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Archive for settembre 2015

Non c’era treno che non la riportasse indietro a quella volta lì, ogni volta, ma proprio ogni maledettissima volta, che saliva il predellino di un treno, il pensiero andava fisso a quella volta lì. Anche se la direzione era opposta, anche se la stagione era diversa o gli amici non erano esattamente gli stessi di quel periodo. Oppure il colore. Il colore del suo pensiero intendo, quello con cui osservava il mondo circostante. Cercava sempre di spiegarla questa cosa qui del colore ma nessuno sembrava interpretarla bene, tutti annuivano coscienziosamente con una certa gravità mormorando cose come “Sì, certo, è proprio vero”, ma lei lo sapeva che non avevano capito perché non vedeva alcuna sfumatura attorno al loro corpo. Sapeva che la stavano prendendo per i fondelli. – Sciocchi loro – si ripeteva, cercando di consolarsi. Eppure era così dannatamente semplice, bastava soltanto lasciarsi andare e non cedere, mantenendo un accordo come di sinfonia tra i colori reali e quelli che ti esplodono dentro.

Il periodo di quella volta lì vedeva il mondo blu, quello che nella scala cromatica dei colori è definito come Blu di Prussia. Con quel colore fece davvero molti danni. Tanto per cominciare entrò in un mondo virtuale attirando a sé tutte le tonalità compatibili, poi cominciò a selezionare scientemente quelle più congeniali, senza lasciare nulla al caso: una ricerca sistematica del maschio alfa color del fuoco. C’era in lei una grossa aspettativa, finalmente abbandonata la ricerca del mantello azzurro con cavallo bianco, era sinistramente proiettata solo sull’accoppiamento e sul risultato finale all’apice del piacere: quella gamma calda di un rosso intenso che sale dalla pancia e ti esplode nel cervello.

Arturo sembrava l’unico capace di incarnare tanta capacità. Sullo schermo del computer, quando lui scriveva, una specie di aura di un rosa acceso delimitava i contorni delle sue parole. – Guarda – ripeteva strenuamente alla sua amica – guarda come si illumina lo schermo. Ma non era vero. Una cosa vera invece, di quelle che ti scuotono nel profondo, che capì quando dal Blu di Prussia passò al Rosso di Persia, fu che con i colori non ci si improvvisa. Bisogna saperli dosare per bene e non scagliarli addosso al primo che passa, i colori sono come le memorie, si custodiscono nell’antro più profondo di se stessi, si conservano per i momenti grigi, come per un’estate che passa via così, come un bianco e nero scalfito dal tempo.

Ed è così che su questo predellino ingombrante mi soffermo, sosto leggermente, giusto il tempo per dare alla memoria il tempo di cadere e al colore lo spazio per illuminarmi. Ritorno a quel rosso intenso che non avevo accettato per la paura di macchiarmi d’amore.

E la chiamano estate, questa estate piena di niente, opaca e sciagurata, come un mare che teme la bufera, contenuta, riluttante, pretenziosa nella sua riottosità, un’estate senza libri, né musica e colori, incapace di esplodere, ma neppure di implodere: lasciata lì, sospesa a se stessa, in attesa del tempo che non ha più tempo

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Banksy_-_Sweep_at_Hoxton

Potrei avere un problema e non di poco conto. Potrei avere un problema che si estende meticoloso e irriverente sul solaio della mia camera da letto. A circa sei mesi dalla sua venuta, con la flemma tipica delle infiltrazioni, è divenuta parte dell’arredamento. In modo cavilloso, quasi strategico. É una macchia. Umidiccia e giallastra, che compare in un angolo della camera, ma poi si sposta e aggredisce altrove: si delizia sui quattro punti cardinali senza una logica e dopo ogni passaggio rilascia una scia di intonaco sfaldato. Io la osservo. Ma anche lei mi osserva. E passiamo così tutto il tempo a capire dove può esserci una fine.

Nell’ultima riunione di condominio ho fatto presente questo evento ma senza troppa enfasi, il mio vicino di casa cercava di spingermi a esigere un intervento repentino, ma io no, io non me la sentivo, io mi ero già affezionata a quella macchia sul muro.

Ogni sera, al ritorno dal lavoro, corro in camera da letto per vedere che è successo. Se è piovuto, a maggior ragione, mi precipito per capire se si è estesa, dove è arrivata, se è sopravvissuta. É la mia crepa, e mi tiene compagnia.

In questa estate di caldo afoso si è ricomposta e, come una vecchia attrice degli anni cinquanta, si è data del belletto sulle gote, sembrava ritirata in se stessa con la pelle tesa e una friabilità contenuta, poi, con le prime piogge, si è arresa all’evidenza della sua natura e ha estratto da se stessa un colore mattone con delle lunghe striature che scalfiscono il soppalco fino a penetrare nelle luci che delimitano il perimetro della camera.

Potrei avere un problema e non di poco conto, considerando che abito nell’attico di un palazzo delimitato da un terrazzo condominiale inguainato come una sciantosa degli anni venti. Qui sono tutti attenti, precisi, chirurgici nei loro interventi, qui vive gente che vuole tutto subito perché ne ha diritto, perché ha pagato le tasse, perché è di pelle bianca, perché ha costruito per avere: le foglie non devono cadere, i portoni devono essere sempre chiusi, i parcheggi rispettati, gli animali tenuti al guinzaglio, i gatti non devono miagolare e le macchie non devono esistere.

Potrei avere un problema e non di poco conto perché, io, quella macchia, non la voglio far sparire. Perché quella è la mia crepa ed è stato il primo indizio della mia rinascita:

“Checché se ne dica, non ci curiamo granché delle crepe altrui, bisogna riconoscerlo. Voglio dire delle crepe sui muri altrui. Solo il giorno in cui le vediamo correre sui nostri ci sentiamo chiamati in causa, e tremiamo un po’. A me è capitato una sera che ero a casa con la prospettiva di due soli pensieri: scegliere tra due gusti di yogurt per dessert e, un po’ più tardi, quando sarebbe arrivata l’ora di andare a letto, fra tiglio e verbena. Tutto si preannunciava pacifico e noioso quanto la sera prima finché non l’ho scorta, acquattata nell’ombra, proprio davanti a me. Una lunga crepa, tutta storta, con una gran brutta cera. Mi sono avvicinato e ne ho seguito il percorso a distanza di qualche centimetro. Partiva dietro il battiscopa, saliva lungo il radiatore, quindi cambiava rotta e correva in diagonale per poi scomparire nell’angolo della stanza. O forse era il contrario: nasceva lassù nell’angolo e scendeva verso il pavimento. Come facevo a sapere da che parte prenderla? Dove inizia e dove finisce una crepa? Non ci avevo mai riflettuto.

L’ho guardata un bel po’ come si osserva un ragno prima di schiacciarlo. Con la differenza che una crepa puoi colpirla quanto vuoi, non si sposta di un’unghia e non si accartoccia mai. Far fuori le fessure è impossibile, il problema è tutto lì. In compenso, appena compaiono, cominciano le grane.”

(JOËL EGLOFF –  Cosa ci faccio seduto qui per terra)

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