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Archive for gennaio 2014

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“Ho assaporato numerose parole. Credo profondamente che questo sia tutto e che non vedrò né eseguirò cose nuove”.

La solitudine mi viene rimproverata come una colpa. Alla stregua di una vendetta. Quasi che, privando gli altri di me stessa, operassi una sorta di rivendicazione postuma su un precedente malessere. Spesso non è così. Spesso è solo agorafobia nel suo significato più esteso, più elitario, più devastante. Mi sembra spesso di non avere nulla da aggiungere con la mia presenza a tutto quello che mi circonda e anzi, quello che mi circonda spesso mi distrae, proponendo sempre nuovi stimoli che arrecano disagio e scarsa interpretazione di me stessa. E mi ritrovo quindi, quando mi violento per esserci, ad essere estranea da me, recitando una parte che non mi appartiene: di persona certa del suo spazio e che delimita con gesti misurati eccessivi e circospetti lo spazio che circonda.

La necessità di casa diventa una malattia: il luogo protetto come una postazione da Star Trek da cui controllare tutto e rispondere se vuoi rispondere e comunicare se vuoi farlo. E diventa sempre più frequente il bisogno di non farlo, di non rispondere al telefono, di non lasciare tracce del mio passaggio, di sparire come una nuvola di fumo che non lascia scia e neppure intossica, per il passaggio talmente breve da non destare alcuna preoccupazione. A volte mi violento, per rimettermi in riga, e oltre al lavoro che mi impone una presenza costante, ciarliera e ben disposta, mantengo un certo accettabile atteggiamento sociale che mi costringe a relazionarmi con gli altri, sempre in un limite ben definito, sempre senza allargare troppo all’esterno, sempre chiudendo appena possibile. E gli occhiali neri sono un rifugio e i cappelli diventano un nascondiglio.

Mi conforto di parole, di frasi memorizzate che ogni tanto mi ripeto come una cantilena e mi dico che tutto è ok, che ognuno di noi vive il proprio spazio, che le evoluzioni dell’età spesso diventano razzie, che bisogna assecondare il proprio istinto e anche quello di nascondersi. Anche quello di mimetizzarsi. Leggo. Tanto. Guardo troppi film. Mi relaziono in un mondo immaginario escludendo il reale e scartando il possibile.

“Ho perseverato nell’avvicinarmi alla felicità e all’intimità della pena”.

Ho provato a essere felice, ho passato la maggior parte della mia vita a perseguire un’idea di felicità, per accorgermi alla fine che non era la mia. Ho vissuto la pena di scoprire di aver confuso il sogno con il bisogno: di aver seguito un disegno astratto le cui linee erano disegnate da altri, da quelli che sapevano, quelli che sviluppavano un destino da dedicarmi che non ammetteva deroghe o sviste superficiali. Non sono stata all’altezza del ruolo, sul più bello mi sono distratta, quando credevo di aver raggiunto il traguardo ho fatto l’errore di osservarmi e ho chiuso gli armadi, ne ho precluso l’ingresso, creando un mondo mio di difficile accesso.

Sono serena in questa fase di sospensione della mia vita. Mi viene in mente Pessoa che nel suo “Il libro dell’inquietudine” dove descrive perfettamente il suo stato sempre uguale, senza attese, senza imprevisti, riducendo la speranza, rinunciando alla possibilità:

“Guardo, come una distesa di sole che rompe le nuvole, la mia vita passata;  e mi accorgo con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un’ebbrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l’attore, ma i suoi gesti”.

Chiudo con una poesia di Jorge Luis Borges che ha ispirato questo post mentre sul divano sfogliavo le pagine di egregia finezza che solo i libri datati riescono a regalare:

La Mia Vita Intera

– Qui un’altra volta, le labbra memorabili, unico e simile a voi.

Ho perseverato nell’avvicinarmi alla felicità e all’intimità della pena.

Ho attraversato il mare.

Ho conosciuto molte terre; ho visto una donna e due o tre uomini.

Ho amato una ragazza altera e bianca e di una ispanica quiete.

Ho visto un sobborgo infinito dove si compie un’insaziata immortalità di tramonti.

Ho assaporato numerose parole.

Credo profondamente che questo sia tutto e che non vedrò né eseguirò cose nuove.

Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino in povertà e in ricchezza quelle di Dio e quelle di tutti gli uomini.-

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11012014

-Non ti amo più. E’ una colpa questa?- lui, mentre avvicina il bicchiere alle labbra.

-No, non lo è- io, mentre accendo una sigaretta.

E’ successo tanti anni fa dopo giorni interi di rappresaglie, di angherie, strategie, finzioni, stratagemmi e colpi bassi. Poi è bastata quella semplice domanda “è una colpa questa?” più faticosa da digerire della dichiarazione di non amore perché si scontrava sulla mia rinomata capacità di tolleranza, sull’accettazione della libertà altrui, sul bisogno di essere coerenti, sempre se stessi, anche a discapito dell’altro. Anche se l’altro in quel caso ero io.

Poi, negli anni a venire, ho sentito la stessa frase al cinema, in un film tratto da un famoso libro che avevo anche letto e sono rimasta schiacciata contro la poltrona della sala, non ricordo se il film era degno del libro, non ricordo quasi niente perché è bastato quel breve dialogo a rendergli giustizia. “E’ una colpa questa?”. Si può essere colpevoli di smettere d’amare, di non provare più niente, di avere altri pensieri, di emozionarsi per un’altra persona e credere, o illudersi, che la felicità sia a portata di mano e che l’unico ostacolo sia un amore dichiarato in precedenza? Perché. Perché se la nostra vita ci appartiene e invece di condannarci a passare il resto dei nostri giorni nella fiera del possibile decidiamo di affrontarla e spesso di farci del male pur di viverla, pur di non assistere passivi e raminghi all’amore dei ragazzi su gli Champs-Elysées. Per senso di responsabilità direbbe qualcuno, per rispetto nei confronti della famiglia direbbe mia madre, ma a pensarci bene non abbiamo forse dichiarato a noi stessi, nell’adolescenza, quando ci scontravamo con il formalismo dei nostri genitori, che l’unica responsabilità nei confronti degli altri e di noi stessi e dei nostri figli sarebbe stata soltanto quella di traghettare la vita nel miglior modo possibile. Specialmente nei confronti dei figli: non vorremmo insegnar loro l’unica cosa fondamentale e necessaria, non vorremmo forse che avessero il rispetto di se stessi e non preoccuparsi di arrivare alla maturità con i voti migliori oppure di fare soldi nell’età adulta per meritare uno status invidiabile e ritrovarsi come noi, spersi, a guardare l’amore degli altri. Non vorremmo insegnar loro a essere felici? Ed essere felici non significa forse seguire l’istinto, il cuore, la pancia, il respiro, il bisogno, la necessità, l’aria, la volontà, il desiderio, la paura, la sconfitta, il dialogo interiore? L’amore quando non c’è, nelle case si sente, eh sì che si sente: striscia sui muri, lascia macchie palpabili, sembra quasi un velluto ma se ci appoggi la guancia rischi di ritrovarti un eritema, l’amore quando non c’è si adagia sui piatti, si nasconde nelle lenzuola, negli asciugamani del bagno e nelle piante di basilico, tutto ne è contaminato e i bambini toccando quegli oggetti ne resteranno intrisi e a loro volta ne contamineranno l’esistenza.

D’altro canto rivendico un’altra dichiarazione che nello specifico appartiene ai miei giorni di adesso, quando il percorso ti sembra irto di ostacoli e conosci perfettamente i tuoi limiti e sai che la salita è troppo impegnativa e che in questo momento il fermo è necessario. “Io sospendo”, questa è la mia frase. Non dice niente ma in realtà significa tutto. Significa che stai ferma a osservare e che ti tiri fuori dai giochi della vita: ti sospendi, perché in questo momento è l’unica condizione possibile per te, ed anche questo, come l’ammissione di colpevolezza nella dimensione dell’amore, richiede una clemenza, un’accettazione di rispetto, perché non è detto che si debba sempre combattere contro i mostri, non è detto che si debba sempre scavalcare le paure, a volte è necessario passare la mano e fermarsi quando si intuisce l’incapacità e la fatica di mettersi in discussione, di correre perché non c’è mai tempo, il tempo per fermarsi, quello per capire, quello per lasciare, se diventa necessario. Rivendico il mio diritto a stare ferma per guardare i ragazzi su gli Champs-Elysées che si abbracciano e si baciano e hanno sguardi silenziosi, sguardi che osservo e mi riempiono di vuoto.

E’ una colpa questa?

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Questa sera guardavo “Otto e Mezzo” il programma su LA7 con la Gruber. Non lo seguo molto, più che altro perché mi fa impressione la faccia di plastica della conduttrice anche se devo ammettere che è parecchio brava. Stasera lo seguivo per via della presenza di Lidia Ravera, scrittrice poco modaiola, nel senso che si vende assai poco ma di una capacità unica nel trascinarti dentro una storia, come nel ventre della balena di pinocchio e molto attenta alle donne: ai loro disappunti, alle scorciatoie, agli inciampi dell’età come da copione, alle rappresaglie maschili, alle argomentazioni da “femminista” che dirla oggi sembra quasi una parolaccia. L’argomento esplorava l’in-capacità dei genitori di fornire un modello adatto all’adolescenza per traghettare il sentimento dell’amore nell’approdo dell’età matura, ci si chiedeva quanto i padri con i loro comportamenti possano influire sull’in-capacità di amare dei propri figli. Perché i padri? Forse perché nell’immaginario collettivo rappresentano ancora il potere familiare, quello che determina l’andamento dell’armonia coniugale e con riferimento al mondo femminile senza dubbio è lo stereotipo cui fa riferimento una donna nell’età sessuale. Sono rimasta un po’ basita. Non per meraviglia quanto per assunzione. Come quando ti dicono che fuori piove e vedi le gocce battere sul cofano della macchina ma ti convinci che non te ne frega niente ed esci così, altera e infelice, senza protezione, e torni a casa fradicia e resti a letto una settimana con l’influenza. A volte è un male necessario. E tu lo sai. Sai che ti devi schiantare contro un muro d’acqua perché l’acqua non fa male, ma ti insudicia sempre un po’. E tu lo sai.

Mio padre ha avuto tre donne ufficiali, tra mogli e compagne, e cinque figli, io ne conosco solo uno, mio fratello, degli altri non so proprio nulla. L’ultima volta che l’ho visto ricordo un tipo alto, circa 190, con i capelli scuri ben curati, vestito un po’ fighetto con un atteggiamento alla Cary Grant di quelli che sanno tutto della vita. E’ sempre stato l’ombra nascosta della nostra sopravvivenza familiare come se bastasse spedire un assegno per stare a posto con la coscienza. Oggi so ben poco di lui, avendolo ripudiato nell’età della ragione, tranne che sopravvive alla giovinezza usurpando quella della sua ultima compagna che ha meno della metà dei miei anni. Discutibile. Come sono discutibili quelli che tentano di vivere i tempi supplementari e insediarsi in un’età che non li rappresenta, quelli che si arroccano sulle prime rughe e continuano a guardare solo quelle, mentre la vita attorno a loro scorre e le persone invecchiano e vivono e fanno figli nipoti morti malattie e loro stanno sempre lì, imperturbabili nel loro disfacimento.

Sono rimasta un po’ basita perché a sentir loro, esperti dell’argomento, persone che hanno vissuto una tale pressione familiare non riescono nella maniera più assoluta a sopravvivere al disfacimento della loro vita sentimentale. Ho sorriso, un po’, forse non abbastanza. Ci sarebbe stata bene una fragorosa risata di quelle che poi ti chiedi “ma che cazzo ridi, ma stai fuori?” perché tutto diventa ridicolo quando la sessualità cambia e cambiano i gesti e il modo in cui intendi vivere la passione. Perché ti accorgi che sei stata tutto il tempo a contenere la deflagrazione e poi l’ordigno t’è esploso tra le mani. Perché lo sai che i tempi supplementari che lui si è concesso a te non sono concessi, perché tutti quei cadaveri sentimentali che hai abbandonato lungo il sentiero non erano meno meritevoli del tuo amore ma solo vittime di una ferocia vendicativa, antica, desolante, autodistruttiva. E adesso che la tua mente è pronta, dopo anni di rivisitazioni scheletriche dei tuoi armadi, il tuo corpo ti tradisce e tradisce quanto di più ardimentoso i tuoi sensi possano concepire: il vuoto più assoluto, l’assenza del tatto, il vuoto del corpo. E il sesso che verrà ti sembra solo il bel titolo di un libro che non hai più voglia di scrivere.

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