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 oriana fallaci

Non sono brava a fare le cose da sola. Di solito rinuncio e penso che non valga la pena fare qualcosa che desideri se poi non riesci a condividerla. Questo era ieri. Oggi penso che ci sia un gusto perverso nel godere del proprio isolamento.

Martedì si annunciava come una giornata pesante, di quelle piene di fantasmi, con gli armadi che si spalancano all’improvviso e ti rovesciano addosso mille scheletri in formato A4: accordi da sottoscrivere, sguardi sfuggenti, mani che si sfiorano, passi che calpestano per l’ultima volta lo stesso selciato. Una di quelle giornate assurde, quando la burocrazia la fa da padrone e ti rendi conto di essere solo un burattino nelle mani de “la risoluzione indolore perché siamo persone civili”.

Sbrigate le pratiche che mi hanno reso meritevole di un posto in paradiso dalla parte dei consensuali, mi sono infilata in libreria e, dopo essere inciampata malamente sull’ultimo gradino che portava al piano di sopra e aver tranquillizzato tutti gli astanti sulla mia salute, mentre le calze si producevano in un’imbarazzante smagliatura all’altezza del ginocchio sinistro, ho comprato l’ultimo libro di Lidia Ravera dal titolo “Piangi pure” e credo che sia inutile ogni compassionevole commento al riguardo. Fatto questo, decido di meritarmi un succo d’arancia “zuccherato” con tanto di sigaretta perché “quando ce vo’… ce vo’” e sfogliando con finta distrazione, dovuta più che altro all’incipiente cecità, un giornalino cittadino, mi imbatto nella locandina dello spettacolo teatrale della Guerritore ispirato alla vita di Oriana Fallaci. Oriana Fallaci è stata il mio primo amore. All’età di quattordici anni ho cominciato con “Lettera a un bambino mai nato” per divorare nel corso degli anni tutto quello che la riguardava, dagli articoli ai libri. Ho poi avuto un momento di insofferenza: io dichiaratamente di sinistra come potevo capire quello sconfinato senso di libertà che l’aveva ghermita fino a farla diventare giustizialista? Avevo smesso di seguirla per coerenza.

Insomma, per farla breve, m’infilo a teatro nello spettacolo delle h.17,00. Spettacolare! Mai visti tanti centenari tutti assieme. E ho scoperto che nella mia città, piena di banche e negozi, esiste un microcosmo culturale inaspettato che vive alle cinque del pomeriggio.

Seduta sulla mia poltroncina di velluto rosso scopro con stupore di sentirmi perfettamente a mio agio e di non provare, nella maniera più assoluta, la mancanza di un qualche mio coetaneo. Coccolata come non mai, con offerte di brochure da leggere e mentine da succhiare, attendo di lasciarmi trasportare dal mio pomeriggio liberatorio.

E diventa davvero liberatorio. E diventa davvero come ritrovare la tua amica del liceo e scoprirti uguale, anche se diversa, perché la danza è la stessa, anche se i ballerini sembrano più stanchi. Mi commuovo fino alle lacrime mentre la signora accanto mi osserva guardinga: l’udito non l’assiste e vede solo aggirarsi sul palco una tipa con i pantaloni a zampa, un cappotto di finto ghepardo, grandi occhiali neri e che fuma come una tossica. Ma io mi sento bene e torno a casa leggera per chiudere gli armadi.

“La vita cos’è, Francois?”

“Non lo so. Ma a volte mi domando se non sia un palcoscenico dove ti buttano di prepotenza, e quando ti ci hanno buttato devi attraversarlo e per attraversarlo ci sono tanti modi, quello dell’indiano, quello dell’americano, quello del vietcong…”

“E quando l’hai attraversato?”

“Quando l’hai attraversato, basta. Hai vissuto. Esci di scena e muori.”

“E se muori subito?”

“E’ lo stesso: il palcoscenico puoi attraversarlo più o meno alla svelta. Non conta il tempo che ci metti, conta il modo in cui lo attraversi. L’importante, quindi, è attraversarlo bene.”

“E che significa attraversarlo bene?”

“Significa non cadere nel buco del suggeritore. Significa battersi. Come un vietcong. Non lasciarsi sgozzare, non addormentarsi al sole, non paralizzarsi nella paura, non chiacchierare e basta come fanno gli ipocriti e, tutto sommato, anche noi. Significa credere in qualcosa e battersi. Come i vietcong.”

“E se sbagli?”

“Pazienza. L’errore è sempre meglio del nulla.”

(Francois Pelou e Oriana Fallaci)

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Quello che di giorno domino

la notte mi appare nel sogno

con una ferocia inaudita

e nessun risveglio lava via la tristezza

che mi accompagnerà per il resto del giorno.

Il buio trascina storie seppellite dal sole

incubi

rimossi dalla gelida e teatrale autonomia

di chi scivola nella finzione.

Ci si ammala di tristezza.

Ma non c’è nessuno a cui chiedere aiuto

perché la tristezza non la ostenti

non la porti scritta sul tuo corpo

la tristezza la custodisci dentro

la nascondi

la ignori

perché è un dolore dell’anima

una spia rossa che chiude il sipario

e ti costringe a smettere di recitare.

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