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Posts Tagged ‘Vincent van Gogh’

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La notte bianca cittadina, da non confondere assolutamente con la notte IN bianco (in tutti i sensi!), è una di quelle invenzioni estive degli ultimi tempi, esportata probabilmente dalla Capitale ma sviluppatasi in tutte le città italiane a giorni alterni, ma rigorosamente, almeno credo, nel mese di Agosto. Trattasi di una nottata di musica, danze, aperitivi on the road e negozi aperti fino alle due di notte e delimitata principalmente nel centro della città. Un delirio, praticamente.

Ieri sera con le mie amiche, invece di andare a schiantarci in uno dei soliti localacci che frequentiamo abitualmente, decidiamo di immergerci nella fantasmagorica passeggiata altamente alcolica che contraddistingue questo evento a dir poco grottesco. Dopo aver deciso con innumerevoli messaggi su WhatsApp, tanto che non ce la facevi neanche a farti la doccia per leggere e rispondere, se andare tutte in bici oppure in macchina (perché la bici è una rottura se poi l’alcol ti prende, sì, però vuoi mettere la macchina e dopo dove la parcheggi, ah vabbè con la Smart forse hai una speranza, però forse la bici è meglio, stiamo tutte a tre isolati dal centro e che diamine, sì, ok allora io prendo la bici, ok, allora anch’io. Bene allora tutte in bici… e poi siamo arrivate tutte in macchina), ci organizziamo per incontrarci nel centro di quello che in seguito si è rivelato uno “struscio” paesano: tacchi, tacchi, fortissimamente tacchi! Non ho mai visto in vita mia tante donne traballare su tacchi di 15 cm. Una pena infinita! A parte questo dettaglio che non ci riguarda da vicino, essendo noi ben lontane da quegli stereotipi da Stivaletto Malese, decidiamo che l’unica è andarci a posizionare in una birreria per sentire un concerto di ragazzi spagnoli (fighi oltremisura, ma questo è un dettaglio) che suonano dal vivo in mezzo alla strada. E qui succede l’imprevisto! E io odio gli imprevisti! Vedo il Chihuahua! “Chihuahua” è il soprannome che ho dato all’attuale donna del mio ex compagno (soprannome peraltro da lui condiviso) in un momento di totale lucidità letteraria, essendo la donna in questione, del genere secco e stizzoso, con muso a punta ma pronto ad aggredire: di quelle che non le lasceresti un fianco scoperto neanche su un’isola deserta. Il suddetto animale si aggirava con fare languidamente sostenuto aggrappato alla tavola del pub, con la birretta in mano e la mise fuori misura. Comincio subito ad agitarmi quando mi rendo conto che l’unico posto libero è a dieci centimetri dal suo posteriore: quello del Chihuahua, per capirci. Io indosso dei pantaloni neri un po’ a zampa, una camicia nera attillata, borsa e accessori a tema e una zeppa comoda di quelle che puoi farci anche la Parigi Dakkar. Sono a posto, nel senso di not aggressive. Ma ugualmente parte la guerra dei poveri. E comincio a vederla che si agita come un’ossessa, andando avanti e indietro con il cellulare, ostentando un disagio che dall’alto della sua giovane età le sembra una vittoria se non fosse già talmente alticcia da non reggersi su quelle esili stampelle da Airone Rosa: sì, perché è pure vestita di rosa! Allora mi accade una cosa strana, comincio a vergognarmi di e per lei, comincio a pensare a come deve sentirsi insicuro un Chihuahua di fronte a una donna come me, che misura i passi, che non è mai fuori tono, che anche quando sta fuori di testa mantiene sempre un atteggiamento minimalista, che ha delle amiche con cui ridere e prendersi in giro. Insomma così come deve sentirsi una di 35anni, insieme con uno di 53 che ha lasciato una di 52: una merda!

Quindi, dopo aver consumato un panino denominato Bavarese che non è composto principalmente da frutti di bosco e crema chantilly ma da un wurstel gigante che potresti benissimo riportartelo a casa per usi più appropriati, decidiamo di sgommare, per lasciare il Chihuahua razzolare libero di fare le sue pisciatine territoriali, e andare a vedere uno spettacolo di Tango Argentino. Finalmente. E poi tutto in discesa fino alla sera, alla mia sera, in casa sola, a fare i conti con il mio disagio.

E sono qui, ancora oggi, a chiedermi perché, nella misura astratta della condivisione della vita, quando l’età raggiunge dei livelli di spavento per le malattie che dovranno inevitabilmente sopraggiungere, per quella vecchiaia che non vogliamo accettare e che pure ci ricorda ogni mattina che la fatica è incontenibile, quando continuiamo a cercare che il passato ci cammini accanto per la paura di affrontare un presente con gente che non ci appartiene, perché non riusciamo a fermarci. Perché non riusciamo a stare soli, per cercare di capire di cosa abbiamo veramente bisogno, e potrebbe essere “di nulla” la risposta, o potrebbe essere altro, ma come, com’è possibile non capire la necessità di chiederselo. E spesso andiamo avanti, infelici e depressi, calpestando mentalmente le scelte fatte senza avere il coraggio di fare un passo indietro. Ci si lascia andare così, perdendo il senso degli affetti, cercando di mantenerli stabili, in equilibri precari, spesso di nascosto, come riserve da giocarsi nell’estremo. Che tristezza tutti questi equilibrismi, che tristezza non avere posizioni chiare e girovagare nel proprio cervello come rabdomanti alla ricerca del dettaglio che ci rassicuri sul futuro, che tristezza non avere le palle per stravolgere se stessi e decidere, una volta per tutte, di volere, desiderare, ottenere: cose, affetti, amori e anche paesaggi, tutto ciò che possa in qualche modo allietarci la vita.

Io sono una di quelle fiere di non essersi mai voltata indietro. Ma stasera mi chiedo il perché.

“È assurdo

dice la ragione

È quel che è

dice l’amore

È infelicità

dice il calcolo

Non è altro che dolore

dice la paura

È vano

dice il giudizio

È quel che è

dice l’amore

È ridicolo

dice l’orgoglio

È avventato

dice la prudenza

È impossibile

dice l’esperienza

È quel che è

dice l’amore.”

(Erich Fried- È quel che è)

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sedia e candela

Solo e ricurvo

sotterro la

mia guerra

per l’improvviso

sfinimento

di osservarla

ridursi

fino a divenire

fragile

e scomposta

come un

tardivo

rancore.

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