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Posts Tagged ‘Sweep at Hoxton’

Banksy_-_Sweep_at_Hoxton

Potrei avere un problema e non di poco conto. Potrei avere un problema che si estende meticoloso e irriverente sul solaio della mia camera da letto. A circa sei mesi dalla sua venuta, con la flemma tipica delle infiltrazioni, è divenuta parte dell’arredamento. In modo cavilloso, quasi strategico. É una macchia. Umidiccia e giallastra, che compare in un angolo della camera, ma poi si sposta e aggredisce altrove: si delizia sui quattro punti cardinali senza una logica e dopo ogni passaggio rilascia una scia di intonaco sfaldato. Io la osservo. Ma anche lei mi osserva. E passiamo così tutto il tempo a capire dove può esserci una fine.

Nell’ultima riunione di condominio ho fatto presente questo evento ma senza troppa enfasi, il mio vicino di casa cercava di spingermi a esigere un intervento repentino, ma io no, io non me la sentivo, io mi ero già affezionata a quella macchia sul muro.

Ogni sera, al ritorno dal lavoro, corro in camera da letto per vedere che è successo. Se è piovuto, a maggior ragione, mi precipito per capire se si è estesa, dove è arrivata, se è sopravvissuta. É la mia crepa, e mi tiene compagnia.

In questa estate di caldo afoso si è ricomposta e, come una vecchia attrice degli anni cinquanta, si è data del belletto sulle gote, sembrava ritirata in se stessa con la pelle tesa e una friabilità contenuta, poi, con le prime piogge, si è arresa all’evidenza della sua natura e ha estratto da se stessa un colore mattone con delle lunghe striature che scalfiscono il soppalco fino a penetrare nelle luci che delimitano il perimetro della camera.

Potrei avere un problema e non di poco conto, considerando che abito nell’attico di un palazzo delimitato da un terrazzo condominiale inguainato come una sciantosa degli anni venti. Qui sono tutti attenti, precisi, chirurgici nei loro interventi, qui vive gente che vuole tutto subito perché ne ha diritto, perché ha pagato le tasse, perché è di pelle bianca, perché ha costruito per avere: le foglie non devono cadere, i portoni devono essere sempre chiusi, i parcheggi rispettati, gli animali tenuti al guinzaglio, i gatti non devono miagolare e le macchie non devono esistere.

Potrei avere un problema e non di poco conto perché, io, quella macchia, non la voglio far sparire. Perché quella è la mia crepa ed è stato il primo indizio della mia rinascita:

“Checché se ne dica, non ci curiamo granché delle crepe altrui, bisogna riconoscerlo. Voglio dire delle crepe sui muri altrui. Solo il giorno in cui le vediamo correre sui nostri ci sentiamo chiamati in causa, e tremiamo un po’. A me è capitato una sera che ero a casa con la prospettiva di due soli pensieri: scegliere tra due gusti di yogurt per dessert e, un po’ più tardi, quando sarebbe arrivata l’ora di andare a letto, fra tiglio e verbena. Tutto si preannunciava pacifico e noioso quanto la sera prima finché non l’ho scorta, acquattata nell’ombra, proprio davanti a me. Una lunga crepa, tutta storta, con una gran brutta cera. Mi sono avvicinato e ne ho seguito il percorso a distanza di qualche centimetro. Partiva dietro il battiscopa, saliva lungo il radiatore, quindi cambiava rotta e correva in diagonale per poi scomparire nell’angolo della stanza. O forse era il contrario: nasceva lassù nell’angolo e scendeva verso il pavimento. Come facevo a sapere da che parte prenderla? Dove inizia e dove finisce una crepa? Non ci avevo mai riflettuto.

L’ho guardata un bel po’ come si osserva un ragno prima di schiacciarlo. Con la differenza che una crepa puoi colpirla quanto vuoi, non si sposta di un’unghia e non si accartoccia mai. Far fuori le fessure è impossibile, il problema è tutto lì. In compenso, appena compaiono, cominciano le grane.”

(JOËL EGLOFF –  Cosa ci faccio seduto qui per terra)

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