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Archive for agosto 2012

Fuggo dai tuoi respiri sbadati

e dalle note sghembe e dalle storie inventate,

seguo il tormento del mio vicino, nell’unico accordo riuscito,

ripiombo nella realtà

cercando appigli alle ore sospese.

Appendo borse vuote

su ganci ricurvi e le guardo disfarsi.

Aspetto un segno.

Una foglia caduta in estate

una coccinella rossa sulla zampa del mio cane

una parola lanciata nell’aria

che infranga la finestra della cucina.

Fuggo perché non credo

che tutto questo sentire sia un vero sentire.

E spio dal buco della serratura,

con le trecce legate da nastri di trina,

sperando che tu non scopra mai

la mia impudenza di leggermi altrove.

Non resto, ma fuggo per tornare.

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Anche le cose più indelebili hanno una durata, come quelle che non lasciano traccia o neppure succedono, e se le possiamo prevedere, annotare o registrare o filmare, e ci circondiamo di promemoria e addirittura cerchiamo di sostituire l’accaduto con la sua mera conferma, registrazione e archiviazione, di modo che ciò che accade realmente non sia, fin dall’inizio, che il nostro annotare o registrare o filmare, nient’altro; pure in quest’infinito perfezionamento della ripetizione avremo perduto il tempo in cui davvero le cose accaddero (benché sia il tempo dell’annotazione); e mentre cerchiamo di riviverlo o riprodurlo o farlo tornare indietro e impedirgli di fuggire, un tempo diverso gli succederà, e in questo tempo, di certo, non staremo insieme né risponderemo a nessun telefono e ci mancherà il coraggio e non potremo evitare il crimine o la morte (anche senza commetterlo o esserne la causa), perché lo lasceremo trascorrere come se non ci appartenesse nel tentativo febbrile di non farci scappare e di rivivere quel che è già successo. In questo modo, ciò che vediamo e sentiamo finisce per assomigliare e addirittura diventare identico a ciò che non abbiamo visto né sentito, è solo questione di tempo, o dipende dalla nostra scomparsa. E nonostante tutto non possiamo far altro che impostare la nostra vita ad ascoltare e a vedere e a partecipare e a sapere, convinti che la nostra vita dipenda dallo stare insieme un giorno o dal rispondere a una telefonata, o dall’avere il coraggio, o dal commettere un crimine o causare una morte e sapere che è stato così. A volte ho la sensazione che niente di ciò che succede succeda davvero, poiché niente succede senza interruzione, niente persiste né persevera né si ricorda in eterno, e anche la più monotona e banale delle esistenze si annulla e nega se stessa in questa ripetizione apparente al punto che niente è niente e nessuno è nessuno che sia esistito in precedenza, e la debole ruota del mondo viene spinta da smemorati che ascoltano e vedono e sanno ciò che non si dice e non avviene e non si conosce né si può dimostrare. Ciò che avviene è identico a ciò che non avviene, ciò che scartiamo o ignoriamo identico a ciò che accettiamo o afferriamo, ciò che sperimentiamo identico a ciò che non proviamo, tuttavia la vita passa e passiamo la vita a scegliere a rifiutare a selezionare, a tracciare una linea che separi quelle cose che sono identiche e faccia della nostra storia una storia unica da ricordare e da raccontare. Impieghiamo tutta la nostra intelligenza e i nostri sensi e le nostre ansie al fine di discernere ciò che sarà uniformato, o che lo è già, e per questo siamo pieni di rimpianti e di occasioni perdute, di conferme e riaffermazioni e di occasioni sfruttate, quando l’unica certezza è che nulla si afferma e tutto si perde. O forse non c’è mai stato niente.
(J. Marías – Un cuore così bianco)

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Tu che ieri
fosti soltanto tutta la bellezza
ora sei anche e interamente amore.
(J. L. Borges)

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La verità

è che ci siamo lasciati

non perché stanchi

l’uno dell’altro

ma perché stanchi

di noi stessi.

Perché volevamo essere altro

da ciò che siamo diventati.

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Succede, perché succede, che ad un certo punto della tua pigra quotidianità, avverti che ti si sta aprendo lo spiraglio della sfiga. Non si tratta di un segnale preciso, di un evento oggettivo, ma piuttosto di tanti piccoli inciampi che ti trasfigurano le giornate, oltre che la faccia. E la faccia ne risente. Eccome se ne risente! La vedi che si gonfia, quel tanto che basta per trasformarti in un rospo con le occhiaie, poi sul più bello ti viene una sorta di congiuntivite emorragica (nel senso che il tuo occhio comincia a striarsi di sangue) e tutti lì a spiegarti che succede spesso e che basta mettere un collirio specifico, all’eparina è meglio, però quattro volte al giorno e tutto diventa più chiaro. Va bene, va bene tutto, ma perché proprio adesso??

E poi ti succede che finalmente il tuo ex “dichiarazione d’intenti” viene a prendere il cane per portarlo a fare un giro, mentre tu stai preparando cose da portare alla festa sulla spiaggia. Mentre tu ti stai caricando come un somaro, per portare quello che ti tocca di portare, quello che HAI deciso di portare: bottiglie di vino. E Dio solo sa quanto pesano quattro bottiglie di vino in una borsa termica! Forse più che Dio lo sanno le donne che fanno spesa, ché Dio alla Conad proprio non ce lo vedo!

Allora ti vesti: bermudone militare, camicia verde acido allacciata alla vita, birkenstock (che fanno tanto sexy) e borsone termico. Una figa stratosferica!! Ma intelligente. Perché prendo tempo, per dargli modo di uscire e non compatirmi fino a ringraziare faccia a terra il Signore per avergli dato la forza di abbandonare baracca e burattini e vivere con la trentenne tacco 12. Sono sempre una femmina furba!! Furba sì ma non preveggente!

Allora succede che mentre cammini per coprire quei miserabili 200metri che ti separano dallo stabilimento (perché tu hai culo: abiti di fronte allo stabilimento balneare e quindi non devi prendere la macchina!) e sei carica come un venditore ambulante e sinuoso come una giumenta gravida, capita, perché capita sempre, di incrociare Mister “dichiarazione d’intenti” e il tuo cane e peggio ancora, il tacco 12. Che per l’occasione sfoggia un 24!

Il panico non è un’invenzione. Il panico ti acchiappa quando non hai vie di fuga e vorresti spiaccicarti sull’asfalto come una cacca di cane, dopo una gara ciclistica. Nel giro di un secondo riesci a calcolare un teorema di Pitagora basato sull’assunzione che in un triangolo rettangolo (che saremmo noi), l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui due cateti. Praticamente sto nella merda! Mi affido allora ad un calcolo più semplice ma risolutivo, quello che usavo da bambina per non farmi beccare: mi imbosco! E mai termine fu più appropriato!

Individuo un oleandro non ancora potato dal lato opposto della strada, accanto alla fermata del bus, attraverso evitando le strisce pedonali e cercando la prima risoluzione (quella della cacca di cane) ma senza vittoria, e mi affianco con fare indifferente alla signora “sono a pezzi dopo una giornata di mare” che aspetta pazientemente il mezzo cittadino per andare a riscaldare il polpettone. Mi imbosco dietro l’oleandro e seguo passo passo l’incedere lento della Billionaire’s Family avvicinandomi sempre di più alla signora che vedo cominciare ad irrigidirsi.

Sono troppo tesa per cercare di spiegarmi e mentre il quadretto felice si dirige verso sud, io mi sposto verso nord, avanzando decisamente verso la borsa della signora, che a quel punto decide di affrontarmi con uno sguardo feroce, coperto da improbabili occhiali da mosca e fa per dire qualcosa. Ma è troppo tardi. Il pericolo è schivato ed io rientro in me, l’esorcista ha fatto il suo lavoro e riacquisto l’aplomb della giumenta gravida per dirigermi verso il mare.

E succede che arrivi sotto la palma, ti versi un bicchiere di vino (dopo tanta fatica, vorrei vedere!), ti sdrai sopra un lettino a guardare la luna piena che riflette sul mare e mentre gli altri cantano, tu pensi: ma come ho fatto, cazzo, a ridurmi così a cinquant’anni e con un oleandro poi, che li ho sempre odiati!!

Comunque, una bella serata di merda. Tanto per stare sul tema!

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