Feeds:
Articoli
Commenti

Inoltre non avrei altro da aggiungere, tutto sembra così evidente, il passato e il futuro come per un’unica misteriosa congiunzione. Tutto sembra rapprendersi e mescolarsi insieme, tanto da non avere più alcun discernimento. Non avrei altro da aggiungere perché qualsiasi parola o suono o mormorio sembrerebbe una simulazione di dolore, un mero artificio, un antico sistema per proclamarsi Re nella terra di nessuno.Ci sono terre che spariscono, inghiottite dal tempo e dall’incuria, e ci sono uomini che continuano a scalfire la propria terra già ampiamente maltrattata, camminando sui cadaveri, raccogliendo briciole per ignote popolarità, come se la vita di ciascuno rappresentasse un viatico per la celebrità.

Inoltre non avrei altro da aggiungere, eppure come per gli altri sono qui a ostentare dolore, protetta dalla mia patina di miserevole agiatezza, e contesto e mi adiro per le strumentalizzazioni politiche, i pensieri razzisti, per coloro che approfittando dell’altrui disperazione non fanno altro che puntare un dito monco, incapace di offrirsi in alcun modo. Ma anche il mio di dito è monco. É monco quando offro le mie mani, con le unghie dipinte di fresco, a raccattar cartoni, a srotolare rotoli di scotch per chiudere pacchi offerti alla disperazione: “Bagno schiuma donna Ok” – “Latte in polvere prima scadenza Ottobre 2016 Ok”

E poi tornare a casa con la schiena piegata per controllare lo stato delle cose, telefonare all’estetista per un repentino rammendo di quelle unghie scheggiate e sentirsi fortunate. Sì, sentirsi fortunate. É tutta qui che si consuma la violenza.

Il volontariato spicciolo è l’ultima forma estrema di classismo di massa. Ci sentiamo tutti assolti per non aver fatto un cazzo, eppure così felici per aver contribuito. Mi vergogno di me stessa. Di questo senso di impotenza, e penso che avrei potuto evitare tutto questo se negli anni passati, in quelli della mia adolescenza, avessi scelto, con cura, con attenzione, a chi rivolgermi per tutelare il mio territorio e il futuro dei bambini vittime della mia superficialità.

Ma le mie unghie dipinte non ne risentiranno e continueranno imperterrite a dipingersi una strada, laccata di rosso, o di corallo… dipende dalla moda.

Eric Bénier-Burckel1

Quando si getta la spugna? Quando si smette di combattere e ci si arrende al presente, a quel che è, a quel che è già diventato da tanto tempo ma che non abbiamo il coraggio di vedere? Quando si smette di allisciare il pelo per accompagnare l’emozione e si ritorna uomini, per lenta involuzione, cercando disperatamente di reprimere l’istinto? Quando si diventa grandi, ma troppo grandi, talmente grandi, da non avere più il coraggio di allungare una zampa per farsela leccare. Eppure di ferite ce ne sono tante e ogni tanto cerchiamo un interlocutore valido che le possa accogliere. Ci proviamo. Ci riusciamo pure, a volte. Eppure, non si sa mai il perché, sul più bello, quando finalmente possiamo stare tranquilli, senza aspettarci niente di più di ciò che ci aspetta, l’uomo, con tutto il suo bagaglio, si assesta sull’idea. Si siede sulle proprie paure. E come per la lampadina di Archimede, quello di Topolino, ci si accorge che un pensiero si frantuma in piena faccia, come un’esplosione atomica, incapace di contenersi, capace di destabilizzare l’equilibrio. Un equilibrio che non c’è mai stato.

L’amore non si riconosce dall’odore, ma dallo strato sottile della pelle. É tutta lì la differenza.

Non lo vedevo da qualche tempo a parte le numerose telefonate per chiederci ininterrottamente lo stato delle cose, non ne sentivo la mancanza e non mi sembrava poi così grave avere tante possibilità: conservare un affetto profondo per qualcuno che è stato molto importante nella mia vita ma non abbastanza da esserne dipendente fisicamente. Non sono mai stata dipendente da niente e da nessuno: è questa la mia libertà, l’ultima mia personale forma di libertà, la capacità di sopravvivere a chiunque. Tranne che a me stessa, ma questa è un’altra storia.

Non ne sentivo la mancanza, anzi, evitavo accuratamente occasioni per incontrarlo. Non per paura, o forse sì, forse per la paura di scoprirlo diverso e restarne delusa, forse per la paura di vederlo invecchiato e averne pena. Non ne volevo di sentimenti: né di odio, né di compassione. Non ne volevo mezza. Storia finita, chiusa. Relegata altrove. Un periodo di vita passato, come le mura che abbiamo abitato, i sogni che abbiamo coltivato, gli animali che abbiamo accudito e, soprattutto, i timori che ci siamo scambiati. Non c’era più nulla. Non c’è più nulla. Eppure la pelle racconta, quando si incontra, quando si avvicina. Trema. Si arma, di forze sconosciute, e marcia zelante in cerca di riscontri. Diventa tutta rossa, gli occhi si animano, prendono una luce diversa. Tutto si illumina e per sempre, per il resto del tempo, ti resta in testa quello sguardo, un po’ lucido, offuscato, che presto decide di nascondersi, di guardare altrove, dove tutto è già deciso per non destar sorprese. La pelle diventa lieve, come per alchimia, non è spiegabile, eppure è vero: tu la tocchi e la senti talmente velata da poterla squarciare con una parola. Che allora contieni. É per questo che l’amore si riconosce dallo strato sottile della pelle. Perché ingoi, per amore, tutte le parole che potrebbero incidere quello strato sottile e indifeso, quella parte disarmata che si è offerta, per temeraria incoscienza, a essere scalfita.

Non ho inciso nulla, sono stata brava, ho avuto pietà e rispetto per il tempo che è stato. C’è sempre una forma di rispetto per la vita che hai vissuto, per i ricordi che ti porti dentro, anche se poi sono stati maltrattati e trafitti e bistrattati, ma è la tua di vita, è tutto ciò che fa di te un essere invecchiato e pieno di ricordi. Sono grata a quella pelle di aver condiviso il mio sudore, i miei umori profondi, le mie siccità, quelle avvisaglie femminili che fanno di noi donne scogli aguzzi sui quali è difficile distendersi. Sono grata a quell’uomo di essere ancora lì, in grado di esprimere il suo affetto, quando non ce n’è più bisogno, quando non serve più a niente. Quando la pelle non porta più carnalità e memorie passionali, quando l’amore si esprime per quel che è: niente, soltanto tatto e parole non dette.

“Non so di chi ricordo il mio passato

che altro fui quando fui, né mi conosco

come se con la mia anima sentissi

quell’anima che nel sentire ricordo.

Da un giorno all’altro ci lasciamo.

Nulla di vero a noi ci unisce:

siamo chi siamo, e chi siamo stati fu

cosa vista di dentro.”

(F.Pessoa – Odi di Ricardo Reis)

donna che danza sotto la pioggia

C’era sempre tempo instabile nel corso di quei pomeriggi estivi. Era come una maledizione, ogni volta che decidevi di fare qualcosa, tipo organizzare una festa, una cena sul terrazzo o addirittura un matrimonio… beh, non c’era storia, all’ora x, quella fatale, merda, cominciava a scrosciare l’ira di Dio. Io ero l’unica che ne rideva. E questo non è bello. Non lo è, credetemi. C’è sempre qualcosa che non va quando al sole preferisci il grigio della pioggia, quel rincorrersi sotto i cornicioni, le spalle nude bagnate dalla pioggia, l’irriverenza dell’uomo nei confronti della natura, quando non ha paura di ammalarsi, e allora la sfida, si bagna, si fa accoglienza, si offre al maltempo con i suoi jeans bianchi che stonano nel contesto e tira fuori quel golfino azzurro e leggero da indossare a pelle nuda, quella pelle ambrata che ci rende tutti più appetibili, e si mostra in contrasto con la foto del passato che ci ritraeva uguali, nello stesso posto, con lo stesso abbigliamento. Non si cambia poi tanto se basta un acquazzone per replicarci. Siamo sempre fermi lì, a quell’immagine del passato che ci ritraeva al meglio. Quando amavamo. Quando non ne avevamo paura.

Un’altra estate sta passando, corre piano senza troppi clamori, sembra una modella alle prime armi che calca la passerella e con lo sguardo ti invita a seguirla ma poi si disperde nella folla: dovrei arrendermi a questa condizione e accettare il sudore che mi corre lungo le vertebre come una benedizione che mi lascia ancora il tempo di goderne, eppure non è così, nell’immaginario comune, per quelli come me che vivono in una città di mare, l’estate è un tempo. A sé stante. Un principio. Una lercia insolenza. I migliori tradimenti si sono consumati sulla battigia che ci vedeva protagonisti di quella follia, chiusi nelle cabine mentre fuori si consumava l’ultimo torneo notturno di tennis, le sveglie improbabili all’alba per guardare il sole e stringerti al tipo di turno. Tutto è sempre stato per una congiunzione della natura con l’amore; neppure la montagna riesce a darti tanta emozione, neppure sciare fino allo sfinimento e poi fermarsi ad ubriacarsi in cima a una montagna… nulla è vivo come il mare.

Io esisto in una città di mare, dove il mare è il protagonista assoluto, e l’amore ne è la conseguenza. E quando l’amore non ti sembra abbastanza, oppure l’estate ti disturba, allora c’è qualcosa che devi rivedere nelle tue giornate. Io esisto nelle brezze notturne che scostano le tende e mi fanno correre, trafelata, a chiudere le imposte, io esisto in questa terra di cui conosco i sentieri che conduco al mare, i lettini da aprire, il mio amico che si è accasciato stanco, senza più rialzarsi, mentre giocava a beach volley; io esisto nell’inchino che i marinai nella processione del mare gli hanno voluto donare suonando le sirene che hanno squarciato l’aria di una ignobile domenica mattina. Sembrava un lamento di delfini. Io esisto nei piedi nudi, bruciati dal sole e conficcati nella sabbia, rattrappiti dal dolore. Io esisto perché ne ho memoria.

Oggi piove a dirotto, sembra autunno eppure è estate, l’aria è calda ma carica di pioggia, il cielo è grigio e tutto sembra sospeso in attesa del sole. Ed io l’ho fatto. Ho messo la musica più stupida del mondo, ho indossato l’allegria e ho cominciato a giocare a nascondino sul terrazzo con il mio gatto, poi sono stata tutto il tempo sotto la pioggia a ballare, giravo su me stessa con le braccia allargate e il viso rivolto verso il cielo: giravo e ballavo, sembravo una scema. Sono una scema, lo so. Ma la pioggia estiva mi è amica. Mi ricongiunge con me stessa, mi ricorda chi sono e che non mi importa dei capelli bagnati, dello sfaldamento progressivo della mia pelle, della mia paura di essere estate nell’estate che non c’è.

Io esisto nel mio tempo, ne sono consapevole, a volte è una maledizione, ma quando ci ballo sopra, capisco che non potrei essere niente di meglio: ballo sotto la pioggia e penso al mare. Potrei quasi invidiarmi!

La mia terra è solo scogli

aguzzi e irriverenti

scogli che non accolgono

eppure proteggono

dagli spiragli gelidi del tempo

che non aspetta.

La mia non è un terra

piuttosto un riparo

dalla morte prematura

di questo addio.

Non ti cerco più

scavando a mani nude

ma soffio leggera

dove so che la terra può volare

e con i ginocchi doloranti per

il troppo peso

aspetto

che la terra ti raggiunga

che ti cada leggera sulle spalle

e attendo quel momento

infastidita

della sua mano sulla pelle

a scacciare il pensiero

lento e incostante

che conservi per me.

Non ho motivi

e non ho certezze

eppure spero che quel refolo estivo

ti giunga prepotente

mentre rassicurante

ti adagi sul tuo futuro incerto.

Ho acquistato dei rami da conficcare sul terreno.

Sono ginestre.

 

Elliott Erwitt1

Ogni tanto qualcuno prova ad aprire una porta, arriva lì con un mazzo di fiori pieno di parole, suona il campanello e sosta impaziente sulla soglia. Mette su la maschera migliore e cerca di capire che cosa ha di fronte: se donna, mezza donna o quaquaraquà. Si avventa su una cena improvvisata senza avere il minimo controllo del fenomeno, senza sapere, in maniera alcuna, cosa e chi si troverà di fronte, perché al di là della conoscenza fisica e formale, l’intimità di un pasto condiviso spesso riserva sorprese inaspettate e non sempre gratificanti: dipende dall’umore o dalla bellezza fisica dell’avventore, oppure, ancora meglio, dalla capacità del commensale di esprimere se stesso.

La cena per farli conoscere fu del tutto improvvisata. Gli aggettivi fioccavano come insolenti tentativi per esporsi in maniera marginale seppur diretta, tutto sembrava perfetto per credere alle menzogne che gli uomini si raccontano quando hanno paura di raccontarsi; eppure si raccontano, in lunghe esternazioni paradossali, quasi a confermare che la miglior rivelazione di se stessi si possa esprimere solo con gli sconosciuti.

La cena per farli conoscere fu un continuo gioco di Risiko dove la vittoria consisteva nel conquistare il proprio territorio: una sorta di Negroni sbagliato, come quando ti accontenti di una blanda mistura perché non vuoi caracollare sulla sedia del vicino; non consisteva nel conquistare un altrui territorio ma il proprio: essere coscienti sempre dello spazio e del tempo senza capirne i contorni. Una faccenda estenuante se ci penso adesso, eppure quella corda tesa ha stretto un sodalizio di anime perse che non avranno mai più nulla da dirsi, tuttavia ci hanno provato e ci sono anche riusciti.

La cena per farli conoscere fu un pericoloso esperimento dal quale tutti uscirono indenni per fortuita casualità.

Rassetto gli armadi

per non aprir le porte

affretto le negazioni

che non accetto di rettificare

racconto per non dire

eppure mi tremano le mani

e gli occhi

a tratti

riacquistano un’insolenza

dimenticata

che riaffiora veloce

come il guizzo di una tigre

che pur potendo

ghermire la preda

si arrende

alla sua malinconia.

Eric Bénier-Burckel2

Il mio fermo immagine mi sorprende mentre bevo Pastis allungato con acqua Ferrarelle, guardando un film su Sky in un inutile venerdì sera della fine di Giugno 2016. Il mio fermo immagine ha di sorprendente che mentre mi sento occupata in tutte queste attività, e non di poco conto, mi sto anche commuovendo, e quello che potrebbe essere un ottimo film belga di ultima generazione, per me diventa un mantra assoluto che non lascia scampo. Il film in questione, perché sembra che sia questo il nodo principale della faccenda, si chiama “Dio esiste e vive a Bruxelles”. Certo per il titolo, di sicuro tradotto in italiano da un italiota, non è che ci si possa perdere la testa, eppure… eppure… ci sono rimasta appiccicata come una sardina sul sandwich di un marinaio svedese in crisi di astinenza. Poi il Pastis ha fatto il resto. Certo devo ammettere che è stata tutta una bella coincidenza: in un attimo mi sono sentita trasportata altrove e mi mancavano solo i cavalli a correre sulla spiaggia della Camargue. Ma non è così poetico: il Pastis l’ho comprato da Lidl e l’abbonamento a Sky Cinema l’ho fatto dopo l’ultima separazione che mi ha lasciato senza fiato, come una specie di asettica badante insomma, qualcosa che mi potesse tenere occupata tra la disperazione e l’esaltazione. Desolante, direi.

Il film, parlando del film, narrava una storia trasversale e oltremodo fantasiosa sulla creazione dell’uomo da parte di un Dio ipotetico e alquanto balordo, un Dio che potrebbe essere tradotto tranquillamente come uno dei nostri genitori, inconsapevoli artefici delle nostre debolezze, un Dio contrapposto al bene, che non avendo di meglio da fare, si diverte a distruggere la vita degli uomini. Come in un enorme e gigantesco Risiko umano. Poi c’è tutta la faccenda della figlia e del figlio (un tal Gesù) e della redenzione, ma quella è un’altra storia; quello che invece mi ha colpito è stato il senso dilatato del tempo, il tempo che rimane e di come impiegarlo al meglio, come non pentirsi di quello sprecato e di quello a venire. Come non aver paura del conto alla rovescia. Conto alla rovescia preannunciato da un sms che ha scatenato il panico a quelli che non avevano più tempo da aggiungere e ha scatenato un senso di immortalità a coloro che di tempo ne avevano da vendere.

E’ stato allora che mi sono chiesta quanto tempo avevo ancora. E come lo stavo impiegando. Guardavo farfalle, scorrevo le nubi, scopavo come un riccio, oppure semplicemente continuavo a non fare: non fare l’amore come avrei voluto, non vivere spegnendo le mie ire che nel tempo ho imparato a dominare, oppure vivere da addomesticata perché è più facile e nulla toglie, ma neppure aggiunge, a quanto sento di essere. Quanto della mia vita, se avessi un tempo limite, riuscirei a cambiare. O vorrei cambiare. Potrei anche essere felice di ciò che sono, oppure no, oppure vorrei approfittare dell’opportunità per andare altrove. Altrove da me stessa: luoghi puri, asettici, luoghi in cui non ci sia l’assolutezza del pensiero, luoghi in cui ci sia una chance e non una condanna per il vissuto, forse non eclatante e neppure esaltante, eppure il proprio, la propria sofferenza, gli errori, le paure, le incertezze. A volte è troppo facile sentirsi in assoluto i guardiani del tempio: ma il tempio a volte ce lo costruiamo addosso e spesso ci cade sulle spalle.

Ho visto un film. Non ho fatto altro, eppure già mi sembra tanto.

salvatore_fiume_003_somale_1981

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano il tempo non aveva più tempo, l’aria era rafferma e lungo la parete rocciosa le buganvillee restarono sospese in attesa di consenso: era un momento magico, la sera ingialliva i contorni delle strade e la città, improvvisa, esultava di fierezza. Dietro quella curva c’era una donna, che mi aspettava da sempre, piccola di statura ma densa di emozioni, piena di cose da dire e atteggiamenti da mostrare, che cercava malamente di dissimulare l’esultanza, di contenerla, in una sfera protetta di cose da fare e strade da seguire. Io non ero nessuno, le avevano soltanto detto di trattarmi con cura perché non stavo troppo bene, non affilavo di cervello, o, per meglio dire, ero sull’orlo del suicidio. E lei lo fece. Mi prese e mi portò a capire la bellezza. Per giorni e giorni mi trascinò a scoprire angoli nascosti della sua terra, fiera e critica, cercava di mostrarmi il lato nudo delle cose, la purezza sporca della natura contaminata dall’uomo; per giorni e giorni non mi chiese nulla sopportando dei silenzi spenti ostentati da lenti scure e bocche serrate: io camminavo senza vedere, cercando solo il modo di fuggire via. Quel lungo tempo trascorso insieme fu una premessa, un decalogo comportamentale che negli anni a venire diventò il nostro modo di rapportarci al vissuto: io abbracciata a lei, cieca di vita, che cercava la propria a discapito della sua. L’amicizia tra donne per quel mistero che nasconde, traspira tra le pieghe del tempo e si ripropone integra nei contenuti, segue sentieri accidentali, svolta su curve inaspettate forgiando rancori sulle aspettative mancate; l’amicizia tra donne è così lieve che basta un sussurro a spingerla altrove. Io seguii quel sussurro e per anni, ormai guarita dalle mie ossessioni, smisi di seguirla confinandola volutamente nell’angolo esposto del passato, quello dove spira un vento gelido che non trova più ospitalità nel conforto assoluto del calore umano. E come per tutti quei testimoni involontari delle proprie debolezze, arginai la sua memoria, in modo che non potesse più scalfire il mio presente. Ma l’amicizia delle donne è persistente, ricama coperte di storie narrate e dimenticate, tazzine da caffè spaiate e conservate, per riproporle così, in un tempo che non sapevi sarebbe mai arrivato. L’amicizia delle donne fa paura perché esiste, resiste, e si rafforza nel buio della solitudine.

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano, gli occhi mi si riempirono di lacrime. Non potevo credere a tanta bellezza, non riuscivo a pensare che il mondo non fosse soltanto grigio e buio così come ero abituata a vederlo: mi tolsi gli occhiali scuri e il rosso del tramonto mi invase come un predatore. Ancora oggi penso a quel momento, quell’istante perfetto in cui capii, che il mondo era attorno e non dentro di me, che l’uomo non può temere la terra perché quanto prima, quando meno te lo aspetti, la terra ti accoglie nella consistenza perfetta della sabbia tra le dita, in quel fluire sottile della grana minuscola delle conchiglie che per alchimia, per resurrezione, dal mare sfrangia e si deposita lento nel tuo tempo.

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano trovai un’amica, che è ancora lì, ferma sulla parete rocciosa a guidarmi sul sentiero di casa.

“Poggiata a un davanzale davanti ad una strada

vuota a quest’ora quasi di campagna

cosa racconto io? racconto l’aria.

L’aria che cerco, quella che trovo,

che torna in visita per farsi riconoscere,

un’aria semplice, composta, delicata,

aria dimenticata, che sempre quando arriva

mi trova impreparata.”

-Pigre divinità e pigra sorte-P.Cavalli

Fernanda Veron1

Domani faccio cinquantaquattro anni. Non so se è poco o troppo. Non so dirlo, dipende dalle giornate, soprattutto dal risveglio, di quelle giornate. A volte mi sembra di non poterle affrontare, altre invece tutto sembra facile, tutto scorre veloce come su un nastro di energia che non sapevo più di possedere. Però, se devo dirla tutta, le giornate di stanca sono più numerose, oppure semplicemente più faticose e diventano come un numero spropositato rispetto alla realtà. Forse sono stanca. Forse ho sbagliato qualcosa. Forse mi manco, e la mia figura immaginaria, quella che credevo possibile, quando mi pensavo a questa età, è completamente sballata. Forse avevo un’idea di me stessa che stona nel contesto che volutamente, ma anche casualmente, ho voluto creare: del resto non credo sia possibile esibire la fatica di essere, con coscienza, come fosse uno stendardo da attaccarsi al collo. A volte fai delle scelte che pensi consapevoli e invece sono solo cazzate: sarebbe bastato un minimo di tolleranza, un buon carattere (come diceva mia nonna), un gesto minimo di riconciliazione e sai quanti soldi avrei risparmiato dall’analista solo per sentirmi dire che sarebbe bastato avere un minimo, stupido, infinitesimale, bagno di umiltà; il non credersi in diritto di pretendere, sempre e comunque, per appartenenza, per devozione del proprio sesso, sempre impaurito, sempre bistrattato. Siamo generazioni cresciute nella paura di tollerare. Tutto doveva essere assoluto, tutto serviva a rivendicare la nostra condizione, tutto era per vendicare il passato. Un buon carattere. Adesso l’ho capito: è la capacità di essere se stessi con lucidità, lottare da dentro, cambiare la condizione mantenendo intatte le aspettative. Invece io ho lottato da fuori, gettandomi in pasto a ideologie che non avevo capito fino in fondo, che avevo mal interpretato, nutrendomi di esperienze che non mi appartenevano, bagnando tutto in monocolore: in un bianco e nero distorto che non permetteva cedimenti, tradimenti, ripensamenti, incertezze, paure, distrazioni, abbandoni, dimenticanze. Addii. E adesso mi piego a questa condizione, avendo di me un’immagine perfetta, performante (come direbbero alcuni), senza esitazioni; fiera di me stessa mi accompagno, mi guido, mi sostengo, ma altresì mi spavento, perché mi fa paura questa mancanza di paura della mia condizione: come posso non temere questa assenza assoluta dell’amore, come posso convivere felicemente in questa solitudine che pure cerco instancabilmente e che riparo e proteggo dagli eventi esterni? Perché questo essere misterioso mi è cresciuto dentro proprio adesso, adesso che invece avrei bisogno di sostentamento, adesso che avrei la necessità di un sogno?

Eppure non lo so, che dire, proprio non lo so. Ci ho pensato tanto e sempre mi avviluppo. Io non so se sono felice di questa condizione. A volte mi sembra l’unica possibile, altre invece, mi sembra che fuori brilli il mondo.

“La vita è un insieme di cose diverse,

In un certo senso qualcosa che non si discute.

Ma il senso si può sempre cambiare:

Che niente è più eccitante di una buona discussione.

La vita è qualcosa di bello, qualcosa di grande.

Qualcosa che comporta fasi alterne

Con una regolarità che ha del prodigioso

Poiché una fase segue sempre all’altra.

La vita è sempre così piena d’interesse:

Si va, si viene… come un attraversamento di zebre.

Può anche darsi che poi si debba morire,

Ma pure questa può essere una buona cosa.

E comunque ciò non cambia niente.

La vita, si tratta di un insieme di cose diverse,

Sotto certi aspetti e per sovrappiù qualcosa

Che si collega ad altri fenomeni

Ancora oggi poco noti, poco studiati,

e sui quali non è affatto il caso qui di soffermarsi.”

Puntualizzazioni sulla vita – Boris Vian

Marc Chagall _ Sopra la citta 1918

Portami via da qui se non riesci a fare altro: prendimi, scarrozzami altrove, depositami come un pacchetto abbandonato gonfio delle tue giornate, come quei sacchetti che la tua donna ti chiede di gettare. Sono lì, dietro la porta dell’ingresso, non dimenticare di gettarmi, perché fino a quando cercherai di trattenermi, di ancorarmi alle tue necessità, io non avrò pace: mai sarò me stessa e mai riuscirò a definire questa identità abbandonata, eppure ancora, e sempre e comunque conservata, in maniera accorta, dietro il ripostiglio delle tue paure.

Portami via da qui, da questo posto abbandonato dai sensi, da questo scandaglio ancorato a ricordi sbiaditi che non mi aspettano più e che corrono veloci su tracciati a me sconosciuti lungo percorsi che non riconosco. Mi perdo, se non mi porti via. Mi perdo anche nelle mie parole. Nei sogni. Nella postura della mia figura. Mi perdo nel tempo che mi scorre accanto, veloce, eppure sempre lento, come se mi trovassi ancora ferma, abbandonata alla fermata della metro, con il cappellino di feltro e la borsetta che mi penzola dal braccio.

É come se il mio tempo fosse il tempo di tutte le donne e non importa cosa io sia e faccia nella mia vita, e non importa il mio guadagno, la solidità economica, la partecipazione sociale: io sono sempre la proiezione di mia madre ferma alla stazione ad aspettare un treno che mai la prenderà a bordo, perché diversa, insana, indipendente, abbandonata e violentata. Come per un percorso lungo di generazioni prima o poi ti troverai inevitabilmente a scalfire lo stesso marciapiede, a disegnare un cerchio uguale con la punta della scarpa nell’attesa del tuo tempo, come per un mantra da recitare per una preghiera a chi non sa pregare.

Portami via da qui prima che dimentichi, perché la vita è un attimo ed è già che non ricordo più il tuo nome. Portami via da qui prima che mi perda nel destino, prima che raggiunga quel posto vuoto di misura dove lo spazio tra la propria dimensione e quella degli altri non ha più decoro: diventa inversa e lo strumento coercitivo si scopre solo come mero dato anagrafico. Portami via da qui, prima che il nostro tempo diventi un dominio, una terra di conquista, per eredità morali che non ci appartengono.

Un altro inverno è passato e siamo rimasti come figure dietro le finestre a osservare la pioggia: scostiamo lentamente le tende, e mentre il mondo rumoreggia, ci siamo solo noi due a contare il tempo in attesa di un altro tempo che non ci sarà.

Portami via da qui.

Man Ray

Questo non è un blog per raccogliere consensi e sprazzi di ilarità, e neppure la protagonista, scempia narratrice di se stessa, aspira a ottenere lustri e spettacolari ovazioni dalla realtà virtuale di scrittori consenzienti. Questo è uno spazio di riflessione e tutti i riflettori sono puntati sulla trasformazione umorale delle protagoniste. E le protagoniste sono le donne. Soprattutto quelle donne che hanno dismesso gli abiti abituali del consenso maschile, quelle donne che osservano i mutamenti, li catalogano, li conservano in cartelline trasparenti e, ogni tanto, di volta in volta, ne osservano le metamorfosi. Io mi faccio ambasciatrice di questo mutamento.

La guerra delle foto:

di recente evito come la peste di farmi fotografare. É una mania che mi ha preso da un po’ di tempo, perché, anche se mi sento al meglio e penso che quel momento non possa essere migliore, non so com’é, ma il risultato è sempre devastante. Non sono io. E soprattutto non so chi sia quella là. Appena ieri un’amica mi ha inviato la mia foto in bianco e nero presa di sorpresa durante un vernissage (era da una vita che volevo dirlo!) e ho faticato a riconoscermi: triste, brutta, pelle appesa, occhiaie, trucco che non trucca. La mia non era una faccia, era una sconfitta. Sembravo oppressa e forse lo ero veramente: non c’è da essere allegri quando una cavalcata di Unni cerca di spianarti la faccia, quando tu t’immagini splendente, nel pieno della forma, e l’obiettivo ti rimanda una figura sconosciuta, una donna che non hai mai incontrato, diversa, smarrita, confusa da se stessa. Una che non conosci. E quando tutti continuano a ripeterti: “Ma che bella quella foto, sei proprio tu, ma come avrà fatto il fotografo a prenderti così, così come sei”, allora capisci che qualcosa non funziona, che la percezione che hai di te stessa è completamente discosta dalla realtà, che sei rimasta indietro e quello che senti di essere non esiste più.

Sono una vecchia signora. Con qualche pelo bianco nella figa e qualche vena di troppo nelle gambe. Sono una vecchia signora che la società continua a ributtare nel mezzo, non avendo alternative giovani da proporre, spingendola ad aspirare a qualcosa che la natura respinge: un nuovo amore, una sessualità prorompente e devastante, un’alternanza di passioni e istintive regressioni. Sono una donna che si scontra quotidianamente tra quello che sente di essere e quello che dimostra di essere, tra quello che vede e quello che sente, e la cosa più importante, l’unica che ci occorre per traghettare questo tempo, è sentirsi in equilibrio tra il fuori e il dentro. E qui io sono carente.

Il problema è che mi manco. E questa assenza di me stessa pesa più di un abbandono; pensavo di aver raggiunto il massimo della separazione dopo l’ultimo addio, ma non avevo misurato questo, non avevo calcolato che il più triste, il più disperato, il più improvviso e devastante abbandono che la vita ti riserva, deve ancora arrivare: è il tuo addio, l’abbandono delle tue sembianze. E non c’è chirurgia estetica che tenga, nessuno riuscirà a riportare indietro quel bagliore degli occhi, il bianco dei denti, la striatura della pelle ombreggiata dal sole. Anche le sopracciglia da folte che erano sono diventate opache, un po’ tristi, con la piega in giù, arrese alla fortuna. Adeguate alla forma del viso, direbbe la mia cinica amica.

Il problema è che mi manca la mia follia e se la saggezza porta, alla fine, questa resa prematura dei lineamenti, beh, se devo essere sincera, avrei preferito non averla. Avrei preferito, potendo scegliere, contenere questa devastazione dell’espressione, questa consapevolezza della resa, questa noia che mi pervade del tutto visto e il tutto già ascoltato. E capisco l’amore. Adesso lo capisco. E lo vedo. Quel luccichio degli occhi, quell’aria spaesata che dondola nella postura, quella smemoratezza che rende tutto insignificante. Capisco che avrei potuto approfittare di più dei doni della vita per conservare piano, timidamente, uno stralcio di rossore sulle gote e colorare in parte quella foto in bianco e nero che mi rappresenta.

L’estro non paga quanto la bellezza. Perché la bellezza non è consapevolezza, altresì, ignara di se stessa, girovaga alternante tra le pieghe della sufficienza, altera, irresponsabile, condannata a non essere altro che l’immagine implacabile di ciò che ci spaventa. La bellezza è arte per l’amore, dipinto di figure, archetipi inviolati, la bellezza non è altro che la memoria di noi stessi presi dalla paura di essere ignorati.

Coq rouge dans la nuit

Ieri ci ho provato. Sono entrata in una stanza in tailleur e ne sono uscita in mutande. Nuda. Completamente nuda. Eh sì che avevo una ceretta fatta di fresco, smalto amaranto ai piedi e profumo di gelsomino sul corpo e sull’ultimo ero riuscita anche a spruzzarmi un aroma di cazzimma nei capelli. Ero pronta. Eppure, sempre, in ogni caso, ne sono uscita nuda. Perché spogliarsi così, davanti a tanti sconosciuti, alla mia età, non è esattamente piacevole, cerchi sempre di proteggerti, di coprire il lato peggiore, se solo ricordassi qual è nella metamorfosi incipiente che la tua faccia ha deciso di intraprendere. Ho ascoltato, recitato, interpretato, sempre con un pensiero fisso che mi vedeva camminare in riva al mare, con il mio cane al guinzaglio, nel silenzio più assoluto. Ero sempre lì. Dopo tanto ho capito di non aver fatto molta strada: se l’evoluzione dell’individuo si misura in chilometri, beh, devo ammettere, che di strada ne ho fatta ben poca. É sempre lo stesso bagno, è sempre la stessa pallina, il ritorno, la colazione, quella luce accecante della finestra sul lavandino della cucina, i passi strascicati, quel buongiorno smangiucchiato, la giornata che si apre, la gita in montagna, il bisogno di fare. É come fermarsi in un punto preciso, accostati a un lampione rotto che osservi e ti chiedi per tutto il tempo come hanno fatto a distruggerlo così minuziosamente: alcuni pezzi di vetro sono rimasti attaccati alla base e dei triangoli, taglienti come rasoi, restano sospesi per inerzia che basterebbe uno starnuto per tirarli giù. É un pericolo, io lo so, eppure sono accostata a quel lampione e da lì non mi muovo. Per paura, per amarezza, per conforto, per difficoltà a esplorare.

Ieri ci ho provato a essere felice di me stessa: leggevano dei miei racconti, era una cosa figa, piena di gente, di apprezzamenti, di sconosciuti che mi stringevano la mano. A un certo punto sono partita con uno dei miei soliti elenchi demenziali e ho cominciato a numerare la tipologia delle strette di mano, di quelli che a palmo pieno stringono con forza e di quelli che ti offrono una parte minore del proprio arto per la paura che tu li possa derubare. Ho cominciato a contare, e ho scoperto che il 20% dei presenti, oltre alla generosa stretta di mano, offrivano anche una pacca sulla spalla, mentre il rimanente si divideva equamente tra la stretta possente e la mano molliccia. Tutto questo potrà servire a staccarmi dal lampione? Non credo. Quel che credo, invece, e che mi piace di me stessa, è che resto ancorata al terreno, e lascia stare se mi trattengo ancora con la fune arpionata al lampione, comunque, e in ogni caso, resto ancorata al mio passato. Perché il passato è un futuro dipinto di grigio con delle piccole note di rosso che non hai ancora vissuto. Io cerco quel rosso, non è che non lo faccia, ma il colore se arriva, arriva, ma non si abbina con tutto. E questo io lo so.

“ Rimase lì a fumare ancora un po’, si stava riavendo, le si calmò il respiro. Fece di nuovo qualche passo, in un senso, nell’altro, non capivo se fosse sconcertata o se ripetesse il suo assedio, se ancora non volesse abbandonare il suo posto di vigilanza notturna. La vidi meglio in faccia. Qualche lacrima, sì, come avevo immaginato, ma l’espressione non era sconsolata, vi era un certo sollievo o serenità, non so. Forse accettazione, come se albergasse il pensiero che sempre dà speranza: <<Si vedrà>>. Poi s’incamminò verso la sua camera senza fretta, con la sigaretta accesa in una mano, pacchetto e posacenere nell’altra, senza lasciare traccia di quella sua incursione. Si ritirava nel suo letto afflitta come ogni notte, ma questa volta, diversamente da altre notti, portava con sé un piccolo bottino, una sensazione. Le sensazioni sono instabili, si trasformano in ricordi, mutano e ballano, possono prevalere su quanto è stato detto e udito, sul rifiuto o sull’accettazione. A volte le sensazioni inducono a desistere, a volte infondono il coraggio per ritentare.”

J.Marías – Così ha inizio il male –