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Posts Tagged ‘W. Szymborska’

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Stamattina ho avuto un risveglio un po’ traumatico, come se qualcuno, nel passaggio insonnolito tra la camera e il bagno, mi avesse gettato un secchio d’acqua in faccia. Gelata per di più, ma senza cubetti di ghiaccio. Stamattina, senza alcun preavviso da parte mia, mi sono ingarrata a leggere il post di un blogger inquieto (avrei scritto dall’anima inquieta ma poiché il suddetto non crede all’esistenza dell’anima, mi limiterò a omettere questa caratteristica, peraltro irrilevante), grande affabulatore, in senso positivo, e niente affatto farneticante, anzi, uno di quelli che fanno cantare la penna e che ti lasciano tramortita a farfugliarti addosso. E questo ho fatto: da stamattina mi farfuglio addosso, pur facendo tutto quello che avevo in programma, con una parte di me stessa presente e l’altra dipinta su uno schermo. Mi piacerebbe rileggere quel post ma non voglio farlo, poiché non ho nessuna intenzione di inquinare quanto mi è arrivato, perché adesso è sera ed io di sera sono un’altra persona e le sensazioni mi arrivano in ritardo, quando arrivano. Prenderò solo uno spunto tra i tanti proposti dall’autore: “I blogger scrivono solo di cuori infranti, perché l’amore è l’argomento di cui tutti possono parlare e che tutti in qualche modo hanno condiviso”. Ecco. E mentre facevo la doccia e cercavo di non farmi catturare, il vapore acqueo dipingeva un grosso punto interrogativo sullo specchio del bagno: di questo tipo ? per capirci! E in quel momento ho messo a fuoco che avrei passato tutta la giornata a chiedermi chi sono! Tanto valeva capitolare e infatti sto capitolando.

Parlano d’amore quelli che hanno veramente amato, quelli che l’hanno visto passare senza saperlo afferrare, quelli che l’hanno solo immaginato e soprattutto quelli che l’hanno solo subìto. Che poi questi ultimi sono i peggiori perché non ci credevano e si sono ritrovati in mezzo. Poi ci sono quelli come me che parlano d’amore non conoscendo affatto l’argomento. E allora perché lo faccio? Perché m’invento sofferenze che non ho mai provato?

Ne ho parlato spesso con le mie amiche storiche, quelle che rappresentano la mia memoria, e loro insistono nel dirmi che non è vero, che quella volta lì ho pianto, che quell’altra ero depressa, che in realtà ho amato, sì, a modo mio, ma ho amato. A modo mio, appunto. A modo mio significa che non ho mai pensato, neppure una volta nella mia vita, di non seguire il mio percorso a causa dell’amore, che non ho mai fatto “pazzie” o pensato di annientarmi volontariamente per una felicità che non riuscivo neppure a definire. A modo mio significa che tutte le volte che ho pianto l’ho fatto per rabbia e giammai per amore. Significa anche, che a volte qualcuno mi manca, e che vorrei farmi abbracciare e sentirmi ancora protetta, ma questo si chiama amore o solitudine? Non mi sono mai autodistrutta e ogni volta, ogni stramaledetta volta che finiva, PUF, risorgevo più forte di prima e più incazzata che mai.

Non ho mai amato veramente.

Nel corso degli anni ho cercato di darmi una spiegazione logica e credo fortemente che l’amour fou cresca in seno alla famiglia, quando ti capitano due genitori romantici e illusionisti: di quelli che ti fanno vedere gli aquiloni volare. Noi invece siamo di quelle famiglie che agli aquiloni gli tagliano il filo, perché ne sono svaniti troppi e abbiamo creduto di salvarci chiudendoli dentro un armadio. Ma poi è accaduto che qualcuno di noi, ogni tanto provasse ad aprire l’armadio e a prenderne uno per farlo volare, nel giardino di casa, senza allontanarsi troppo, senza esagerare, con il timore degli improvvisati, e puntualmente tornava dentro sconfitto, con l’aquilone distrutto, oppure rubato, oppure volato via per sempre, solo perché non aveva pensato a riattaccare il filo. Nessuno di noi c’è mai riuscito. Da generazioni.

Allora parlo d’amore per illudermi che io creda in qualcosa che non sia solo me stessa e mi confondo e mi siedo sul divano con i pugni chiusi a concentrarmi su un dolore che non sento. Perché non lo sento? Come potrò andare avanti senza questa magica illusione che rende tutto docile, anche la paura della morte? Da ragazza era la mia vagina a liberare gli aquiloni (anche questo è un punto espresso dal post di stamattina: la vagina che guida il percorso impervio dell’amore), li faceva volare anche se per tratti brevi, il tempo necessario alla passione per esaurirsi, ma adesso, se anche lei è disillusa e stanca e arresa ai cicli ormonali, dovrò per forza di cose murare quell’armadio e non pensarci più. Poiché la mia anima non mi assiste, il mio cuore è fermo e il mio cervello troppo arrovellato.

Sono stata tutto il giorno a chiedermi chi sono.

E ho capito che sono una donna che non crede nell’amore, perché non lo conosce, oppure ne conosce la parte peggiore, ma crede nella paura, con cui convive da sempre: la paura di non essere forte abbastanza da bastare a se stessa.

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Nulla è in regalo.

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.

Sono indebitata fino al collo.

Sarò costretta a pagare per me

con me stessa,

a rendere la vita in cambio della vita.

È così che stanno le cose,

il cuore va reso

il fegato va reso

e ogni singolo dito.

È troppo tardi per impugnare il contratto.

Quanto devo

mi sarà tolto con la pelle.

Me ne vado per il mondo

tra una folla di altri debitori.

Su alcuni grava l’obbligo

di pagare le ali.

Altri dovranno, per amore o per forza,

rendere conto delle foglie.

Nella colonna Dare

ogni tessuto che è in noi.

Non un ciglio, non un peduncolo

da conservare per sempre.

L’inventario è preciso

e a quanto pare

ci toccherà restare con niente.

Non riesco a ricordare

dove, quando e perché

ho permesso che aprissero

questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso

noi la chiamiamo anima.

E questa è l’unica voce

che manchi all’inventario.

(W. Szymborska – La fine e l’inizio)

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007

Ogni tanto mi capita, e allora varco degli ostacoli. Il silenzio dentro emerge dagli abissi e si pone prepotente ai margini del quotidiano, mi sommerge, fino a considerare il dialogo interiore come l’unica possibilità di confronto con il mondo esterno. Non ci sono elementi oggettivi a scatenarlo, non esistono eventi catastrofici o addirittura piacevoli novità, no, niente di tutto questo: è solo un momento sospeso, ovattato di pensiero, e per nulla delirante, ma serve a riportarmi dentro. A volte resta così talmente dentro che non riesce a esprimersi neppure con la lettura, la scrittura e neanche con una telefonata. Appare tutto fermo dall’esterno, eppure al suo interno vibra un lavorio incessante di pensieri, che rincorrono ricordi di frasi spezzate e di flash inesistenti. La notte poi, tutto prende forma, e arrivano libri dimenticati e con un’ansia febbrile mi alzo nel buio a ritrovare frasi che con solerzia passeggera, ho evidenziato, piegando pagine ingiallite.

“Mi sembra assolutamente vero che il nostro mondo, che ci sembra la superficie di tutte le cose, in realtà è il fondo di un oceano profondo: tutti i nostri alberi sono una vegetazione sottomarina, e noi siamo una misteriosa fauna sottomarina, ricoperta di squame, che si nutre di avanzi, come i gamberi. Solo di tanto in tanto l’anima risale ansando dagli abissi insondabili in cui viviamo, fino a raggiungere la superficie dell’etere, dove c’è l’aria vera. Sono convinto che l’aria che respiriamo normalmente è una specie di acqua, e che gli uomini e le donne sono una specie di pesci.

Talvolta, però, l’anima risale, si innalza estasiata nella luce come un gabbiano, dopo aver depredato le profondità sottomarine. Fa parte del nostro destino mortale, suppongo, depredare l’orribile vita subacquea dei nostri simili, nella giungla sottomarina dell’umanità. Ma fa parte del nostro destino immortale fuggire dopo aver ingoiato la preda natante, per raggiungere di nuovo l’etere luminoso, sbucando all’improvviso dalla superficie del vecchio oceano nel cuore della vera luce. Allora si comprende l’eternità della propria natura.” L’amante di Lady Chatterley di D.H.Lawrence (Uno dei libri più erotici del mondo!)

Allora chiudo fuori tutto, non c’è posto per nessuno quando varco la mia soglia: puoi beccarmi un attimo prima o un secondo dopo, ma mentre sono lì, per un periodo non quantificabile, con la gamba tesa e l’altra dritta e rigida indietro, nell’atto di saltare, beh, in quel momento non c’è spazio per nessuno. Salto le pozzanghere. Quei piccoli vortici concentrici che cercano di risucchiarmi indietro, di chiudersi sul mio presente, su tutto quello di buono che sono riuscita a costruire: salto le pozzanghere per amore di me stessa e per la paura mai finita di sprofondare nell’inganno. Che mi si perdoni per tanta sfrontatezza: quella di preservarmi dai dolori già vissuti, ma salto perché ho paura di sguazzare.  Perché ho bisogno di silenzio. Perché ho bisogno di una vita grama.

“Assaporava in quel momento la totale assenza di avventure. L’avventura è un modo per abbracciare il mondo, e lei non voleva più abbracciare il mondo. Non voleva più il mondo. Assaporava dunque la felicità di vivere senza avventure e senza desiderio di avventure. Ripensando alla sua metafora, vedeva una rosa che sfioriva con gran rapidità, come in una sequenza accelerata, finché ne rimase soltanto un gambo esile e nerastro che svaniva per riempire nell’universo bianco di quella notte: la rosa dissolta nel candore.”  L’identità di Milan Kundera.

Ma tutto questo non è compreso, non è accettabile: il silenzio è pericoloso, nasconde pensieri, improvvisazioni, guizzi di follia. Cerco quindi di mascherare e rendermi accettabile ma spesso scarto e, come un terzino di una squadra di serie C, provo a passare la palla, nella speranza che nessuno si accorga della mia presenza. Astenersi! Perché è diventato così difficile? Anche sul blog, ci sono regole da rispettare come in un condominio, e scopri che uno dei tuoi blogger preferiti si è urtato per una tua stupida battuta e allora resti sospesa, non osando commentare, e lo leggi di nascosto perché quello che scrive continua a piacerti. Perché lo avevi scelto esattamente per questo! Oppure quello che credevi un “amico virtuale” si è incazzato per il commento benevolo fatto a un suo/a nemico/a e ti ha bannato. Oppure perché con la puntualità di un orologiaio matto non leggi e commenti tutto quello che ti capita a tiro. Non lo so. Boh, ci sta pure, ma di cosa stiamo parlando? Io scrivo per me stessa, così come vivo per me stessa e così come salto le pozzanghere se non mi sento di attraversarle, poi per tutto il resto c’è il quotidiano imposto e c’è la libertà illusoria.

Così come non puoi tornare indietro in una decisione già presa e dire ancora e ancora che quella persona con cui hai vissuto una vita ti manca da morire e che  nessuno è riuscito a prendere il suo posto. Non puoi più dirlo. Avresti dovuto farlo prima, quando la tua sofferenza era accettabile, compresa e rispettabile. Ora non più. Hai superato il tempo limite, il tuo tempo di sofferenza è scaduto. Come se ci fosse un tempo per l’amore.

“Ricordo bene quella paura infantile.

Scansavo le pozzanghere,

specie quelle recenti, dopo la pioggia.

Dopotutto qualcuna poteva non avere fondo,

benché sembrasse come le altre.

Farò un passo e d’improvviso sprofonderò tutta,

comincerò a volare verso il basso

e ancora più in giù verso il basso,

verso le nuvole riflesse

e forse anche oltre.

Poi la pozzanghera si asciugherà,

si chiuderà su di me,

ed eccomi rinchiusa per sempre
dove con un grido non arrivato in superficie.

Solo in seguito ho capito:

non tutte le brutte avventure

rientrano nelle regole del mondo

e se anche lo volessero,

non possono accadere.”

 

La pozzanghera – Wislawa Szymborska

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