qualcuno a cui appartieni nella mente e che non riesci a scacciare perché ti ha invaso, come il tuo piccolo universo fatto di niente.   

Alla fine ho capito solo questo, mentre guardavo il mio platano trafitto dai raggi del sole: che non devi mai adattarti a nulla ed a nessuno, perché l’appartenenza è solo un’invenzione che può tenerti ancorata alla malinconia.

Saudade la chiamano i brasiliani, ma in fondo è solo una fottuta panchina!

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